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Carl von Clausewitz

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Addio a Berlino 1

1. Primo impatto: dov’è la città? A vederla dall’alto è un’immensa foresta punteggiata di laghi. Qua e là agglomerati di case, per lo più basse. Cinque piani è la regola che scandisce questo inurbamento a vocazione campestre, se non ortolana. Quella manciata di grattacieli sorti in fretta e furia a due passi dalla Porta di Brandeburgo, attorno all’ex crocevia di Potsdamer Platz, sembrano una dichiarazione di intenti sfuggita allo spirito del luogo.     Spettrali fin dal nascere, sigillano il passato dietro una facciata ad alta intensità di capitale europeo. Fuori luogo come balene in un roseto, sono un perfetto non luogo, adatto per tutto ciò che è uguale in tutto il mondo ricco: centri commerciali, multisale cinematografiche, bar, ristoranti, uffici per lo più inutilizzati.     Oggi proprio lì, all’angolo tra Leipziger Platz e Leipziger Strasse, sta sorgendo a gran velocità il “mall più grande d’Europa”: un paio di isolati storici rasi al suolo per far posto a uno shopping probabilmente non pi...

Continuità e modificazioni del raid nel novecento

Nel Novecento l’uso sistematizzato del raid in guerriglia continua, ed anzi si amplia geograficamente a livello globale, trovando pure diverse codificazioni teoriche. In Europa, come già nella Spagna antinapoleonica, le nazioni sconfitte da prima sul piano della guerra regolare adottano queste ulteriori forme di lotta quando l’occupante nazista, impegnato ormai su troppi fronti, dà iniziali segni di cedimento. Così in Italia, nei Balcani o in Francia proprio la guerra dei pochi salva l’onore di tutti o ribalta destini già scritti nel senso di definitive umiliazioni in campo aperto. Può viceversa essere una carta da giocare quando l’esito dello scontro è ancora aperto, come in Russia secondo le direttive di Stalin basate sul ripiegamento, la tenuta delle città e l’azione di partigiani infiltrati aldilà delle linee avanzanti dei tedeschi. In tutti questi casi il raider diviene, in misura anche superiore che nell’Ottocento in cui la spinta rinnovatrice del Romanticismo incontrava ancora molte riserve, figura positiva e leggendaria di liberatore, supportata a livello popolare nonché...

Marketing dell’indignazione: il ritorno

Qualche anno fa, a proposito di alcune fortunate operazioni editoriali che mescolavano il giornalismo d’inchiesta con una certa facile retorica giustizialista, avevo proposto di riflettere sul senso e le forme del “marketing dell’indignazione”. In famiglia mi hanno insegnato che non è bene parlare di sé in pubblico, e certi studi strutturalisti di gioventù hanno radicato in me questa convinzione. Se dunque adesso lo faccio, dicendo di quella proposta, è perché adesso l’indignazione è diventata straordinariamente di moda, e cammina benissimo sulle proprie gambe anche senza un marketing che la supporti.   Il riferimento è ovviamente al libretto di Stéphane Hessel che, nella sua freschezza e genuinità, promette molto di più di quanto, a lettura ultimata, non mantenga. Ma che sta avendo quanto meno il merito, nel nostro Paese che ne ha tanto bisogno, di rilanciare un certo entusiasmo collettivo verso una passione che è al tempo stesso etica e politica, corporea e spirituale, economica e filosofica. Agli italiani che hanno ancora la capacità di indignarsi...