festival scarabocchi 2020

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Giovanna Silva

(36 risultati)

Tavoli | Sonia Bergamasco

C’è una grande intensità di oggetti sul tavolo di Sonia Bergamasco. È un’intensità che non si ferma alla superficie bianca che si intravede al di sotto di tutte le cose che abitano il piano, ma si propaga come onde nell’immediato intorno. Sei sedie stanno a circondare il tavolo e tutto risulta incorniciato dalla greca del pavimento che rimanda ad antichi motivi decorativi.   I veri abitanti di questo tavolo sono le differenti pile di libri. Libri che sono indizi di lavori e spettacoli che hanno caratterizzato un passato recente e lontano oppure libri che proiettano Sonia Bergamasco nel futuro. Sono pagine che raccontano passioni e amori di letteratura. C’è la struggente Anna Karenina vicina dei Racconti di fantasmi di Henry James che a sua volta è vicino alle Opere di Dante e ai Nove saggi danteschi di Borges. Sono strane connessioni quelle che possono crearsi popolando lo stesso tavolo.   Altri libri ancora vivono dall’altra parte del tavolo, dove classico e moderno si incontrano. C’è un altro Dante, questa volta in versione iper-contemporanea e multimediale e c’...

Tavoli | Ginevra Bompiani

Il tavolo comincia dalla sedia, quasi una poltrona. Suggerimento gentile della gradazione di colore che subito dice Questo tavolo non è una superficie intorno alla quale si può stare in piedi. Comodi, seduti, prego, ecco qui, parliamo, parlate. Due sedie di fronte e una sedia regolabile e dunque democratica, tutti con gli occhi alla stessa altezza. Comodi, seduti, prego, ecco qui, parliamo, parlate. In mancanza di tavole rotonde, ci sono sedie regolabili. Non è un tavolo di passaggio dunque, ci si sta, fermi e chiari, come in un verso di Pavese.   Un tavolo poetico e geometrico e cartesiano. Metodo, dunque. Prima diagonale (da sinistra a destra). Uno. Il blu della scrivania digitale en abime sopra la scrivania tout court che rimanda al blu dei fascicolatori. Se il legno è il colore delle parole, il blu è quello della consultazione, come il blu notturno con la sua lista ordinata di stelle sempre interpretata, spesso desiderata. Due. Gli occhiali da vista montati in rosso – appoggiati su Klaus Wagenbach, La libertà dell’editore sul tavolo di un’altra libertà dell’editore, – che rimandano al...

Tavoli | Luigi Ontani

Cominciamo col dire che il tavolo di lavoro di Luigi Ontani non è un tavolo, ma un tappeto. Come uno dei celebri "tappeti volanti" fotografici in cui, attraverso un semplice fotomontaggio, l'artista appare nudo su un arazzo orientale avendo sullo sfondo luoghi diversi. Non è un caso. Ontani produce fuori orario. Le sue idee nascono in viaggio. E anche quando non viaggia e si trova in studio, si illude di viaggiare. Costantemente una radio accesa fa suonare musica classica.   Una costellazione di libri, cartoline, fogli e immagini varie sono disposte intorno al suo tappeto di lavoro. Perlopiù immagini di statue classiche, icone e suppellettili di mondi ed epoche lontane che appartengono a un immaginario ibrido in cui la cultura orientale e occidentale sembrano convergere.   Ibridoli come le sue opere. Satiri, minotauri, arpie, centauri, putti alati. Un dizionario di iconologia, un volume di arte classica, il catalogo della collezione del Museo Archeologico di Napoli, cartoline rappresentanti piccoli Buddha cambogiani, indiani e un'opera di William Blake, particolari de Le Prigioni di Michelangelo, della Casa degli Amorini...

Tavoli | Gianluigi Ricuperati

Una giacca a vento e una cravatta, abbandonate di fretta sulla spalliera di una sedia, quasi all’improvviso. Sulla scrivania si affastellano saggi, riviste di filosofia, romanzi, cataloghi d'arte, corrispondenza, jazz, poesia.   Due elementi, su tutti: l’uomo che sfida le geometrie che lo inquadrano nella pagina della rivista lasciata aperta, e la copertina bianca di un poeta che ci fissa con gli occhi delle lettere bene aperti e nitidi, come li aveva voluti Munari. Qualcosa, invece, vorrebbe scomparire ma non può, e finisce per attirare l’attenzione: sotto la pila delle copie di un romanzo, in basso a sinistra quasi ad apporre la sua firma alla scrivania, spunta l’ombra di un incarnato che dopo qualche secondo si coagula, nel ricordo, ed ecco il braccio di un San Giovanni Battista, di quel San Giovanni Battista – così impertinente, nel suo sfumato perfetto e inimitabile, da rendersi riconoscibile anche se forse non vorrebbe, anche ridotto a sfondo dall’accumulo di oggetti.   Dal davanzale della finestra guarda e si fa guardare un progetto, schizzi di matita e di colore su carta. “A Gianluigi”....

Tavoli | Umberto Eco

In occasione dell'uscita del nuovo libro di Umberto Eco, Storie delle terre e dei luoghi leggendari, Bompiani (nelle librerie da mercoledì 9 ottobre) proponiamo una versione ampliata di Tavoli, sempre a cura di Giovanna Silva.     Ci sono almeno due modi di vivere la scrivania. Il primo è quello di usarla come piano di lavoro, alla stregua di un falegname o di un sarto con i rispettivi banconi per piallare o cucire. Sopra vengono distribuite le cose che servono per scrivere; non solo la penna e il calamaio, o del computer, ma anche i documenti che si stanno consultando: libri, articoli e quant’altro si tengono sott’occhio al momento della redazione della propria opera.     Il secondo è invece quello di frequentarla come una mappa, più o meno intenzionalmente progettata, dei lavori compresenti nel medesimo periodo e soprattutto prossimi futuri, suddivisa per colonnine o gruppi di vario tipo, comprese le stratificazioni geologiche più o meno in disordine. Ci sono leggende su chi possiede più scrivanie (Pascoli, poeta e professore al contempo e anche i tre tavoli di Calvino).   Ma...

Tavoli | Guido Scarabottolo

Non abbiamo bisogno di un letto a baldacchino per sognare: i sogni vengono meglio se si sta sdraiati su una vecchia coperta, e una coperta stesa in un prato è anche il posto ideale per guardare le stelle. Le cose che si muovono dentro di noi, che siano visioni attraenti, mostri di cui non riconosciamo le fattezze, paesi lontani che abbiamo solo sentito nominare, grumi intricati di desideri e idiosincrasie senza forma, possono stare nelle pagine di un taccuino molto piccolo prima di prendere i contorni con i quali si mostreranno agli altri, in una mescolanza di pensieri. E intanto, in una pagina bianca, possiamo stendere un elenco pulito di impressioni (quasi una poesia), affidarci a pochi tratti di matita, a un numero limitato di colori. Forse Guido Scarabottolo comincia così a fare qualche passo sul limite di quegli abissi che si chiudono alle nostre spalle quando ci svegliamo al mattino, lasciandoci solo qualche traccia da seguire pazientemente: si accosta alla forma dei sogni in uno spazio semplice, disadorno, circondato da oggetti che hanno preso col tempo qualcosa della sua anima e per questo vuole tenerli con sé come sono, senza farsene un vanto....

Tavoli | Giosetta Fioroni

Il nero palmo di una mano che sembra un ex voto; il dorso dorato di un’altra, forse battente di antico portone; un cuore di vetro blu e un altro bordeaux più grande, rilegato a quaderno che ricorda quello disegnato da Giosetta Fioroni per l’edizione in due volumi dei Sillabari di Goffredo Parise, con dentro foglie secche, penne d’upupa; una pinzatrice, un posacenere, una murrina fiordaliso, un piatto di ceramica con il titolo La verità, vi prego, sull’amore di W. H. Auden e altri oggetti disposti a fermare fogli. È un tavolo strano: sembra un piano inclinato, dove l’abbondanza e la varietà dei reperti tendono a sfuggire al controllo. Scorrere del tempo; volontà di trattenere piccoli e grandi oggetti; accumulo di ricordi. L’intreccio è fitto. Fotografie di amici, corrispondenze, citazioni d’autore a conferma del profondo legame con la scrittura.   Si leggono qua e là titoli di progetti da realizzare o realizzati. Mirroring memories, grande personale presso il Drawing Center di New York (5 Aprile - 2 Giugno 2013). Un dossier con data scritta a pennarello rosso, Tokyo, 13 Marzo. La...

Tavoli | Denis Santachiara

Nell’immaginario del design contemporaneo Denis Santachiara è sinonimo di luci al neon, fosforescenze, sfere giocose dai colori carichi. E invece, il suo spazio di lavoro è il più vuoto possibile. Bianca la sedia, bianca la scrivania, bianco il Mac. Bianca anche la luce che arriva da fuori, dal cielo di Milano. Compaiono tra il bianco un telefono fisso, uno smartphone ed un modem. Quello che vediamo non è un tavolo, ma un’interfaccia che permette di convogliare nello stesso luogo la tensione da due direzioni solo apparentemente antitetiche. È un ponte verso il fuori, che permette di trovare all’esterno tutto quello che non sta sulla scrivania, che non potrebbe mai starci. Ed è un varco verso lo spazio intimo del progetto non ancora realizzato, che cresce flessibile tra le linee rigorose del file. L’oggetto che prende forma sullo schermo non è definitivo. Si materializzerà come prototipo a pochi passi dalla scrivania grazie ad una stampante tridimensionale per essere studiato, migliorato e forse – forse – mandato in produzione. Compaiono solo due concessioni a questa organizzazione...

Tavoli | Claudio Magris

Più che un tavolo, un mare. Lo sparso ordine delle cose sembra seguire il flusso di onde continue. Non c’è disordine, piuttosto uno sciabordare che supera i confini del tavolo mischiandosi con una cassettiera e sfumando i confini con il pavimento fino al cassetto spalancato colmo di carte e appunti. Una medusa tendente al verde con in corpo un CD lambisce un’agenda e qualche cartolina, mentre una musicassetta e una videocassetta riaffiorano da un passato lontano, da abissi di un archivio imprevedibile. Tre pinzatrici, o piuttosto pesci martello, nuotano compatte vicino allo scoglio di un barattolo Illy nel cui coperchio guizzano graffette come gustosi pesciolini. E poi forbici e francobolli, carte e penne, una scrittura continua dello spazio che si sovrappone su più piani in una confusione obbligatoria, ma chiarissima, perché non c’è scampo e altre strade non sono possibili. I portapenne, come una barriera corallina, limitano il frusciare di carta oltre il quale le pile si fanno precise. Si stagliano sull’angolo estremo due schedari la cui fine dichiarata è ferma alla Q. Oltre, il pavimento, e una lampada che...

Tavoli | Marcello Maloberti

Due computer. La stampante. Due hard disk. Qualche CD. Un’agenda, buste trasparenti, penne, matite, cavi, un metro flessibile, fogli e bigliettini stampati. Libri. Una lastra di truciolato grezzo, di quello giallo in cui si cola il cemento armato. L’inventario è anonimo, elusivo, generico. E non può che essere così. Messi da parte gli strumenti tradizionali, il sottinteso demiurgico, l’atmosfera, l’odore e il finto esoterismo d’atelier, l’artista concentra oggi il suo laboratorio in poche cose essenziali.   Più che fare infatti, Marcello Maloberti inventa, elabora, connette, ricompone memorie, tesse relazioni, esplora archivi, colleziona immagini, di quando in quando fissa su un pezzo di carta un’idea, appunta uno schema. “Fare”, nel suo caso, equivale a veder fare: Maloberti progetta performance, inventa ambienti e dispositivi, situazioni animate da performer che si muovono in strani paesaggi, provvisori e inafferrabili, dove si mescolano agli spettatori, così che alla fine non si sa mai veramente dov’è l’opera, se nei gesti, nella musica, negli oggetti, nella...

Un altro viaggio in Etiopia

Nella primavera del 2011 Giovanna Silva e Alberto Saibene, fondatori di una casa editrice di nome Humboldt dedicata alla letteratura da viaggio, mi hanno proposto di scrivere un racconto di viaggio per loro, che sarebbe stato accompagnato da un saggio fotografico di un artista. Naturalmente, ho accettato. Un anno dopo sono partito per l’Etiopia col fotografo/artista Armin Linke; un anno dopo, che è adesso, il libro è uscito, primo di una collana in cui sarà seguito da quelli di Dino Baldi e Marina Ballo (sulla Grecia) e di Claudio Giunta e la stessa Giovanna (sull’Islanda), in coedizione con Quodlibet.   Il genere mi affascinava e spaventava al contempo. Grande amante del capitano Richard Francis Burton (un po’ come Veltroni potrebbe amare Roosevelt: da lontano e dal basso), non riuscivo tuttavia a non vedere la doppia ipoteca che oggi grava sulla letteratura di viaggio. Da una parte ha a che fare col colonialismo: l’idea che un dilettante più o meno versato nella scrittura (un dilettante occidentale, ovviamente) possa estrarre una sintesi significativa dall’esperienza di un luogo lontano ci appare oggi...

Al tavolo

Quanti tavoli possiede uno scrittore? Italo Calvino, racconta Pietro Citati, ne aveva tre nella sua casa di Campo Marzio, a Roma, poiché lavorava nel medesimo tempo a diversi progetti; a detta di Giuseppe Conte le scrivanie sarebbero state invece cinque. In una foto di Ugo Mulas, scattata all’autore del Barone rampante, quando ancora abitava a Parigi, anni prima, lo si vede scrivere con la penna, una cartellina di fogli aperti davanti a sé, altre carte intorno: una confusione ben ordinata.     Anche Pasolini di tavoli ne aveva più di uno: nella casa romana, ma anche nel buon ritiro di Chia. Anche qui uno scatto, foto di Dino Pedriali (Pier Paolo Pasolini, Johan & Levi): il poeta sta correggendo un dattiloscritto a penna, la sua fedele Lettera 22, libri impilati sul tavolo di legno, una copia dell’Espresso. La concentrazione calma e fattiva dell’autore al lavoro.     Ma non c’è solo il tavolo dello scrittore. Nell’atelier del pittore c’è spesso un ripiano su cui Picasso, Miro o Henry Moore lavorano, disegnano, scrivono, e anche leggono. Uno spazio fisico e insieme...