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Ferran Adrià

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Polveri nutrizionali

Soylent è una start-up californiana, generosamente finanziata da investitori della Silicon Valley, che ha fatto molto parlare di sé sulla rete per aver sviluppato un composto in polvere solubile che riunisce, perfettamente bilanciati, tutti i nutrienti utili all’alimentazione umana. Disciolto nell’acqua dà origine in pochi secondi a una bevanda vellutata, con un sapore che taluni definiscono bonariamente “non-specifico”. È venduto in una busta bianca studiatamente anonima, su cui la grafica si riduce a una tabella nutrizionale grande e leggibile. Il messaggio è chiaro: «Ti do tutto quello che serve al tuo organismo e niente di più. Nemmeno un’emozione».   Al di là dell’idea di prodotto, che non è nuova, l’aspetto interessante di Soylent è il pubblico a cui si rivolge e presso cui sta riscuotendo un discreto successo, almeno negli Stati Uniti. Non si tratta di atleti o culturisti che si sottopongono a un regime alimentare severo in funzione delle loro prestazioni, né di obesi in dieta, ma di manager o aspiranti manager, i quali, troppo assorbiti dai...

Che cos’è il food design

Food design è un’espressione che da qualche anno si incontra spesso. Si legge sui giornali, si sente pronunciare in televisione, si insegna nelle università, per non parlare del web, dove una ricerca produce milioni di risultati. Abituati a pensare la parola “design” accanto a molte altre – web, game, interaction ecc. –, non ci stupiamo più di tanto. Se non fosse che a esser rielaborato, progettato, pensato e disegnato questa volta è l’oggetto più antico che l’uomo abbia mai prodotto: il cibo.   Ecco allora spuntare, puntuali, gli immancabili dibattiti fra apocalittici e integrati. I primi indignati dall’idea di rielaborare la cara vecchia cucina, e quindi a profetizzare la perdita dei valori della tradizione e la corruzione del gusto. I secondi a magnificare le ultime possibilità che la tecnologia dischiude: nuovi sapori ma anche nuovi modi di preparare il cibo, di produrlo, di renderlo disponibile. Così, mentre il dibattito prospera, eccoci ad ammirare tazzine da caffè edibili, patatine a forma di ditale da intingere nelle salse, collane di cristalli di zucchero,...

Il mio nome è Noma

Ormai manca poco. Domani, durante la finale di “The World's 50 Best Restaurants Award”, l’imponente competizione internazionale promossa dalla rivista britannica Restaurants, verrà proclamato il “miglior ristorante del mondo” per l’anno 2013. E sarà una sorpresa, nel senso che, archiviato il periodo (2006 - 2009) di incontrastato successo di Ferran Adrià con El Bulli, volgerà al termine, anche a causa di uno scandaletto ad hoc, la lunga era del Noma di Copenhagen, vincitore dal 2010 al 2012. Così, mentre aspettiamo il nome del nuovo ristorante chiamato a portare il vessillo di eccellenza della gastronomia internazionale, è il caso di rendere conto dell’esperienza del Noma, convinti che questa stessa esperienza e il suo successo siano esemplari, segno di più ampie e profonde metamorfosi a Nord del Vecchio Continente.   Una prima considerazione è che la cucina del Noma, pur essendo stata inserita e lanciata all’interno di un frame spettacolare come quello della manifestazione sopra citata, difficilmente potrà essere archiviata come fenomeno passeggero, “moda del momento”. Anzi, già dalla sua nascita si propone come progetto a lungo termine, collettivo e politico. Il Noma...