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Clement Greenberg

(7 risultati)

L'Informe

Letture dell’informe. Rosalind Krauss e Georges Didi-Huberman (ed. Lithos 2014), saggio scritto a quattro mani da Andrea D’Ammando e Matteo Spadoni, si propone di essere il primo testo ad analizzare, sintetizzare e presentare in modo esaustivo i termini di una riflessione, quella inerente alla nozione di informe, che da circa un trentennio impegna la critica: il relativo dibattito ha visto levarsi, su tutte, le voci di Rosalind Krauss e Georges Didi-Huberman (a ognuno dei due è dedicata una sezione del libro), entrati in aperto conflitto sul tema dalla metà degli anni Novanta.   Come è noto, “Informe” è una voce del Dictionnaire Critique comparsa nel numero 7 di «Documents», rivista diretta tra il 1929 e il 1930 da Georges Bataille, accompagnata da un denso testo dello stesso Bataille, che vale la pena riportare integralmente: Un dizionario dovrebbe cominciare nel momento in cui non offrisse più il senso, ma il lavoro (les besognes) delle parole. Così informe non è soltanto un aggettivo dotato di un certo senso, ma una parola che serve a declassare: in generale si esige infatti che ogni...

L'uomo che visse due volte

– “Tutti i giorni sparisce qualcuno” – “Ogni volta che uno esce da una stanza” (da Michelangelo Antonioni, Professione Reporter) 8 Ottobre 2013. Queste righe trattano di una mostra che ha già chiuso i battenti. E’ una pratica poco corretta, lo so. Il lettore deve essere nelle condizioni di metter alla prova quanto scrive un critico: non è questo uno dei lasciti fondamentali, quanto poco rivendicati, del modernismo? Almeno da quando Clement Greenberg, alla metà degli anni quaranta, invitava i lettori di “The Nation” a verificare di persona quanto scriveva sulle primissime mostre di un pittore sconosciuto, Jackson Pollock.   Ma il caso presente è singolare. Perché la mostra in questione ha chiuso non da qualche giorno bensì da quasi dieci anni. Eppure solo adesso mi sembra giunto il momento propizio per parlarne – o forse solo il più intempestivo per un blog.   2004, Maison de la Photographie di Parigi. Visito Un état des lieux, mostra del fotografo Bruno Rosier. Chissà cosa avevo in mente di così importante da...

Nel Regno del Kitsch

Una grande giostra da Luna Park composta di tazzine color rosso scuro su cui ci si può sedere a coppie e al centro una caffettiera azzurra; tutto intorno, dentro ampie feritoie bianche, sono esposti piccoli oggetti: occhiali, statuine di gesso, Torre di Pisa e Torre Eiffel, orologio a cucù, automobiline americane, segnatempo a forma di corallo, equini di porcellana, portafoto arabescati, composizioni di conchiglie, palle di vetro, candele, scarpe, cappelli, portalampade femminili, e altro ancora. Siamo nel Regno del Kitsch, all’interno della Triennale, nelle sale di una mostra, Kitsch. Oggi il kitsch, e il sovrano di questo impero del “cattivo gusto” è un signore centenario, Gillo Dorfles, laureato in medicina nei primi decenni del XX secolo, con specializzazione in psichiatria.   Quarantaquattro anni fa, nel novembre del 1968, nel bel mezzo della contestazione studentesca, il critico d’arte mandava in libreria un volume diventato ben presto cult, Il Kitsch, antologia del cattivo gusto, edito da Mazzotta, dove insieme ai contributi di studiosi come Herman Broch e Clement Greenberg, che del Kitsch avevano scritto negli anni...

Beato chi se lo fa, il sofà

Torniamo all’Ottocento, e a quelle saghe che sono un sicuro e saldo ponte fra quelle antiche (omeriche, indiane ecc.) e quelle contemporanee (Star Wars, le serie tv come Lost ecc.). Campione nel genere è indubbiamente Balzac con la sua Comedie humaine, ma se la cava niente male pure Zola con il ciclo dei Rougon-Macquart: venti romanzi in circa vent’anni, che è una media alla Lansdale. Con dentro capolavori come Il ventre di Parigi, Germinal e L’Assommoir.   Nel 1880 esce Nana, il nono della serie. Ed è il putiferio. Con chi dà a Zola del pornografo e chi, magari più avvezzo a frequentare certe compagnie femminili, lo accusa di esser stato un pessimo reportagista. Alla faccia del naturalismo professato.     Al di là di tali querelle, il punto è che la lettura ai nostri tempi di questo romanzo fa venire un po’ di nostalgia. Addirittura, sì, perché il tempo delle veline che scorrazzavano su aerei di Stato per poi sedere prima in piscina e poi su scranni in teoria più elevati non è trascorso da molto, e l’attuale compagine governativa talora fa...

Greenberg for Italians

Non esiterei un istante a considerare l’antologia italiana degli scritti del critico americano Clement Greenberg (L’avventura del modernismo. Antologia critica, Johan & Levi, Milano 2011, pp. 448, € 35) come uno dei maggiori eventi editoriali dell’anno. I curatori Giuseppe Di Salvatore e Luigi Fassi hanno pazientemente lavorato su un corpus di oltre 1.500 pagine, riuscendo nella sfida di offrire al lettore italiano una panoramica esaustiva del pensiero di Greenberg dal 1939 al 1986. In senso più ampio, l’antologia della Johan & Levi è da oggi lo strumento imprescindibile per comprendere il modernismo americano, in Italia conosciuto quasi esclusivamente attraverso il riflesso, a volte distorto dalla partigianeria critica, offerto dall’allieva più brillante, impaziente e ingrata di Greenberg, Rosalind E. Krauss, dato che, per una congiuntura editoriale anomala rispetto ad altri paesi europei, i lettori italiani, soprattutto i più giovani, hanno conosciuto Greenberg proprio attraverso Krauss & Co.   L’avventura del modernismo è ordinato secondo un criterio cronologico e tematico. Le...

Rosalind Krauss. Under Blue Cup

Quello che sto per scrivere non suonerà come un’indiscrezione, perlomeno tenendo conto di quello che i lettori più affezionati di Rosalind E. Krauss – la più brillante storica e critica d’arte contemporanea americana, con un nutrito seguito anche in Italia – si raccontano a mezza bocca da dieci anni. Ma soprattutto non suonerà come un’indiscrezione per una ragione più sostanziale, che è l’oggetto principale dell’ultimissimo libro di Krauss. Procediamo per ordine: fine 1999 a Manhattan, in uno dei migliaia di taxi che sciamano a zig zag sfidando la griglia urbanistica della città, Rosalind Krauss vive un’esperienza quasi letale: la rottura di un aneurisma. Raggiunto l’Ospedale di New York a bordo dello stesso taxi viene ricoverata d’urgenza e si salva per un pelo. L’emorragia cerebrale ha pertanto delle conseguenze devastanti sulla sua memoria. Il XX secolo si chiude per Krauss con un vero e proprio azzeramento, un reset dei suoi ricordi.   In tanti consideravamo The Optical Unconscious (tr. it. L'inconscio ottico, Bruno Mondadori 2008) – uno dei...

Tannhaüser, pittore modernista

Esco dall’Opéra Bastille di Parigi dopo aver visto e sentito il Tannhäuser di Richard Wagner con la regia di Robert Carsen, una ripresa della rappresentazione del 2007, interrotta allora da una serie di scioperi del personale tecnico. Per alcuni giorni i motivi wagneriani interferiscono con i miei pensieri finché, abbassatasi la marea emotiva, resta a galla una domanda assai meno seducente, una domanda sul destino del modernismo. Provo a riformularla così: se dovessi individuare un emblema del modernismo nel campo delle arti visive, non esiterei un attimo a indicare il quadro da cavalletto. Se dovessi però specificare l’arco storico in cui s’inscrive questo emblema, non avrei altro che risposte balbettanti quando non contraddittorie.     La crisi della pittura da cavalletto   Da una parte, il quadro da cavalletto entra in crisi sin dalla costituzione stessa del modernismo, come testimonia il titolo di un testo conciso e cruciale del critico americano Clement Greenberg, La crisi della pittura da cavalletto (1948). Dall’altra parte, non solo la pittura da cavalletto sopravvive al postmodernismo ma,...