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George Orwell

(21 risultati)

Sfida o no? / Salvini, o della provocazione

In una comunicazione malata di attenzione a vincere è la provocazione. Il campione mondiale di questa strategia, ne abbiamo avuto diverse prove, è ovviamente il presidente americano Donald Trump, capace, con i suoi tweet incendiari contro (e con) Kim Jong-un, di rischiare un’escalation atomica pur di mantenere (o sviare) il centro dell’attenzione. Un altro campione è certamente Matteo Salvini, arrivato a provocare i giudici impegnati sul caso della nave Diciotti chiedendo che se la prendessero con lui. Posto poi, una volta iscritto nel registro degli indagati, gridare alla vergognosa persecuzione nei suoi confronti. Parlando del Ministro degli interni italiano più che davanti alla trumpiana arma di distrazione di massa pare di trovarsi davanti alla provocatio nella sua più schietta radice latina: ovvero, come ci informa la Treccani, un “invito alla lotta, sfida al combattimento o a un duello” (ma anche, lo si noti perché tornerà utile, “appello a un giudice superiore”). C’è tuttavia un particolare decisivo che ci instrada a distinguere sfida e provocazione e cogliere così il senso dell’agire salviniano. La sfida si rivolge all’altro e mette in gioco l’onore tanto di chi la subisce...

Una distopia catastrofica / Ermanno Cavazzoni, La galassia dei dementi

Com’è noto, una delle differenze principali fra l’utopia classica (l’utopia positiva) e l’utopia negativa o distopia consiste nel diverso peso della dimensione narrativa. Un mondo ideale tende alla staticità, e perciò mal si presta a generare storie: tant’è vero che nell’eponima Utopia di Thomas More o nella Città del Sole di Tommaso Campanella la descrizione prevale sul racconto. Un mondo imperfetto – guasto, opprimente, infernale – offre invece grandi risorse all’immaginazione romanzesca. Ma anche in questo caso si può istituire una distinzione fondata sul diverso equilibrio tra lo sfondo (i lineamenti generali del mondo inventato) e il primo piano (l’intreccio propriamente inteso). In alcune distopie il punto di forza è l’idea di partenza, la trovata iniziale, e l’azione non fa che svolgerne gli effetti. Tale, ad esempio, è il caso del celebre Brave New World di Aldous Huxley (1932): ciò che accade ai personaggi è secondario rispetto all’applicazione del principio della divisione del lavoro e della produzione su catena di montaggio alla biologia umana. Lo stesso dicasi per il romanzo di Michel Houellebecq La possibilità di un’isola (2005). Se la vicenda non manca di interesse,...

Jonathan Friedman / Politicamente corretto?

In uno dei capitoli finali di Tristi Tropici Lévi-Strauss fa un’affermazione nei confronti dell’Islam che oggi sarebbe facilmente definibile come scorretta politicamente: “Sul piano estetico, il puritanesimo islamico, rinunciando ad abolire la sensualità si è contentato di ridurla alle sue forme minori, profumi, merletti, ricami e giardini. Sul piano morale ci si trova di fronte allo stesso equivoco di una tolleranza ostentata, a danno di un proselitismo il cui carattere compulsivo è chiaro. Effettivamente il contatto coi non-musulmani li mette in angoscia.   Il loro genere di vita provinciale si perpetua sotto la minaccia di altri generi di vita, più liberi e più facili del loro, che rischia di essere alterato con la sola contiguità. Piuttosto che parlare di tolleranza, sarebbe meglio dire che questa tolleranza, nella misura in cui esiste, è una continua vittoria su loro stessi. Preconizzandola, il Profeta li ha condannati a una situazione di crisi permanente, che risulta dalla contraddizione tra la portata universale della rivelazione e l’ammissione della pluralità delle fedi religiose” (Lévi-Strauss, 1955, pp. 344-345). A leggere solamente la prima parte di questa...

Bisogno di sicurezza / P. Dick e il controllo del crimine

Come noto, alcuni termini ed espressioni linguistiche contrassegnano epoche e ne segnalano le ‘forme di vita’. Tra questi si collocano a pieno titolo i binomi “rischio-pericolo” e, connesso, “paura-insicurezza”.  In effetti la nostra società da qualche tempo si è lasciata alle spalle la serena aspettativa di un progresso scientifico globale e inarrestabile, in grado di dominare le insidie diffuse. Sia quelle naturali da cui si intravede il pericolo, sia quelle umane tecnologiche o conflittuali da cui nasce il rischio. Oggi si intravede un temibile paradosso: gli uomini divengono sempre più "dei" grazie al progresso, come ben ricorda Hariri (Da animali a dei, Bompiani, 2014) ma nel contempo si accorgono che l’ignoto è sterminato e non finisce mai. La natura talora è indomabile tra terremoti e catastrofi, la tecnologia talora sfugge di mano a fronte di disastri non calcolati, la mano umana talora è inesperta nel progettare il suo presente. Non basta: talora è lo stesso uomo che provoca ostilità all'interno del suo genere provocando conflitti tra persone, gruppi o nazioni, mostrando aggressività nel confronto con l'Altro.   Di qui la constatazione che l'insicurezza e la...

Libera dalla misura / Scuola. Valutazione, meritocrazia e premialità

La riflessione sulla competizione di Beatrice Bonato, insegnante di scuola superiore e studiosa di filosofia, tocca tutti gli aspetti della realtà sociale: Sospendere la competizione, 2015 discute la presenza costante e inavvertita degli elementi agonici della sfida, del merito, della valutazione nelle trame sottili dei discorsi che orientano le nostre vite. La logica della competizione – guerra, sport, politica, mercato e su tutto educazione – è infatti stata naturalizzata ed ha assunto il ruolo di forza dinamica biologica fino a diventare un potente meccanismo di produzione di soggettività, che determina condotte individuali all'interno di scenari considerati socialmente desiderabili.  L’ideologia della valutazione oggi dominante è infatti strutturata come insieme di pratiche “di sapere e potere” e trova nelle società contemporanee applicazioni sempre più pervasive e diffuse: si vuole rispecchiamento oggettivo della realtà ma è piuttosto (secondo la definizione datane da Valeria Pinto) «uno strumento informativo-operativo» che «crea le realtà limitate che di volta in volta valuta (ossia indirizza, modifica, determina)». È dunque un dispositivo governamentale in senso...

Snowden, il rapporto di minoranza

C’è una sfida alla base di Citizenfour. Non solo di natura produttiva, come è facile immaginare, ma una vera e propria sfida di tipo narrativo, che dalla narrazione si estende al senso stesso dell’intera operazione. Perché costruire – e conseguentemente lanciare – un film realizzato in presa diretta su fatti che si compiono nell’istante stesso in cui sono raccontati, con la consapevolezza, però, che quegli stessi fatti al momento della distribuzione saranno già storia vecchia o quantomeno risaputa, è un problema tutt’altro che trascurabile. Eppure il documentario di Laura Poitras che racconta la folgorante ascesa alla notorietà di Edward Snowden punta a ottenere qualcosa d’altro rispetto al sensazionalismo o all’effetto scoop.     Girato in presa diretta – e su richiesta di Snowden stesso – il documentario illustra la vicenda dell’informatico statunitense a partire dal momento in cui egli decide (con lucida scientificità) di rendere nota la bieca condotta del governo americano in materia di trattamento dei dati personali dei privati cittadini,...

Una conversazione con l'autore de "Il regno" / Emmanuel Carrère: "Una questione di responsabilità"

«Perché scrivo? Esiste un testo di George Orwell che consiglio di leggere, intitolato appunto così, Why I write. È semplice, diretto e profondamente vero. Secondo Orwell esistono almeno quattro motivazioni per cui si decide di scrivere. Prima fra tutte è l'egoismo: il desiderio di sembrare intelligenti, di lasciare una traccia, una testimonianza del proprio passaggio. Poi c'è il piacere estetico, quello che si ricava dalla fabbricazione di un oggetto letterario. Si può anche scrivere per saperne di più sul mondo, per esplorare la realtà. E infine (e queste erano le ragioni di Orwell, del suo costante impegno a favore della verità e della libertà degli individui) si scrive con un obiettivo “politico”, per spingere il mondo in una direzione precisa».   Emmanuel Carrère non ha rivelato quali siano le ragioni del suo scrivere, così come ha brillantemente eluso qualsiasi domanda riguardante i “trucchi del mestiere”. Ma era era necessario, in fondo? Come ben sanno i suoi lettori (molti, anche qui in Italia), non esiste scrittore che ami, come lui, mettere in scena il “farsi” della propria scrittura, i tentennamenti, le difficoltà, gli entusiasmi. Al centro c'è sempre Emmanuel...

Orwell, Amazon e l’economia domestica del libro

Nella burrascosa tenzone tra Amazon e Hachette che ha infervorato il gossip editoriale agostano, di recente ripercorsa su queste stesse pagine da eFFe con una condivisibile proposta politica al lettore, ha fatto molta sensazione, tra le altre cose, una goffa citazione di George Orwell. I portavoce di Bezos hanno estrapolato un brano dal contesto originale, interpretando alla lettera un’evidente antifrasi, da un testo pubblicato il 5 marzo 1936 sul «New English Weekly», dove lo scrittore recensisce parte del programma editoriale dei mitici tascabili Penguin. Come il «New York Times» ha segnalato tra i primi, infatti, basta leggere un estratto un po’ più corposo per cogliere l’ironia dell’articolo:   «Sei centesimi, per i Penguin Books, sono spesi magnificamente, tanto magnificamente che se gli altri editori avessero un minimo di senno farebbero causa comune per toglierli di mezzo. Chiaramente, è un grande errore credere che i libri economici siano un bene per il mercato librario. In effetti è proprio il contrario. Se, per esempio, avete cinque scellini da spendere e normalmente il prezzo di un libro...

Letture Birmane

Ottenuto il visto all’ambasciata, confermato il picaresco tragitto aereo, acquistata la zanzariera, il venturo viaggio in Birmania s’invera. E’ dal settembre 2007, ovvero dalla rivoluzione zafferano dei monaci contro la giunta militare, che inseguo il sogno birmano. E ci tenevo ad andarci prima delle elezioni di fine 2015 che potrebbero cambiare il paese o forse no. Una soluzione, quest’ultima, preferita da molti paesi occidentali perché, al di là della retorica sui diritti umani, hanno a cuore anzitutto la stabilità politica della Birmania – miglior garante dei loro interessi economici –, come alcuni osservatori attenti cominciano a sospettare.   Finora ho seguito l’attualità e visto qualche film. Ma i grandi classici sulla Birmania sono stati girati altrove: Objective, Burma! (1945) di Raoul Walsh a Los Angeles, L’arpa birmana (1956) di Ichikawa in Giappone, Beyond Rangoon (1995) di John Boorman in Malesia, il deludente biopic The Lady (2011) di Luc Besson – sulla struggente storia d’amore tra Aung San Suu Kyi e Michael Aris – in Tailandia.     Così...

Un'infanzia comunista a Firenze

Pubblichiamo un antefatto inedito relativo al nuovo libro di Luca Scarlini, Siviero contro Hitler. La battaglia per l’arte (Skira). In libreria da gennaio     Da bambino non andavo d’accordo con mio padre. Come lui non era quasi mai dalla mia parte nei vari eventi quotidiani. Quando alle elementari, in una scuoletta di campagna a Sesto Fiorentino, mi chiedevano che mestiere faceva, visto che ne aveva vari, improbabili, provvisori e immaginosi, dallo scarso quanto precario reddito, quello che mi veniva per primo era “eroe”. Già per segnalare la sua veste di partigiano segretario regionale dell’ANPI toscana.   Mi riusciva sempre difficile pronunciare quella parola: a un certo punto mi veniva da ridere. L’eroe nello specifico era bulimico di paste con la crema, budini di riso e ammirazione. Ovviamente a momenti da bambino diventavo anoressico per non seguire i suoi trip di iperalimentazione (tre colazioni per mattina, sempre dicendo: prima non ho mangiato). Di conseguenza da subito sono stato bravissimo nello sfuggire ai trucchi di oratori di sinistra altrettanto ingordi di onori. Ho sentito il primo comizio, di...

Interfacce: da Brunelleschi a iOS8

Un'importante riflessione contemporanea è come la tecnologia, e più specificamente le interfacce, possa dare forma alle nostre modalità di percezione e interazione, e quindi alla nostra realtà quotidiana, attraverso le proprie narrative e forme di rappresentazione. È un tema vasto, e questo breve articolo si concentrerà sulla evoluzione della GUI (Graphic User Interface) della Apple confrontandola con l’evoluzione della rappresentazione dello spazio tridimensionale nell’arte occidentale per derivarne alcune conclusioni – e anche porre alcune domande.   Nel 1984 Apple lanciò il primo personal computer Macintosh dotato di Graphic User Interface, e con esso, il primo sistema operativo reclamizzato in una pubblicità di Ridley Scott ispirata al romanzo di George Orwell 1984:     Il sistema operativo includeva la ora onnipresente metafora della scrivania: una narrativa che costruisce la finzione del computer come continuazione della scrivania “materiale”, nella quale gli utenti hanno cartelle in cui tenere i documenti, un cestino per buttare via la spazzatura, e cos...

Angelo Ferracuti. Il costo della vita

Gli occhi si annebbiano, la bocca si stringe, diventa una fessura ermetica, non emette alcun suono. I denti premono sulle labbra e all’improvviso si vorrebbe essere degli dei onnipotenti, supereroi che dominano il fuoco e scatenano tempeste con un battito di ciglia. E invece si è solo umani. Il dolore si espande, si fa denso, come nebbia impenetrabile. Fumo tossico. Le pagine scorrono di nuovo. Le dita non riescono a fermarsi. Non si possono fermare. Non devono. No. Non ora, non dinnanzi a questo libro. È così che ci si sente mentre si legge il reportage di Angelo Ferracuti, Il costo della vita. Storia di una tragedia operaia (Einaudi). Eppure verrebbe da dire che non è una storia – sarebbe stato davvero molto meglio – e nemmeno una tragedia, non c’è una vera  catarsi o l’ombra di sollievo. L’unica catarsi si annida nelle parole dello scrittore, che ha trovato la forza di raccontare, di lasciarsi mangiare da un “tarlo” inarrestabile. E forse nella tenacia di quei lettori che hanno deciso di immergersi nel dolore di questa vicenda.  Ed è già molto. La realtà...

Murakami Haruki. 1Q84, Libro 3 Ottobre - Dicembre

Il disagio della società contemporanea, che vive in balia delle sue incertezze; la letteratura come metafora della vita; l’amore che non si esaurisce, e che anzi si carica di pathos e di rassicurazione di cui l’uomo ha bisogno. Questi i temi portanti dell’ultima produzione letteraria di Haruki Murakami, 1Q84 Libro 3 OTTOBRE-DICEMBRE pubblicato dalla Giulio Einaudi editore (2012, p. 395, € 18,50).   1Q84, come opera complessiva, viene raccontata in un arco temporale di nove mesi, durante il quale l’autore narra la vicenda dei due protagonisti la cui vita tenderà a intrecciarsi: Masami Aomame, dal temperamento freddo e distaccato, è impegnata a fare giustizia su un sistema di uomini riuniti nella setta Sagikaka che sono colpevoli della violenza sulle donne; Tengo Kawana è invece alle prese con la riscrittura del romanzo La crisalide d’aria, che lo condurrà in un’esperienza surreale. Tuttavia, nel Libro 3 si unisce un altro personaggio -Ushikawa -che svolge il ruolo di investigatore privato ed ha il compito di fare chiarezza sull’omicidio del Leader della setta.   In 400 pagine...

Un viaggio come fosse una grande mostra tematica territoriale

Questo è il racconto di una mia personalissima idea di viaggio.   Ho scelto la nascita del moderno come genere culturale, inteso come contesto significativo della prima industrializzazione umana iniziata nel Regno Unito alla fine del 700 includendo il nord della Francia, attraverso le case e le cose dei suoi protagonisti dall’inizio dell’800 alla fine degli anni ‘860, in quell’ambito politico economico e territoriale che tanto ha prodotto, inclusi molti generi ancora di attualità come il giallo, l’horror, la fantascienza, il fantastico, il serial, la scienza applicata e l’arte applicata. La visitabilità della mostra in sedici giorni è solo possibile con una buona moto fuoristrada e un buon navigatore, in modo da ridurre al minimo il tempo degli spostamenti. La Mostra ha sette sezioni:   Ultimi romantici Walter Scott, Lord Byron   Avanza la borghesia industriale, i testimoni Balzac, Rodin, Castello di Saché (Tours) (Per la verità questa sezione andrebbe arricchita con la casa di Courbet, ma è fuori rotta!)   Modernità, miti e...

Suse Vetterlein. Amorizzazioni

Nel romanzo Amorizzazioni (Verbavolant Edizioni, pp. 229, euro 13) di Suse Vetterlein accadono fatti strani. All’inizio, nel paese di Alpo, tutto va a gonfie vele: i prati sono in fiore, il sole splende luminoso, gli uccelli cantano nel cielo, la Ciocchindustria è fiorente e  gli alpigiani - sgrammaticati esperti di grammatica - si nutrono di cioccolato e allucinogeni. Il migliore dei mondi possibili direbbe ironicamente Voltaire. Forse.   Poi il pentagramma si attorciglia e la musica cambia:  le mucche smettono di ruminare e diventano “postmoderne”, gli asini iniziano a scioperare, l’economia si blocca e per giunta Maidy, la protagonista dalle lunghe trecce bionde, non suona le campane una volta all’ora, bensì al ritmo del suo cuore, affetto dalla tachicardia degli  innamorati.   A salvare le sorti di Alpo dalla crisi economica arriva John, missionario per lo sviluppo ed esperto di problemi economici, che vorrebbe imporre come antidoto la filosofia del “Back to the nature”, un ritorno alla natura tanto “autentico” quanto strampalato: nessuno vuole lavare i panni nel fiume o...

Non farti domande, sii felice e condividi!

Prendi in mano un libro su Facebook e ti aspetti un po’ di netiquette e qualche rivelazione scandalosa sul suo fondatore. Invece ti ritrovi proiettato lungo l’intuizione che soggiace a tutto il libro, in un mondo dove non c’è più spazio per desideri e immaginazione. Dove il potere è appannaggio di società private che gestiscono sofisticati algoritmi. Inevitabilmente ti viene da osservare nuovamente il libro tra le mani, rileggi il titolo, ne sfogli ancora le pagine alla ricerca di qualche indizio che hai tralasciato. Invece no, è proprio così. E non se ne va quella sensazione di avere a che fare con un romanzo cyberpunk degli anni ‘90 dalle atmosfere dark, in cui le corporation sono molto, molto più satanicamente malvagie di quello che sembrano, i buoni a un secondo sguardo si rivelano cattivi e non c’è nessuna via d’uscita (a dispetto del sottotitolo). Impossibile salvarsi. A meno che non accada qualcosa di quasi impensabile e inaspettato: qualcosa di invocato in momenti di limpida paranoia e feroce utopia, un cambio di paradigma sociale, il diffondersi capillare di pratiche comunitarie,...

Leggere: il futuro e noi

Da qualche settimana il “Guardian”, il prestigioso quotidiano inglese, ha inaugurato una sua pagina Facebook. Non è la solita pagina FB, che promuove la fidelizzazione al giornale attraverso i social network, bensì una vera e propria pagina del quotidiano che contiene notizie e articoli del giorno. Apri e vedi il menù di quella mattinata con i pezzi principali. Se ne clicchi uno, i tuoi amici di FB riceveranno istantaneamente la notizia che stai leggendo proprio quel pezzo, e chi vorrà potrà a sua volta cliccarlo. Si tratta di un passo ulteriore verso il trasferimento del quotidiano stesso, o almeno di sue parti significative, nelle pagine di FB, sposandone in pieno la logica di funzionamento.   “The Guardian” è un quotidiano molto letto sul Continente, e spesso capita che una notizia pubblicata lì diventi il giorno successivo un pezzo su un giornale italiano; perciò suppongo che ben presto i quotidiani italiani, in particolare i loro supplementi culturali, più facili da trasferire nella logica FB, adotteranno la strategia del social network, e migreranno lì sopra. Del resto,...

English food

La cucina inglese sta migliorando. La notizia non è nuova, anzi viene ripetuta da circa un secolo dai viaggiatori che tornano in Continente. Partiti con una montagna di pregiudizi, le informazioni delle guide, quelle di amici e congiunti e, negli ultimi anni, il fenomeno degli chef superstar (Jamie Oliver, Nigella Lawson) che hanno riempito le librerie e i canali televisivi, dovrebbero essere riusciti a dissolverli. Eppure, eppure...   È certo vero che a Londra, città che si candida ad essere quel che fu New York nel XX secolo, le occasioni di mangiar bene, di trovare buoni ristoranti (e qualche gastropub) sono ormai numerose e la tetraggine che si associa ai resoconti di pranzi in terra d’Albione non è più all’ordine del giorno. E nemmeno lo è la nota frase di Somerset Maugham: “per mangiare bene in Inghilterra bisogna ordinare il breakfast tre volte al giorno” (la stessa cosa veniva ripetuta da Saul Steinberg per l’America).   A me però il dubbio rimane. Intanto i migliori ristoranti sono etnici, non importa di quale etnia. Se si vuol mangiare la cucina inglese o si va nei club (...

Disastri psichici e sottomissione

Nella biblioteca del mio studio incontro un libro che non cercavo e non ricordavo di avere: Spinoza Dictionary, pubblicato negli Stati Uniti dalla Philosophical Library, nel 1951, prefazione di Albert Einstein. Si tratta di un’antologia delle opere spinoziane tradotte in un inglese ottocentesco. Alla voce Obbedienza trovo una citazione dal Capitolo XVII del Trattato Teologico-Politico: “Se coloro che sono i più temuti possedessero il maggiore dominio, il maggior potere lo deterrebbero i sudditi del tiranno, perché costoro son coloro che i tiranni temono maggiormente”. Secondo Spinoza il tiranno intende esaurire la differenza tra il diritto naturale dei soggetti e la legge dello Stato, come in un’immagine di Adone Brandalise: “Colmare il vuoto con una gettata di cemento”. Tuttavia i tiranni temono massimamente i sudditi perché il ghetto di cemento provoca rivolte. Per questo il tiranno inganna i sudditi mostrando insegne mitiche, religiose, nazionalistiche che li tengono a freno. Così i sudditi combattono per la propria schiavitù, come se combattessero per la propria salvezza. Le persone, per essere...

L'Egitto

L’8 settembre, al Festivaletteratura di Mantova, ho assistito ad una conferenza dello scrittore egiziano Alaa al-Aswani. Un pubblico di circa 500 persone, molto ben vestito, ha ascoltato con una vera simpatia la rivoluzione raccontata da quest’uomo-microcosmo del suo paese. L’ultima domanda postagli era: “cosa non dobbiamo fare noi occidentali per aiutare la rivoluzione?” Rispose al-Aswani: “c’è un’enorme differenza tra i governi occidentali e i popoli occidentali. Noi egiziani sappiamo che tutti i popoli del mondo sono con noi, e ci basta così. Il vero problema è l’ipocrisia di certi governi occidentali”. Così, il pubblico è tornato a casa molto soddisfatto di sé. Bravi egiziani. Bravi anche noi; è colpa degli altri: noi non possiamo fare niente di utile, ma comunque c’abbiamo pensato almeno un attimo. Prendiamo l’aperitivo?   Con tutta la stima che io posso avere per la saggezza e l’impegno di Alaa al-Aswani, a Mantova è riuscito solo a dare l’impressione che la rivoluzione egiziana sia già compiuta, che noi europei...

Se l’anonimato muore sul web

Love and Revolution Vancouver, 15 giugno 2011. Dopo aver perso la finale della Stanley Cup, i tifosi della locale squadra di hockey danno a fuoco e fiamme il centro della città. La polizia reagisce duramente. Il fotografo di Getty, Richard Lam, è sul posto per riprendere i tafferugli, quando si imbatte in una coppia che, incurante dei disordini intorno, sembra baciarsi appassionatamente. Lam coglie l’attimo e scatta una foto che il giorno dopo farà il giro del web, delle tv e dei giornali di tutto il mondo, dove il “Vancouver Riot Kiss” verrà subito paragonato ad altri baci iconici della storia della fotografia, come “Day in Times Square” di Alfred Eisenstaedt e “Le Baiser de l'Hôtel de Ville” di Robert Doisneau. Man mano che l’immagine diventa un tormentone virale, cresce però anche la curiosità (e la morbosità) sull’identità dei due ragazzi: Chi sono? Perché si baciano? Stanno forse recitando? Su Twitter, Facebook e i quotidiani online scatta la gara della verifica a posteriori (un tratto ormai distintivo dell’informazione accelerata dei...