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Arundhati Roy

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Inchieste, saggi, testimonianze / Arundhati Roy, o della sedizione appassionata

La prendo larga. Cosa altro fare davanti alle oltre 900 pagine di Il mio cuore sedizioso (Guanda) che raccolgono le inchieste, i saggi e le testimonianze scritte da Arundhati Roy nei vent’anni intercorsi tra i due romanzi della scrittrice indiana – (Il dio delle piccole cose, nel 1997, e Il ministero della suprema felicità, nel 2017). La prendo larga, dicevo, perché in queste pagine, impossibili da sintetizzare, si ragiona di molte cose, spesso tra loro correlate, e che negli anni transitano in misure diverse da un testo all’altro – e in questo senso le date in cui sono stati scritti sono importanti – come tracce tanto di un impegno civile quanto di una storia che pare ripetersi senza riuscire a cambiare verso.    Si parla innanzitutto di India, e dall’India, ossia da un paese che vive “in secoli diversi allo stesso tempo” e anche per questo è percorso da numerose e profonde linee di faglia – le caste, la povertà, il nazionalismo, il fanatismo religioso, etc. – che periodicamente scatenano la loro energia in episodi di inaudita violenza e ferocia (a Delhi nel 1984, a Mumbay nel 1992, in Gujarat, nel 2002, solo per citarne alcuni). Si parla poi, dall’inizio alla fine, di...

Il pluriverso esistenziale di Arundhati Roy e il nostro / Performare l’affettività

“Sono io, e volevo dirti che…”. “Ma qual è l’io che mi sta parlando? L’ermafrodita razionale o la donna dedita alla magia che c’è in te? L’omosessuale che è stato eterosessuale e ancora, ogni tanto, aspira ad esserlo? O forse mi parla l’anima tua indiana che, però, si è fusa con i pezzi di cultura occidentale giunti fino a qui? Magari è il tuo istinto materno che convive nel tuo corpo amputato, per cercare di diventare maschio involontario, a parlarmi! E io che ti ascolto, chi sono? Lo spaesato, il dis-locato, il dis-orientato, perso negli spazi irrespirabili di questa caotica città, che non sa se avrà acqua da bere domani, o il romantico che si perde a contemplare ciò che resta di un tramonto che è l’ombra dei tramonti che furono?”  Quando “io” si rivolge a se stesso o a un altro, si ascolta o osserva, si perde nel bricolage delle differenze, scoprendo che perdersi è, forse, l’unico modo per ritrovarsi, mentre scopre che “io” è una provvisoria metafora che indica qualcosa che non coincide mai con se stessa, una federazione di istanze. Ma quante differenze possiamo contenere in una sola vita? Quanta molteplicità possiamo condividere?    Ambiguità e immaginazione...

Il giorno dopo

Speranza e orrore si mescolano sempre. Ciò che accade di questi tempi in Egitto e negli altri paesi arabi fa ovviamente ben sperare. Quasi tutti pensano che in tempi postmoderni non possa accadere nulla, ma sono stati smentiti. È accaduto: una sollevazione molto tradizionale senza riferimenti religiosi, che fa esclusivamente appello alla dignità umana e a rivendicazioni laiche. È uno splendido evento, ed è davvero un evento reale.   Con “evento reale” intendo che non c’è stata una transizione morbida. Viviamo in un momento di incertezza e non si sa chi è al potere, e questo naturalmente mostra che c’è speranza. La speranza indica semplicemente un momento aperto quando non si sa chi è al potere e poi il regime crolla.   In queste situazioni, però, il problema è che al contempo c’è speranza e c’è confusione, ci si può ritrovare con un regime ancora peggiore di quello precedente. [...] La lotta va avanti e questo costituisce la vera speranza. Vi ricordate per esempio la grande manifestazione contro Ahmadinejad organizzata da Mir-Hosein...

John Berger

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento   Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.   Marco Belpoliti, Elio Grazioli     “Il numero delle vite che entrano nella nostra è incalcolabile”, ha scritto John Berger in una pagina di Qui, dove ci incontriamo. Intorno a queste parole non ha voluto altro, se non la cornice bianca del foglio, per mettere meglio in risalto quella che potrebbe sembrare una semplice constatazione ed è invece un riconoscimento emozionato e emozionante. L’io di ciascuno di noi è il prodotto in continuo divenire della relazione che abbiamo con gli altri, con chi è entrato ‘materialmente’ nella nostra vita – per amicizia, amore, legame politico o professionale – e con tutte e tutti coloro che l’hanno...