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Harold Brodkey

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“Che senti?”. “Silenzio.” / Storia della mia depressione

Dopo molti giorni in cui mi svegliavo di cattivo umore, con un peso nel petto, difficoltà a deglutire, senso di oppressione, una mattina mi sono svegliato chiedendomi: perché mi sveglio sempre di cattivo umore? E ancora: perché dovrei invece svegliarmi di buon umore? Ma soprattutto: cos’è il buono e il cattivo umore? Dove sta la verità dell’umore? Fingo di più quando sto di buono o di cattivo umore? E fingo rispetto a cosa? Rispetto alla realtà del mio umore, o rispetto alla fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda? E quindi come dovrei essere, una volta accertata la fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda, di buono o di cattivo umore? E se riesco con ragionevole obiettività ad accertare la fisionomia della realtà che mi circonda, ossia se mi riscopro dotato della qualità psicologica necessaria a giudicare con ragionevole obiettività la fisionomia della realtà che mi circonda, perché allora il mio umore sembra insensibile a questa realtà, perché il mio umore reagisce come se questa realtà non esistesse, ma anzi come se la realtà di riferimento fosse un’altra, come se quest’altra realtà fosse, diciamo, tendenzialmente più brutta della realtà oggettiva? ...

Questo mondo è sfuggente

Mentre sto uscendo di casa per la prima di queste passeggiate mi appunto una frase di Harold Brodkey. La frase è in un racconto intitolato Suo figlio, tra le braccia, in alto nella luce che si trova nella raccolta Storie in modo quasi classico (in Italia è pubblicata da Fandango nel 2013 con la traduzione di Delfina Vezzoli). La frase dice: “Questo mondo è sfuggente. Ma qualcuno che si lascia osservare non è sfuggente, non fa male”.   Sono le nove del mattino, il marciapiede davanti al portone è invaso di mobili e vecchie suppellettili scrostate dal tempo. Il mio primo pensiero è: “Cristo, un nuovo trasloco”. Sono ancora scioccato dal ricordo del nostro ultimo trasloco, cinque anni fa. Allora venivamo via da un bilocale in zona Giustiniana, e nonostante l’enorme fatica che abbiamo fatto, possedevamo molte meno cose di quante ne possediamo oggi. A quel tempo A., la mia compagna, aveva una pancia di sette mesi; adesso al posto di quella pancia c’è un bambino di quasi cinque anni. Se è vero che ogni uomo sviluppa intorno a sé una nube di oggetti, come i detriti spaziali che...

Harold Brodkey. Questo buio feroce

In apertura di Questo buio feroce di Harold Brodkey (Traduzione di Delfina Vezzoli), la moglie Ellen Schwamm Brodkey ringrazia gli amici più stretti per la vicinanza “nel corso di questi ultimi anni di vita, duramente conquistati”. E sono anni di vita duramente conquistati quelli di cui racconta Harold Brodkey, ma non riguardano solo gli anni della malattia, anzi spesso non coincidono nemmeno, riguardano piuttosto la coscienza del proprio posto nel mondo: ruolo, immagine, memoria di sé. Brodkey non imbroglia le carte, la sua è sempre letteratura anche quando, come in questo caso, l’obiettivo è totalmente puntato su se stesso. La malattia, il ricovero e l’AIDS diagnosticato diventano l’ultima storia da raccontare, l’ultimo posto da cui vedere il mondo. L’intensità dolorosa delle pagine gioca un continuo balletto con l’ironia di un autore straordinario che a tratti ricorda l’affilata intelligenza di Truman Capote. Un percorso a ritroso nella propria esistenza, un viaggio esibito e spesso compiaciuto, ma sempre in maniera dichiarata e in un certo senso vigorosa. La storia di un ragazzo...