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Édouard Manet

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Giallo: colore del futuro? / Il giallo di Michel Pastoureau

Con la domanda se il giallo possa diventare il colore del futuro, riconquistando il ruolo positivo avuto nell’antichità e ancora in pieno Medioevo, si chiude il nuovo libro di Michel Pastoureau, Giallo. Storia di un colore, tradotto in italiano da Guido Calza per l’editore Ponte alle Grazie. Istintivamente risponderemmo di no, che è quasi impossibile, che è molto difficile vestirsi di giallo, dipingere di giallo le pareti di casa (forse solo quelle della cucina), comperare un’automobile gialla. Lo stesso Pastoureau nel Colore dei nostri ricordi ci aveva raccontato della delusione provata nel ricevere in regalo proprio una bicicletta gialla. È infatti un colore carico di elementi simbolici negativi, è – già a un approccio immediato – il colore dell’invidia e della gelosia, del vestito di Giuda traditore, della stella di David utilizzata per discriminare gli ebrei. Eppure non ne siamo del tutto convinti: il giallo è anche per noi, come per gli antichi, il colore del sole e dell’oro, delle messi, del miele e dello zafferano, dei primi fiori e di molti frutti; rientra nella storia della pittura e della poesia nelle sfumature più diverse, piene di suggestioni e di fascino, come nei...

Tate Modern / Pierre Bonnard. The Colour of Memory

Una foto di André Ostier ce lo mostra settantaquattrenne, affaticato e malinconico, seduto al sole col suo cagnolino sulle gambe piegate e lunghissime e tra le mani forti e grinzose. Si apre così la mostra che la Tate Modern dedica ora a Pierre Bonnard, con l’obiettivo di dimostrare che il grande pittore espressionista dell’intimità e dell’immediatezza fu soprattutto ossessionato dalla memoria e dalla durata: Pierre Bonnard. The Colour of Memory (fino al 6 maggio; catalogo a cura di Matthew Gale, Tate Publishing, 240 pp., £25). Prendendo come spunto due suoi famosi ‘ritorni’, Nu à contre-jour e Jeunes femmes au jardin, dipinti intorno agli anni Venti, ma rivisitati e modificati in un momento successivo, addirittura oltre vent’anni dopo nel secondo caso, la mostra insiste sullo sguardo idealizzante di Bonnard, capace di trasfigurare il dato iperrealistico di partenza fino a trasporlo in una dimensione atemporale che guarda all’eterno. Dipingeva quasi solo a memoria, del resto, cercando di catturare attraverso il ricordo l’essenza della visione anziché farsi condizionare dal contesto riproducendo dal vivo.   Pierre Bonnard, Nu à contre-jour. Tutt’altro che interni borghesi e...

Eros fame e condivisione / Ricette immateriali. Polenta alla spianatoia

I mangiatori di patate di Vincent Van Gogh può essere un quadro in qualche modo inquietante.  Eppure l’opera raffigura una condizione di antica povertà che non ci appartiene: un gruppo di persone che consuma un misero pasto intorno a un tavolo mal illuminato. Perché l’inquietudine, se Van Gogh rappresentata una condizione estranea ai nostri giorni, ormai dispersa nel ventre di un’epoca buia? Peraltro, la difficoltà che si prova a staccare lo sguardo dal dipinto indica qualcosa che va oltre ciò che di visibile resta sulla tela...   Vito Teti ha scritto che si riflette poco come la bocca è sia la sede del mangiare e del nutrirsi che del parlare. La prima funzione più caratteristica dei miseri di tutti i tempi, la seconda più consona ai ricchi di tutti i tempi. C’è in questa “coincidenza” anche una misura della civiltà che sempre va verso una maggiore condivisione di parole e sentimenti, verso un’importanza maggiore di ciò che è immateriale rispetto a ciò che è materiale, il cibo semplicemente a rafforzare parole e sentimenti. Convivialità è il nome che diamo a questo modo di dire civiltà, a questo modo di intrattenere, insieme alle persone, il tempo.   Convivialità e...

Viktor Stoichita, Effetto Sherlock / Voyeur in lotta

“Siamo diventati una razza di guardoni”, dice con buon senso da “Reader’s Digest” l’infermiera Stella a Jeff, fotografo à la page immobilizzato da settimane a casa per un brutto incidente stradale. “La gente farebbe meglio a guardare un po’ dentro casa propria”, insiste caparbia. Ma Jeff, apparentemente, non la sta a sentire. Del resto, il suo ostinato voyeurismo non funziona poi così bene, zeppo com’è di ostacoli d’ogni sorta, schermi, muri, lampade che si spengono, tende che si chiudono, perfino specchi che riflettono oltre misura. Riuscirà, come sanno i fortunati che hanno visto e rivisto La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock, a risolvere l’inaspettato caso di omicidio coniugale che si svolge dinnanzi al suo teleobiettivo perennemente puntato sulle finestre di fronte. Ma con quanti intralci! E tutti, per giunta, di natura eminentemente visiva. Se siamo, forse, un popolo di impenitenti spie pruriginose, come sostiene Stella, non abbiamo per nulla vita facile. La cosiddetta civiltà delle immagini non la passa così liscia come si dice: ogni visione ha filo da torcere.   Hitchcock, Rear window (1954).  Il fatto è che, come spiega lo storico dell’arte Viktor...

Una scultura che non è una. Anish Kapoor e il sesso

Punto cieco   A pochi mesi dall’affaire Paul McCarthy, con il suo anal plug eretto al centro dell’elegante Place Vendôme (vedi Jeff Koons è un aspirapolvere), Anish Kapoor – estraneo allo spirito di provocazione che segna la carriera di McCarthy – espone a Versailles. Dirty Corner è una scultura d’acciaio, un tunnel rosso ruggine lungo 60 metri, protetto da enormi blocchi di pietra di 25 tonnellate. Già presentata alla Fabbrica del Vapore di Milano nel 2011, è ora installata nei giardini regali. In un’intervista rilasciata prima dell’apertura al Journal du dimanche, Kapoor ha dichiarato trattarsi della “vagina della Regina che prende il potere” e che mira a “bouleverser l’équilibre” e “inviter le chaos”, insomma la vendetta di Marie-Antoinette.     Paul McCarthy, Tree, Place Vendôme, 2014,   Il caos ha risposto all’invito: come l’aquilone di McCarthy, sgonfiato e reciso, privato del suo potere fallico, il 17 giugno la scultura di Kapoor era macchiata da schizzi di pittura gialla. Il vandalo inseminatore è rimasto anonimo. Mentre la stampa s’interrogava sulla vague pudibonda della società francese, su “Le Figaro” (era da tempo che questo quotidiano non...

Panchine

Sto seduto su una panchina in Parco Sempione, a Milano, e leggo una recensione del recente libro di Michael Jakob sulla panchina... Mi viene voglia di scattare una fotografia alla panchina vuota che ho di fronte, o magari a quelle altre più lontane, ma la riproduzione del bellissimo Nella serra sul giornale mi inibisce. Mi guardo intorno, cerco in testa un’idea, rileggo la recensione e a questo punto mi chiedo: nel libro di Jakob sarà dedicato spazio anche alla fotografia? Dalla recensione parrebbe di no. Peccato.   Édouard Manet, Nella serra, 1879   Mi viene allora in mente il bellissimo pezzo di Geoff Dyer sulle panchine in L’infinito istante, un libro prezioso. Vi ricordate? “Sebbene possa essere usata come tale, una panchina non è un letto. E non è nemmeno una sedia. Le sedie si spostano, si radunano in modi diversi, si riconfigurano secondo le esigenze [...] La panchina siede all’esterno aspettando [...] Una sedia si può adattare all’ambiente in cui è inserita; una panchina resiste alla bufera, prende qualsiasi cosa la vita le abbia destinato. [...] Si ha spesso la sensazione che le...

Speciale Jeff Wall | Davanti al nightclub

Baudelaire l’ha ingiunto con autorità: basta dipingere scene del passato, uomini in toga; si dipinga la “vita moderna”, scene contemporanee in abiti d’oggi. Manet ne ha dato la versione più innovativa: non solo realismo ma anche intelligenza interpretativa. Intanto era arrivata e si era diffusa la fotografia.   Édouard Manet, Ballo in maschera all’opera, 1873.   Scrive il critico Thierry de Duve che “è come se Wall fosse tornato indietro al bivio della storia”, al momento in cui con Manet la pittura registrava lo shock della modernità e della fotografia; come se avesse seguito la strada che non è stata presa dalla pittura e l’avesse ripresa in fotografia. Non in senso conservatore e in nome della continuità, bensì con la consapevolezza di ciò che è accaduto nel frattempo, le avanguardie e i loro rovesciamenti, e della nuova posizione da cui si riprende.   Oggi infatti, con lo stereotiparsi e svuotarsi dei gesti e dei linguaggi, dice Wall, questo è cambiato, che ci si sente un po’ come se fossimo fuori dalla realtà,...

Alberto Castoldi: l’incubo e la mappa

I libri di Alberto Castoldi sono ossessioni che si trasformano in parola e così diventano passioni o meglio, come direbbe Roland Barthes, “plaisir du texte”. Sin dagli esordi l’autore accompagna il lettore in un mondo buio, nascosto, gli mostra un insieme di liasons dangereuses, in cui sono coinvolti testi e immagini apparentemente distanti, che egli riesce ad annodare grazie a uno sguardo obliquo, insolito, spiazzante. Si potrebbe dire perturbante. Ma è nei suoi due ultimi saggi che questo insieme di ossessioni trova un’altra strada da percorrere e un approdo dagli esiti doppi: l’incubo e la mappa, l’informe e la sua razionalizzazione.   In Ritratto dell’artista “en cauchemar” (Sestante Edizioni, 2011) la riflessione di Castoldi ruota intorno al dipinto L’incubo di Johann Heinrich Füssli. Dall’analisi delle sue componenti – il sonno, la camera, il letto, il mostro, la connotazione sessuale dell’episodio – l’autore traccia i confini di un immaginario iconografico e semantico dell’incubo, che dal modello archetipico di Füssli migra nelle opere di...

Tannhaüser, pittore modernista

Esco dall’Opéra Bastille di Parigi dopo aver visto e sentito il Tannhäuser di Richard Wagner con la regia di Robert Carsen, una ripresa della rappresentazione del 2007, interrotta allora da una serie di scioperi del personale tecnico. Per alcuni giorni i motivi wagneriani interferiscono con i miei pensieri finché, abbassatasi la marea emotiva, resta a galla una domanda assai meno seducente, una domanda sul destino del modernismo. Provo a riformularla così: se dovessi individuare un emblema del modernismo nel campo delle arti visive, non esiterei un attimo a indicare il quadro da cavalletto. Se dovessi però specificare l’arco storico in cui s’inscrive questo emblema, non avrei altro che risposte balbettanti quando non contraddittorie.     La crisi della pittura da cavalletto   Da una parte, il quadro da cavalletto entra in crisi sin dalla costituzione stessa del modernismo, come testimonia il titolo di un testo conciso e cruciale del critico americano Clement Greenberg, La crisi della pittura da cavalletto (1948). Dall’altra parte, non solo la pittura da cavalletto sopravvive al postmodernismo ma,...