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Enrico Letta

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Insegnare: un mestiere creativo e artigianale

Anticipiamo un estratto del libro di Marco Rossi-Doria con Giulia Tosoni, Insegnare. Intervista sulla scuola che ci meritiamo (Edizioni Gruppo Abele, Torino 2015), frutto di un intervista svolta nel 2014.   Tu sei considerato un esperto di temi educativi e, in particolare, di educazione nei contesti difficili, quelli di massima esclusione sociale. Inoltre sei stato formatore, consulente su queste tematiche per diverse istituzioni e sei anche stato impegnato in politica e in incarichi istituzionali, in particolare come Sottosegretario all’Istruzione nei Governi Monti e Letta [ndr. Sottosegretario all’Istruzione nel Governo Monti dal novembre 2011 al marzo 2013 e nel Governo Letta dal maggio 2013 al febbraio 2014]. Però definisci te stesso soprattutto come maestro, come insegnante. È stato questo il tuo mestiere sin da quando eri molto giovane. Credo, allora, che sia importante in questa conversazione, che attraversa tutte le fasi della tua esperienza professionale, insistere sul mestiere di insegnare. E su come hai scelto di svolgerlo, pensando e attuando, insieme ad altri, forme di educazione non convenzionale, attive, innovative, anche mirate...

Politica a colpi di tweet

Twitter sta vivendo da tempo un momento di notorietà e celebrazione nella comunicazione politica italiana, sia nel dibattito pubblico che in quello degli addetti ai lavori. Le possibilità di disintermediazione che ha introdotto, la capacità di aggregare conversazioni, l’immediatezza del linguaggio e la velocità di propagazione dei contenuti ne fanno uno strumento adatto ad una politica post-partitica, a quella “democrazia ibrida” – così la definisce Ilvo Diamanti – che predispone la sua messa in scena dissolvendo i confini tra Rete e mass media.   Twitter diventa così un interessante luogo di osservazione della rappresentazione della politica, capace di mettere a fuoco il mutamento sia delle dinamiche della rappresentanza che della funzione dei media nel costruire rappresentazioni in un’epoca di narrazione rete-centrica del rapporto politica-cittadini, come quella introdotta dal Movimento 5 Stelle.   Il vero problema è quale sguardo adottare per analizzare questa realtà senza confondere le potenzialità – come la disintermediazione – e le caratteristiche...

La nobile arte di Pippo Civati

C'è un modo di dire che si sente ogni tanto riguardo Pippo Civati e che spiega parecchio del personaggio, anche se non in termini del tutto positivi: "Stare dalla parte di Civati ti fa sentire bene ed è senza conseguenze". Nel senso che Civati rappresenta l'anima più nobile, meno compromessa e meno passatista, della sinistra del Pd. Allo stesso tempo, però, vista la radicalità del suo essere outsider, ci sono ben poche speranze che in tempi brevi Civati debba rendere conto di quanto promette. E questa sensazione rincorre il lettore, ormai disilluso quasi per obbligo, lungo tutte le nobili pagine del suo Qualcuno ci giudicherà (Einaudi, Stile Libero, 2014) libro-manifesto di una possibile politica civatiana uscito per Einaudi: tutto bello, tutto giusto, ma tutto troppo facile detto da chi al momento sembra stare ai margini della discussione politica.   In verità, Pippo Civati è stato avvistato in televisione nei giorni scorsi, in un collegamento con La7 per commentare, ovviamente, lo straordinario 40% ottenuto alle europee dal Pd, partito in cui lui si colloca come "ribelle"; meglio: come...

Renzi, l'uomo in Smart

L’uomo smart in Smart. Così si è presentato l’altro giorno all’uscita da Palazzo Chigi Matteo Renzi, prossimo Presidente del Consiglio, arrivato a questo incarico senza passare per il bagno delle urne, ma conquistando la segreteria del PD attraverso le primarie. In realtà, la macchina che guidava, la piccola city car, non è sua, bensì di un deputato del suo cerchio. Però a tutti è apparso evidente che quel mezzo di trasporto, agile, piccolo, veloce, malandrino, era l’abito perfetto con cui Renzi si mostrava nel momento del passaggio da leader di un partito a capo del governo nazionale.   Smart è una parola inglese la cui traduzione non è molto facile. Vuol dire: intelligente, abile, brillante, alla moda, ma anche furbo e insieme veloce. Non è più un termine, piuttosto un vero e proprio campo semantico, che copre di sé una vasta gamma di significati, tutti connessi alla novità, alla velocità, alla bravura. Le Smart City sono le città intelligenti, che secondo gli urbanisti crescono senza ledere il territorio circostante, che smaltiscono bene i...

Generazione Letta

In giacca e cravatta, in piedi davanti alla tribuna, con dietro l’albero di Natale e le lucine sfavillanti a intermittenza, Enrico Letta ha proclamato il 2013 l’anno della svolta generazionale. Di colpo, ha detto, l’Italia ha recuperato trent’anni nel calendario. Parlava, naturalmente di se stesso (classe 1966), di Angelino Alfano (classe 1970) e Matteo Renzi (classe 1975).     Da qualche tempo il tema della generazione è diventato un refrain in molti discorsi, visto il permanere di un blocco lunghissimo nel ricambio della classe dirigente. Punto e a capo? Forse sì, anche se resta da capire cosa sia esattamente una generazione, e di quale generazione parli Letta nel suo orgoglioso discorso di fine anno.   Una prima risposta la possono fornire i dizionari etimologici. La definizione canonica è: “atto del generare fondamentale per far proseguire la presenza degli umani nel mondo”, ovvero “la discendenza di padre in figlio”; cui segue: “l’insieme di coloro che hanno all’incirca la medesima età”; e infine una terza definizione: “tutti coloro che pur...

Una giornata fra l’élite e i forconi

Le quattro di pomeriggio del 9 dicembre 2013, Torino, giorno feriale, cristallo invernale sciolto nella paura relativa, nel disagio relativo, nel relativo caos: tre autobus vengono fermati da un gruppo di manifestanti e dai vigili urbani che controllano la loro puntuale disorganizzazione. Alla fermata di via Accademia Albertina ci sono due ragazzi, uno smilzo l’altro grosso, il secondo col bomber il primo con una giacca di jeans imbottita, e una sciarpa finta di Louis Vuitton annodata al collo. Il primo fuma, seduto sulla panchina, mentre li affrontano a male parole tutti quelli che escono forzosamente dai mezzi: giovani e anziani, universitari e donne con il due ruote per la spesa vuoto (i mercati sono chiusi).   Mi sposto alla fermata successiva – ce ne sono due a ogni fermata, non guidano, non danno indicazioni, soltanto rispondono a voce alta alle imprecazioni degli astanti. Per ogni ‘voglio solo andare a lavorare’, ‘se non ci seguite il lavoro lo perderete anche quelli che ce l’hanno’. Per ogni ‘è una cosa fascista’, l’urlo ‘vaffanculo coglione, se c’era il Duce a questo punto non ci...

Il tocco della folla

Un tempo le mamme alzavano i figli perché il Papa, o il leader politico, potesse toccarlo, quasi possedesse il tocco magico che un tempo s’attribuiva ai reali di Francia. Tutto avveniva in piazza, nel corso di una cerimonia, di un’inaugurazione o di un raduno. Da Mussolini a Stalin il bimbo in braccio, o il tocco della folla, erano d’obbligo e segnano il XX secolo, l’età della massa, come ha detto Elias Canetti, per cui la sua forza appare superiore alla somma delle singole parti, gli individui, che alla fin fine contano davvero poco. Il XXI secolo è probabilmente cominciato quando Andy Warhol ha detto o scritto – dove non si sa con certezza – che ciascuno poteva aspirare a quindici minuti di celebrità: l’età degli individui. Tutto è cominciato con la televisione, dove bastava apparire per “essere”.   I leader politici sono stati veloci a capirlo, e poiché a loro non bastano quei quindici minuti, ma aspirano a tempi ben più lunghi, hanno cominciato a studiare strategie differenti per apparire dopo il tramonto dei capi taumaturghi. Il nuovo maestro nel campo...

Berlusconi: Dudù!

Berlusconi scende dall’auto, ha gli occhiali da sole nonostante la giornata di pioggia, la mascella serrata. Il video pubblicato da Oggi  riprende il suo arrivo a palazzo Grazioli il giorno dello strappo col governo Letta. Inopinatamente, sulla spalla del capo compare Dudù, il barboncino. Lo tiene come un sacco dal peso lieve. Dudù, dopo un rapido movimento della testa, sembra inanimato, più simile ad una sciarpa voluminosa che ad un cane.     Una foto, scattata qualche giorno prima, ritrae Berlusconi da dietro, a villa San Martino. Si vede la nuca, mezza schiena fasciata dalla giacca blu, frammenti d’arredamento. Dudù è appoggiato alla spalla sinistra del presidente. Lo sguardo – due piccoli occhietti neri - va in avanti, verso l’obiettivo, secondo una prospettiva inusuale per un cane. Il terreno, inevitabile punto di riferimento per chi si orienta con l’olfatto, si allontana. Pare tranquillo, probabilmente è abituato a questo  trattamento, come testimoniano le numerose foto che lo colgono insieme a Francesca Pascale, in cui è raro vederlo  a terra, libero di essere...

Berlusconi. Sfondi per un pensiero libero

Sua eccellenza SB,  sempre più orientale dopo gli ultimi ritocchi di fotoshop, vestito di blu in doppio petto, inizia a fare un suo discorso di sedici minuti e trenta secondi, in cui dichiara il proprio interesse al destino dell’Italia. Termina il suo manifesto con un accorato: Forza, Forza, Forza Italia. Agita le braccia come un Pinocchio che si sia staccato dai fili di Mangiafuoco, e alza il tono della voce.     Lo sfondo è una Arcore talmente decolorata da somigliare a una stanza di Casa Vianello o al set di un mobiliere della vicina Brianza, in cui gli antichi opifici stentano vicino ai cancelli della villa suprema. Libri dello stesso colore e della stessa forma danno l’effetto di quelli che si ordinano per riempire una scena di film. Nel mezzo alla libreria, sono annidate le foto di famiglia, che testimoniano dell’affetto del padre per i suoi rampolli e per quelli della patria, di cui si sente responsabile.     Quando rivela agli italiani che c’è la crisi economica, colpa del bombardamento fiscale (un lemma degno di sua eccellenza FT Marinetti), SB svela i suoi modelli retorici. Quelli...

Il corpo di Andreotti

Ma Andreotti ha avuto un corpo? Al di là degli occhiali, delle orecchie, della “gobba”, cosa altro ha definito per quasi settant’anni di storia repubblicana la corporeità di uno dei suoi personaggi più celebri? Se la posa, come ha scritto Roland Barthes, è l’affermazione dell’essenza di un individuo, nel caso del Divo Giulio la postura ieratica è stata per molti decenni la prova provata che non possedeva un corpo, o meglio lo nascondeva con efficacia sotto il doppiopetto ministeriale democristiano, prima, e poi gli abiti grigi del nuovo look post-degasperiano di governi più o meno balneari, e di tanti altri incarichi ricoperti da Andreotti con lo stesso passo e la stessa gestualità che avevano i papi almeno fino a Pio XII e a Paolo VI, ultimi eredi di un potere spirituale, e insieme temporale, tutto racchiuso nei riti di Santa Romana Chiesa.     Si racconta che il primo incontro tra il giovane Giulio e il maturo leader tridentino, Alcide De Gasperi, sia avvenuto nelle sale della Biblioteca Vaticana, dove l’austero capo dei popolari aveva trovato rifugio dalla persecuzione del...

Limerick

C'era un premier pisano, in quel di Drò, che a fare un bel governo si provò: «Non voglio ci sian quivi ministri divisivi». E quindi non divise. Ma imperò   Coda   «Larghe le intese, stretti si stia: ma quanto costò la crostata di zia?»   (apparso su L'Espresso di venerdì 3 maggio)       Sei il premier ch'è venuto dopo Monti e oscilli senza posa tra due fronti: «Abbasso l'Imu o l'Iva?» La scelta è tassativa, e questa è già la pena: che tu sconti.