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Cesare Tacchi

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Perduto incanto / La versione del fotografo: Salvatore Piermarini

Il perduto incanto Gli occhi luminosi dei bambini sardi, le luci notturne infinite di una immensa New York, i tanti lavoratori, i passanti ritratti in giro per il mondo, oppure gli artisti, gli intellettuali, le città, i paesi: a scorrere è la “vita” nella fotografia e nella prosa di Salvatore Piermarini.  Nel Perduto incanto. Indagini sulla fotografia (Rubbettino, 2019), l’autore rivela che fotografare è stata la strada per ricercare un unico e continuo dialogo col mondo e l’umano. Dunque, grazie alla macchina fotografica, il cosmopolita Piermarini, attraverso lo sguardo, e poi la liturgia dell’analogico, è riuscito ad abitare ogni luogo in cui è approdato, a orientarsi fin da subito, ovunque.    Aquila, 2010. Il perduto incanto è la traccia profonda di questo passaggio: un ibrido, uno zibaldone, una breve storia della fotografia, nonché un quaderno intimo che diviene trattato di estetica, e tanto altro ancora. Piermarini, vien fatto di pensare, in questo suo percorso, è prima di tutto un uomo libero, e libero perché in grado di ri-guardare autenticamente, di conoscere per riuscire a comprendere. La disciplina e l’etica della fotografia di cui è testimone lo...

Palazzo delle Esposizioni, Roma / Cesare Tacchi. Una Retrospettiva

“Ecco perciò Tacchi dare alle immagini lo spessore fisico di cose, facendole uscire dal loro apartheid mitico; esse mettono allora piede in uno spazio che non è più soltanto il loro ma in qualche modo partecipa del nostro e iniziano con noi la conversazione che porta a un limite di enorme evidenza il loro carattere di ri-creature collaboranti alla fisicità del mondo”. Questo scrive Mario Diacono presentando Cesare Tacchi (1940-2014) in un articolo. È il 1965, l’artista ha esordito da pochi anni in quella che verrà definita ‘giovane scuola romana’ ed è già evidente la sua profonda appartenenza a quella stagione, ormai mitica, degli anni Sessanta, di cui è uno dei principali interpreti. Lo ‘scandalo’ – come tale fu vissuto in Italia – della vittoria di Robert Rauschenberg alla XXXII Biennale di Venezia (1964) è già avvenuto e l’arte italiana, quella romana in primis, non ha ancora digerito lo shock, non tanto per le opere – Rauschenberg è già personalmente ben noto agli artisti e ai critici romani – quanto per un potere del sistema dell’arte che decreta il successo americano e segna definitivamente il passaggio di capitale dell’arte da Parigi a New York. Da ora in avanti l’etichetta...