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Il castello dei destini incrociati

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L'impero asburgico non è crollato / Ucronie: la storia con i "se"

Non è concessa nostalgia a chi “ha imparato l’arte preziosa di non rimpiangere il perduto”. Lo affermava lo scrittore viennese Stefan Zweig nelle prime pagine del suo capolavoro Il mondo di ieri, uscito postumo nel 1942, pochi mesi dopo il suicidio in Brasile. Eppure, c’è chi non ha mai smesso di immaginare come sarebbe stato il futuro dell’Europa, del mondo, se l’Impero austro-ungarico fosse uscito indenne dalla Grande guerra. Confrontarsi con i “se” e i “ma” della Storia, si sa, è considerato un esercizio di pedanteria fantastica. Ma questo serissimo passatempo non ha mai spaventato Guido Morselli. Basterà ricordare, infatti, che per tutta la vita lo scrittore nato a Bologna ha provato a convincere gli editori italiani che le sue non erano soltanto belle, inutili pagine da erudito grafomane. Dal momento che “il paradosso sta dalla parte dell’accaduto: dall’altra parte se ne sta, sconfitta, quella che chiamiamo (sebbene con ottimismo) logica delle cose”.     Nel 1969, mentre Einaudi pubblicava finalmente La paga del sabato di Beppe Fenoglio, scomparso sei anni prima, e nelle librerie arrivavano Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino, Una relazione di Carlo...

Ipotiposi / Foresta 2

Nell’immaginario letterario medioevale, la foresta è sempre oscura, perigliosa e vasta; ciò che connota quel luogo-non luogo è la vaghezza, spazio dell’incerto in cui tutto può accadere e suscitare emozioni contrastanti. L’epiteto gast, da cui proviene il germanico Wald, ha origine dal latino vastum, enorme, smisurato, ma anche incolto: la foresta è un vuoto che deve essere colmato, un indefinito a cui dare limite. Gaston Bachelard ha osservato che “vasto” è l’aggettivo a cui Baudelaire ricorre preferibilmente quando la grandiosità dei fenomeni del mondo apre risonanze intime; nella rêverie del poeta la vastità si connette alla profondità ed all’intensità dell’universo interiore. Mentre lo spirito del romanziere compone i frammenti della sua analisi, “l’anima lirica compie passi vasti come sintesi”, procede unificando: la vastità unisce ricchezze disordinate, tiene insieme i contrari, in essa la meditazione poetica scopre l’unità profonda delle cose, mette in “corrispondenza” le impressioni che giungono da tutti i sensi. È grazie all’azione sintetica dello spirito poetico che i versi di Correspondances accolgono l’immensità del mondo: “La Natura è un / tempio dove colonne viventi...

Un poeta in lotta con la materia / Con Ariosto, senza Calvino

Chi è Ludovico Ariosto, del cui capolavoro, l’Orlando furioso, si è celebrato quest’anno il cinquecentenario con un’incredibile serie di eventi, convegni, spettacoli e mostre? Per molti Ariosto, o ‘l’Ariosto’, come preferiscono alcuni che così ne hanno imparato il nome sui manuali di scuola, è quasi uno pseudonimo di Italo Calvino. Sì, perché Calvino è il filtro attraverso cui ancora molti, intellettuali o semplici curiosi, leggono il poema ariostesco, che Calvino raccontò a un pubblico medio-colto con una mirabile operazione letteraria ed editoriale in apertura degli anni Settanta. Prendersela con Calvino sembra che sia diventato uno sport letterario, dopo una generazione cresciuta alla sua ombra: ‘se l’ha detto Calvino’, era il mantra di professori e studenti tra gli anni Ottanta e Novanta. A chi ha avuto maestri soffocanti capita di sbarazzarsene con la stessa facilità con cui li aveva un tempo adorati.    Eppure, nel caso di Ariosto, Calvino è responsabile di una tale calvinizzazione che non si può restare indifferenti. Ariosto è per la maggior parte dei lettori, chi ne ha letto un po’ e chi ne ha letto tanto, il poeta della fantasia senza briglie, dell’inesauribile...