Nanni Cagnone, l'inclassificabile
Nanni Cagnone (10/4/1939-3/4/1926) ci ha lasciati sette giorni prima del suo ottantasettesimo compleanno. La sua opera, incompiuta, composita, inclassificata, inclassificabile, resta inadatta ai suoi tempi e a ogni tempo. Cagnone è stato jazz drummer, critico d’arte, traduttore, romanziere, saggista, responsabile di una rivista di industrial design, direttore creativo di agenzie pubblicitarie, editor, editore, docente di estetica. Nella sua opera si alternano libri di versi, romanzi, saggi, memoirs, aforismi, classici contemporanei e arcaici da lui ritradotti e ripensati: il lettore incontra, leggendo Cagnone, il suo giudizio, meno spietato che sprezzante, sulle mode e i modi del “nostro tempo”. In uno dei suoi libri più originali, Discorde, (La Finestra, 2015), scrive: «Dover scegliere equivale a perdere le illusioni infantili. Si deve preferire, si deve rinunciare. Rassegnazione inevitabile, ma difficile da esercitare per chi, in poesia, ricerchi il compossibile». In questo volume di prose critiche l’idea di Cagnone è l’idea, inconciliata, di una poesia che “ricerchi il compossibile”, una poesia che non deve mai perdere “la fortuna dell’insonnia”. Qui sta il senso della sua scrittura, in versi e in prosa, scavata all’interno della tradizione poetica contemporanea come un abisso di libertà destinato a restare un evento senza eredi. «La più profonda esperienza della poesia è quella di una lontananza costitutiva».
Dentro questa lontananza un libro come Discorde, discorde a qualsiasi tempo, pur essendo stato scritto nel corso degli anni si scrive proprio nell’attimo in cui viene letto, mentre i frammenti si assemblano nell’unicum di un volume che conferma l’inflessibile fermezza di un pensiero eretico, non disponibile alla semplificazione: un libro-zibaldone di presentazioni, osservazioni, appunti, stilati nel corso di oltre un cinquantennio; è il libro di chi per anni cova «la strana fantasia d’avere un gemello taciturno […] che sapeva meglio di me le mie paure»; di chi proclama l’autorità del sogno come chiave d’accesso alla verità inattuale dell’esperienza vitale: «Se fossi alla ricerca di un’auctoritas, mi rivolgerei ai Wendat e agli Haudenosanee, popoli che non distinguono, e vogliono seguire al risveglio i loro sogni». Cagnone irride la dicotomia fra avanguardia e tradizione, viste come i poli opposti di uno stesso pianeta: ciò che conta per lui, da sempre, è la «necessità di trovare un pensiero dentro la poesia, invece di mettere in versi un pensiero già noto, precedente». Non è un caso se Discorde sia anche un archivio di vivi ricordi di poeti e artisti (ma la parola “archivio” banalizza ciò che Nanni evidenzia: il ricordo dell’uomo e dell’artista, due esempi fra tutti: le magnifiche e complici osservazioni su Nanni Valentini ed Emilio Villa).

Discorde non è un libro per tutti: è un livre de chevet per lettori complici, per artisti sintonici, per frequentatori dell’arcaico, che è presente, e del presente, che è arcaico. Nulla è come appare ma contiene sempre “l’insolenza d’inconciliabili sogni”, quell’ulteriorità che fa della sua opera ancora in fieri una meteora esplosa solo per rari osservatori. Discorde è un libro di ricapitolazione, ed “è complicato ricapitolare” osserva Cagnone di se stesso: «uno scorcio, adesso, e una domanda: quali intrecciati fermenti nelle mie studiate veglie? Nottambulo, jazz drummer, corpo amoroso». Io ne proporrei una quarta: uomo avventuroso, irragionevole e desiderante perché «Pazzo, prima o poi, sarà colui che non perde il desiderio»; uomo che non smette di ricordarci come la competenza retorica debba essere imparata per poi essere dimenticata.
Per chi è “discorde”, come Nanni, non c’è mai accordo con le voci dominanti. Yves Bonnefoy «è un poeta manierato, il cui linguaggio fait toujours décor». I libri di Andrea Zanzotto sono «le giravolte di un cinquantenne vernacolare». Il giudizio su Alda Merini si riassume in una sola frase: «Che dire del suo temperamento esclamativo e della lusinghiera mozione degli affetti?». L’apparente snobismo delle affermazioni non è esibizione di cattivo carattere o di misantropia, ”insolente antitesi” da “volontario del biasimo”, ma nasconde la necessità di preservare il testo e la sua abbagliante oscurità dall’esibita chiarezza di qualsiasi passione ideologica, di qualsiasi “utile” bellezza. «La poesia non può essere uno scopo. Piuttosto, una distratta conseguenza». Nanni non ha scelto la strada dell’afasia espressiva, del superbo isolamento, ma ha moltiplicato le maschere, inventando libri poetici, dialoghi teatrali, scritture per artisti, fedele alla necessità di manifestarsi in forme diverse (spesso marginali ma di altissimo valore estetico) per contrastare il mediocre e uniforme presente. L’incipit ironico del suo primo romanzo, Comuni smarrimenti, recita: «Vivere non è abbastanza. Perché la vita sia degna di essere vissuta, a questa nudità si deve aggiungere tutto». Ma cos’è questo “tutto”? Nient’altro che il “nulla”. Cagnone si definisce poeta del vuoto e non del pieno: «…la più ardua richiesta: distruggere la teoria di sé stessi. Dunque, per rendere degna la propria poesia, si deve trovare in sé un altro poeta». Chissà che l’”altro poeta” non sia uno di quei “classici talmente nitidi da sembrare insignificanti” dell’antica poesia cinese e giapponese, immuni da “sottintese metaforiche inquietudini”. Sottolineo qui un aforisma degno dell’outsider che Nanni è sempre stato: «Uno scrittore è costretto a sopportarsi, ma i suoi lettori avranno pur diritto a una via di fuga». Questa via centripeta obbliga il lettore a sostare dentro il libro, tra pause e assilli, prigioniero del labirinto di una riflessione insonne, dove chi è poeta non ignora la propria potenza: «chi è inibito lasci perdere la poesia come lascia perdere la vita».

L’analisi dell’opera di Cagnone può partire da una qualsiasi sua opera per irradiarsi in opere diverse. Nanni, come scrive Lucetta Frisa in Passione Poesia, «sa di raccogliere una eredità classica e arcaica insieme, che in lui perdura sotto forma di eco, e anche di una fedeltà a una certa asprezza discorsiva di un Gerard Manley Hopkins e alla meditazione mai lirica di un Novalis. Sa conservare con ostinazione le sue lacrimae rerum: lacrime ormai raffreddate sul ciglio asciutto ma pur sempre quelle di un guerriero (Nunzio? Testimone?) che ha visto ciò che non doveva vedere e versa i suoi preziosi ricordi di un lontano strazio nell’orecchio di chi, solo, è degno di ascoltarli».
Ogni artista si raccorda con le leggi che non conosce, con «lo spazio eccentrico dei morti» (Hölderlin), e con niente di meno. Nanni Cagnone reinventa questa vicinanza: «Cose che / non consultano parole. / Parole che internamente / non possono raggiungersi». Le parole si raggiungono solo attraverso il turbamento della visione. Ma il turbamento non si oppone alla chiarezza: è la chiarezza della visione. Nessun linguaggio esprime la veggenza ma ne insegue i frammenti: «Se dicessi: / questa regione / è la mia via, questo / foglio stropicciato / fra le dita, mi perderei…». Scrivere è sprofondare nel silenzio senza perdere le parole che lo evocano. «Riposa / passa dietro / l’esperienza. // Tu-frammento, / riaperta figura, / non puoi temere / confini». L’arte non raccoglie e non dissemina. Non comprende confini, li inventa. «Interno, salvaguardato esilio, / notturnità e silenzio / nessun raccolto. // C’è l’uscita non esco/ riprendo senza timore / il mio esercizio – / piume / che suonerebbero/ tamburi». Il suono della poesia è quello di un tamburo percosso da una piuma. Ma in quel suono inudibile qualcosa oltrepassa le vibrazioni percepite. «Ma c’è nel desiderio / un rumore di precipizio, / un supplizio accanto, / come / diminuendo di una foglia / un ramo».
Ci sono verità che si ammirano dopo, come immagini o figure, e prima come soprassalto. La chiarezza è un dono ingannevole della parola: prima della chiarezza c’è questo soprassalto che turba. Ogni poesia è fulminea distruzione del mondo, pieno esistere del testo. Ma il poeta non si accontenta di questo assoluto. Come scrive Henri Michaux: «Non trova le notti sufficientemente nere. Vorrebbe opacizzarle ancora». Cagnone ha questa tentazione: farsi invadere dalla possibilità di annerire le sue notti e sospendere qualsiasi certezza. L’arte è, per il poeta, un’imboscata, dove il cacciatore è quello che è sempre stato: la preda. Quello che conta non è il rovesciamento surreale delle cose ma l’agguato al già detto, l’incursione obliqua. L’arte tollera eccessi non relativi. È qualcosa che la apparenta alla follia. È inesistenza, e insistenza: «Le parole che conosco / non ricominciano».
Se un sogno è segreto allo stesso sognatore, può essere ancora sognato. Trovare la propria finzione e difenderla come un’emozione naturale è il compito più difficile. Ogni vero sguardo non divaga, non confluisce. «Questo è un tempo / per cuori piccoli. / Tieni dietro il ventaglio / le tue iperboli, / muovi con cura il polso». Scrivendo, il poeta si allontana dalla condizione di chi era stato prima di quelle parole, e condivide le parole di Robert Walser: «Sapere tante cose, aver visto tante cose, e non avere nulla, ma proprio nulla da dire». La poesia resta il desiderio di un gesto impossibile, come per un morto il minimo movimento della mano. È un lampo riflesso in uno specchio, anche se il fulmine, prima o poi, frantumerà lo specchio. «Lingua del presente, / forma che manca/ dopo tutte le forme. / Potessi almeno lasciarvi / un colore imperfetto».
Lo scrittore ha, come unico dovere, la coscienza delle proprie visioni. Perché la sua parola esista, deve nutrirla il buio. E appena dopo, perché riprenda a non esistere, deve ritornare lo stesso buio, ma arricchito da una nuova, anonima risonanza – la voce del poeta che scrive per prepararsi a scrivere in qualche impossibile giorno. «La poesia è la salvezza erotica delle cose: le conosce come non-finite e ne prosegue il desiderio». Disorientare il presente è la sola legge di sopravvivenza. Se è vero che «un grido di troppo mette tutto in pericolo» (Louis-René de Forêts), di quel grido, da cui è impossibile sciogliersi, il poeta è portavoce assorto. «Quanto a me, / non saper nulla / di chi / si slega dal sonno». Non “saper nulla” è la condizione dell’invasamento. La scrittura poetica è la trascrizione di chi, temporaneamente, si sveglia e riferisce, ma lo fa solo per restare avvinto più a lungo a quel sonno. «Il poeta, quando è preso da enthousiasmòs, ha in sé un altro dio, e a questo soltanto deve rendere conto. Egli è un credente, non un sacerdote, e infatti – diversamente da quest’ultimo – è profano per sempre».

Nei suoi ultimi libri, da Tacere fra gli alberi a Le cose innegabili, Cagnone corteggia una via più intima, ma senza rinunciare al tono arcaico della voce, tracciando una sorta di “giardino degli affetti” che non è hortus conclusus ma rimando all’ulteriorità dell’atto poetico, al dramma percettivo della poesia: “Non potrò mai / una sola voce”. Consola sapere, in anni innocui per la poesia, che Nanni Cagnone mai è stato innocuo ma sempre al lavoro e ha condiviso con noi la “smisurata inconciliabilità” della poesia: quello che il poeta chiama, con accorata fermezza, "il solenne episodio delle foglie – / stormire e basta. Stormire". Forse Cagnone, nella sua opera in versi e in prosa, è davvero “l’uomo arcaico” che ha sempre e soltanto fede nell’”al di qua” privato del peso dell’io. Le novantacinque poesie di Come colui che teme chiama testimoniano la scomodità di una poesia ostile alle banalità del linguaggio e risoluta ad essere “lingua eventuale, sottratta all’uso”, lingua di percezioni arcaiche (“Parlerò con te / quando, / non superfluo, / sarai solo”), lingua sospinta da sogni e temporali, sempre imminente, esitante a definirsi nei confini della singola poesia (“Altamente, in volo, / stride la loro lingua, / i lunghi studi / sembrano lontani”), lingua, infine, che ci richiama al sacro, elementare disordine e ci trova inermi, accoglienti, sommersi (“E io / sfoglio il libro / dei morti / come colui che / teme e chiama”), lingua che ancora vorrà essere perché niente può fermare il flusso del dire generoso, ininterrotto, radiante, che espone la poesia ad essere quella creazione ellittica che avviene senza io e senza autore, in una nebbia dove le parole sono libere di agire fuori e dentro i limiti del pensiero (“Errabondi siamo stanchi”) ("Ora sono fra i miei, / degno d’esilio”).
Un ulteriore zibaldone di appunti, Sans-gêne esprime, come Discorde, la necessità di una empatia fra autore e lettore che resta misteriosa, forse impossibile. “Intero, solo il luogo della trasformazione”. Chi legge questo libro scopre una vertigine inconciliata. “Quando la mente onirica decide di dir qualcosa all’altra, ecco mi sveglio”. Ogni risveglio coincide con una scrittura sonnambula, che esiste e non si concede. “Un’attività della risposta è rendere la qualunque domanda opaca, inconsolabile”. Leggere: abitare la lingua controtempo. “A volte penso con gratitudine all’antico divieto ebraico di dire ”io sono”. Certe pagine non invitano a pensare all’acqua: dicono la necessità del fuoco. “Ci sono persone per le quali il silenzio non è un dono, bensì un inquietante rumore di fondo”. “Cose che lacrime rimangono, e porte che si chiusero”. Noi, da lettori, siamo certi che un dialogo esista, anche dopo la fine terrena, attraverso le parole dette e scritte: l’eco di una consonanza, l’epifania di un verso, l’essenza di noi: «so che occhi stanchi/ non vedono ripari/ nel malnutrito regno/ dei viventi».
Bibliografia essenziale di Nanni Cagnone
Nanni Cagnone ha scritto libri di poesia, opere teatrali, romanzi, racconti, saggi e aforismi. Fra le sue opere: What’s Hecuba to Him or He to Hecuba?, poesie, saggi e aforismi (New York 1975); Vaticinio, poesia (Napoli 1984); Armi senza insegne, poesia (Milano 1988); Comuni smarrimenti, romanzo (Milano 1990); Avvento, poesia (Bari 1995); Il popolo delle cose, poesia (Milano 1999); Enter Balthâzar, racconto (New York 2000); L’oro guarda l’argento, opere scelte (Verona 2003); Index Vacuus, poesia (New York 2004); Penombra della lingua, poesia (Roma 2012); Discorde, saggi (Lavis 2015); Dites-moi, Monsieur Bovary, prose (Torino 2017); Ingenuitas, poesia (Lavis 2017); Parmenides Remastered (Lavis 2019); Come colui che teme e chiama, poesia (Giometti & Antonello, 2023); Exitus, poesia (Lavis, 2024).
In copertina, Portrait of Nanni Cagnone by photographer Pino Usicco, Italy, photographed in Genoa 2001, Wikimedia Commons.