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Elie Wiesel

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Fuggire da Pyongyang

La Corea del Nord è un grosso buco nero. Non è la Svizzera pulita e ordinata che pretenderebbe Antonio Razzi, uno che con l'italiano arranca e sembra avere più dimestichezza con le serre di pomodori che con i Lager. La Corea del Nord è un buco nero che separa le macchie luminose della Cina e della Corea del Sud, nelle immagini notturne scattate dai satelliti. La Corea del Nord è un buco nero anche per le organizzazioni internazionali che si occupano di diritti umani. La Corea del Nord, forse proprio in virtù del suo essere oscura e impenetrabile, è un tema interessante per i lettori italiani: in soli quattro mesi, il libro di Blaine Harden Fuga dal Campo 14, pubblicato da Codice Edizioni, ha venduto più di ventimila copie. I lettori italiani, evidentemente, sono meno creduli dei loro politici.     Fuga dal Campo 14 racconta l'inferno di Shin Dong-hyuk, l'unica persona nata in un campo di prigionia nordcoreano che sia riuscita a scappare e raccontare la sua storia. A scriverla ci ha pensato Blaine Harden, giornalista americano che per quindici anni ha lavorato come corrispondente estero per il...

Presenza/Assenza del padre

Potremmo definire questo periodo storico come quello del lamento per l'assenza dei padri. E poiché ogni tendenza esprime una controtendenza, abbiamo fortunatamente anche una letteratura che insiste sull'importanza del Padre. Ivo Lizzola ha pubblicato di recente, presso Pazzini, La paternità oggi. Tra fragilità e testimonianza. Pedagogista e collega all'Università di Bergamo, Lizzola presenta un discorso differente sul Padre: più che lamentarne l'assenza, ne sottolinea l'importanza per il figlio, poiché ogni padre è padre del figlio e ogni figlio è figlio del padre. Legame che presuppone l'elezione, la scelta.   Lizzola rileva che “quella del padre è una precedenza che lascia essere, non una precedenza che incombe”. La paternità è, in qualche modo, sempre un'adozione. Una scelta propria del padre, che apre al figlio mondi possibili. Una scelta sui generis, non programmabile. Non è finalità cosciente, siamo di fronte a un paradosso.   Il padre è sempre anche un figlio nella trasmissione generativa e, come asserisce il...

Elie Wiesel. Rashi

“Perché Rashi? E perché io?”, si chiede Elie Wiesel nella prefazione al suo ultimo libro, Rashi, in uscita presso la casa editrice Giuntina e del quale proponiamo la lettura di alcune pagine in anteprima. La risposta alla prima domanda è che Rabbi Shlomo ben Yitzchak, Rashi appunto, fu il più grande commentatore del Talmud di Babilonia (la raccolta delle tradizioni rabbiniche, di cui esistono due versioni, quella detta di Gerusalemme e quella chiamata Babilonese, redatte tra il V e il VI sec d.c.). La risposta alla seconda, è che Elie Wiesel ama profondamente Rashi, gli è grato per molte ragioni - che spiega nel libro- e, soprattutto, ne ha nostalgia. Wiesel inizia ricordando l’influenza di Rashi nella sua vita, e parla del legame profondo, intenso, vissuto sempre al presente, che unisce maestro e allievo, anche quando sono separati da secoli, nella tradizione ebraica. Passa poi a dare qualche esempio del metodo interpretativo rabbinico, la cui creatività può sfociare in una complessità disperante. Nel Talmud si dice che la Torah fu data a Mosè come fuoco bianco inciso con fuoco nero: il fuoco nero sono le lettere, il fuoco bianco è lo spazio tra le lettere, lasciato vuoto da Dio...