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Botticelli

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Francesco M. Cataluccio. La memoria degli Uffizi

Tutto nasce da un rito laico nel libro del fiorentino Francesco M. Cataluccio, La memoria degli Uffizi (Sellerio, pp. 184, euro 14, eBook 9.99). Un’educazione sentimentale che diviene passo dopo passo l’educazione al bello: ogni domenica insieme al fratello, l’autore si reca a vedere una sala sempre diversa della Galleria degli Uffizi, guidato dal padre e ispirato dalla struggente passione per l’arte della madre.   Cosa vede lo scrittore-bambino nella wunderkammer a due passi da casa? Moltissimi dettagli. Lettere di un alfabeto dello sguardo, “aneddoti narrati dalle immagini” suggerisce l’autore, citando Ernst H. Gombrich, che lasciano sospesa la nostra incredulità: l’ombelico del crocifisso (Croce 432) di un Anonimo pittore fiorentino, “una sorta di leggera spirale che ruota in senso antiorario”, che gli ricorda l’omphalos – la pietra simile a “un uovo o a un fallo” – visto nel Santuario di Delfi molti anni dopo, il fascino emanato dai colori: la regalità dell’oro, la nobiltà trascendente del blu o l’intensità del rosso, il colore dell...

Tavoli | Francesco M. Cataluccio

Gli indizi ci sono tutti: il proprietario della scrivania sta scrivendo un libro sull’arte. C’è l’evidenza di una copertina, Venere di Botticelli, ma rivista da Andy Warhol: una della serie di sedici, realizzata negli Anni ‘80.  Il titolo si intravede, in piccolo, La memoria degli Uffizi, un volume intorno alla gran collezione medicea, ma anche una memoria di Firenze “da piccolo”, in gita domenicale nella collezione con mamma e papà, a celebrare una laica cerimonia di famiglia. Foto di infanzia, a sinistra, forniscono possibili scenari memoriali.   Si riconoscono anche i segni di passioni slavofile: la pila sulla destra reca in cima un libro capitale dell’iconografia del secolo trascorso: Le porte regali di Pavel Florenskij, ricerca radicalissima sulle radici sacre dell’immagine. In queste pagine magistrali, si trova quella polemica antirinascimentale che Andrej Tarkovskij, come racconta il libro di cui la scrivania fornisce tutte le prove, ribadiva nel corso delle sue visite alla pinacoteca sull’Arno.   Il tavolo è collocato vicino a una finestra, da cui entra una luce di taglio,...

Spacca la melagrana

Ci sono alberi che sfidano la pazienza. Esigono dedizione. Pretendono primavere di speranze frustrate, stizzite estati in attesa di un fiore, immaginando la variazione degli arancio nell’angolo dei diospiri. Ma il melograno (Punica granatum) non ne vuol sapere di soddisfare le aspettative. Da anni caccia solo foglie, rigogliose, piccole e coriacee di un lucido verde chiaro: non un calice, un frutto. L’invidia ti consuma al vedere nei giardini altrui già gonfiarsi i balausti (i pomi) e mostrare la corona. Allora non restano che le minacce. A volte, anche con gli alberi funzionano: «Basta, di te non ne voglio più sapere. Un taglio netto. Se non mi dai almeno una prova, un segno certo che le mie cure sono corrisposte, ne trovo un altro, più affidabile». Si dev’essere spaventato: dopo un paio di settimane è comparsa una trombetta arancio sul ramo più arrendevole. Una sola. Pure vittima di grandine grossa. Ma tanto basta per alimentare la fantasia fino alla prossima stagione quando, forse, si potrà cogliere finalmente un frutto. E i versi di Jolanda Insana prenderanno un suono più concreto, più...