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Jurij Gagarin

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Takis «aratore di campi magnetici»

Tra gennaio e luglio 2015, nell’anno del novantesimo genetliaco di Panayotis Vassilakis, detto Takis, il Palais de Tokyo (Parigi) e la Menil Collection di Houston dedicano due retrospettive all’artista greco. Negli anni Cinquanta, Takis (nato ad Atene nel 1925) intuisce che l’invisibile può diventare materialmente sia una situazione nello spazio sia un soggetto che costituisce il centro emozionale dell’opera, oltre ciò che è solamente simbolizzato dalle forme di una scultura. Affascinato dalla “magia scientifica” e dai radar, tra il 1958 e il 1959, immagina opere scultoree capaci di rispondere a segnali invisibili, resi attraverso forze cinetiche. Cerca di captare le forze ultrasottili della natura e veicolare i campi elettromagnetici, così che l’opera d’arte possa rendere visibili e fruibili spazi di energia. Al contempo rigetta il simbolismo della rappresentazione, per adottare il linguaggio in quanto funzione naturale. Intende l’energia magnetica e la sua influenza sugli elementi come fosse una dimensione in più nella realtà. Realizza così le prime Telesculture, dove il...

Con Yves Klein nel regno dell’Impossibile

Una solenne ironia   Pochi artisti più di Yves Klein (1928-1962), scomparso a soli 34 anni, possono vantare un’influenza così profonda sulle pratiche artistiche degli anni sessanta e settanta. “La monocromia, l’antipittura, lo spostamento dell’attenzione sulla scultura e sull’installazione, la smaterializzazione dell’arte, il rifiuto dell’illusione, l’inclusione degli objets trouvés e dei nuovi media, la Body Art, la Land Art, l’Arte Concettuale e la Performance”, così ricapitola Thomas McEvilley in una documentata biografia ora tradotta in italiano (Yves il provocatore. Yves Klein e l’arte del Ventesimo secolo, tr. Irene Inserra e Marcella Mancini, Johan & Levi 2015).   Eppure pochi artisti più di Yves Klein furono così incompresi. Non da Joan Mirò, che il 13 maggio 1962, quando morì l’artista americano Franz Kline, spedì un telegramma di condoglianze a Rotraut, moglie di Yves. Penso invece all’accoglienza tiepida negli Stati Uniti, che Yves visitò una sola volta nel 1961, dove era percepito come un Dalì dandy...