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Francesco Alberici

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Romaeuropa Festival / Anni luce per la nuova scena italiana

L'attrice posa col gomito sul tavolo ingombro di pagine di copioni, caffè, qualche matita, mentre il regista, più avanti sul palco, parla al pubblico. Improvvisamente il gomito le cede di schianto e lei sbatte violentemente il viso sulla superficie di legno, facendo sobbalzare tutta la sala. Le mani corrono al volto, il dolore è squassante. Ora le scosta: ride! Non è niente, era uno scherzo, ha lasciato andare la testa per simulare il colpo e ha percosso il tavolo da sotto il piano. La gag è gretta ma funziona. Il regista, Francesco Alberici, vuole provarla. Si siede al posto dell'attrice e tenta la mossa, ma il risultato non convince, il colpo non è ben simulato. Ci riprova. Niente, non va. Più credibile è la reazione successiva, il grido straziante, teatrale: Alberici in terra, si rotola sul palco, il corpo è percorso da spasmi.   Si tratta di una delle scene centrali di Diario di un dolore, debutto dell’attore/autore milanese (spesso sul palco diretto dal duo Deflorian/Tagliarini oppure con la propria compagnia Frigoproduzioni) al Romaeuropa festival della capitale. Nella settimana dal 6 all’11 ottobre – poco prima, dunque, che le attività teatrali e gli eventi...

Misure economiche di sostegno / Il virus, la socialità, i teatri

Stazione di Bologna, ore 8.25. È in arrivo sul primo binario il treno che porterà i pendolari a Modena, Reggio, Parma, Piacenza. La banchina a quest’ora di solito è fitta di gente. Oggi potrei contare i viaggiatori: una quindicina? (io stesso, che dichiaro e dichiarerò più avanti di non voler essere vittima della paura, viaggio con amuchina al seguito).  Giro in centro a Bologna, ieri: bar semivuoti. Cosa resta da fare in questi giorni di cinema chiusi, di teatri chiusi, di sale di concerto sbarrate, di scuole svuotate? Comprare libri, mi dico: recuperare tutto quello che non siamo riusciti a leggere, che avremmo voluto leggere, concentrarsi su un saggio impegnativo e illuminate, lasciarsi andare e qualche bel romanzo o anche a qualche lettura puramente rilassante. Darsi il tempo per pensare. Per vagabondare. La libreria sarà piena, penso. Sbagliato: chiedo un titolo, Spillover di David Quammen, un libro su come i virus che colpiscono gli animali si trasformino e attacchino l’uomo, ormai un classico, ristampato nell’economica Adelphi: e sono circondato da tre commessi. La libreria è vuota, il libro è praticamente esaurito, sono in attesa di ristampa. Gentilissimi, controllano...

Festival Vie / La verbosa apocalisse di Rambert e il virus

“Tutti nervosi!” dice con rassegnata ironia il dottor Dorn nel primo atto del Gabbiano di Cechov. E quest'aria di novecentesca nevrastenia investe fin dalle prime note – Marie-Sophie Ferdane le trae da un violino – la scena di Architecture di Pascal Rambert che, sei mesi dopo il suo debutto avignonese, è approdato con il suo poderoso vascello da crociera sul palco dell'Arena del Sole di Bologna per il festival Vie: è appena trattenuta nelle espressioni inquiete e nei corpi immobili che in una specie di quadrilatero militare, formato in uno spazio disseminato di tavoli, sedie e chaise-longues in stile Biedermeier, ascoltano con finta deferenza lo sfogo di un padre offeso dal silenzio di un figlio luciferino che lo ha insultato e ora lo osserva di sbieco – ha un aspetto da uccello malevolo Stanislas Nordey – lontano da lui, ma anche da sorelle, fratelli, cognati, e una matrigna troppo giovane; nessuno che osi contrastare il vecchio, numinoso Architetto, dal quale tutti in un modo o nell'altro dipendono. La smisurata ambizione teatrale di Rambert, autore e regista, tetanizza gli attori, imbroglia le carte dell'anacronismo e della profezia – le profezie d'altronde sono sempre rivolte...