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Louis-Ferdinand Céline

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Letto in un’altra lingua / Alberto Laiseca, Los sorias

In uno dei suoi saggi brevi e illuminanti Ricardo Piglia osserva: «L’ambizione eccessiva come ricorso difensivo. […] L’obbligo a essere geniale è la risposta al luogo inferiore e alla posizione marginale». In queste righe Piglia si riferisce ad Arlt, Marechal e Gombrowicz, però avrebbe potuto citare anche Alberto Laiseca (1941-2016), uno scrittore che proprio l’autore di Respirazione artificiale ha contribuito in maniera determinante a far conoscere. Oltre all’ambizione eccessiva e all’obbligo della genialità, in Laiseca c’è un terzo elemento: un’inflessibilità degna del Kirillov dostoevskiano. Un aneddoto del giornalista Jorge Dorio lo conferma: «Laiseca entrava nelle pizzerie di Corrientes e si faceva dare la carta su cui servivano la pizza, la usava per scrivere, non aveva nemmeno un quaderno, le biro gliele regalavamo noi. Il manoscritto di Los sorias era un enorme involto di carte di diverso tipo legate con uno spago, se lo strizzavi colava olio… Una volta io e Ricardo Ragendorfer gli chiedemmo: “Perché non lo accorci un pochino, così magari un editore te lo pubblica?”. Lui si alzò tutto infuriato e ci gridò: “Mercenari, siete solo mercenari, come tutti gli altri!”».  ...

4 novembre 1918 - 4 novembre 2018 / Aforismi per una sceneggiatura di guerra

Il 4 novembre 1918, l'armistizio di Villa Giusti, siglato il giorno prima da Italia e Austria-Ungheria, poneva fine alle ostilità fra i due Paesi. Una settimana dopo, la Prima Guerra Mondiale era finita. Evento cardine della modernità novecentesca, la Grande guerra gettava le basi per un equilibrio fragile, destinato a sfociare in un altro e ancora più sanguinoso conflitto. A un secolo esatto di distanza, che cosa rimane di quella terribile esperienza? Siamo stati davvero capaci di elaborare il trauma, o stiamo nuovamente cadendo preda di pulsioni revansciste, militariste e xenofobe? Con l'aiuto di storici, scrittori e studiosi, attraverso una serie di interventi - oggi il primo - cerchiamo di ricostruire l'impatto del primo conflitto mondiale sulla coscienza collettiva. Un modo per ripensare la memoria della Grande guerra, con un occhio al futuro.   Se dovessi scrivere una sceneggiatura per un fumetto o per un film sulla prima guerra mondiale sarei subito costretto a stringere il campo per non perdermi in una infinita bibliografia-filmografia. Inizio facendo il primo nome che mi viene in mente, e che terrei come punto di riferimento: Emilio Lussu. Il suo Un anno...

Houellebecq lercio misantropo

Michel Houellebecq ha sempre giocato sullo scandalo, salvo a volte inciampare nella pietra che lui stesso ha posato, sia sul piano personale delle ripercussioni che le sue prese di posizione hanno provocato nella sua vita privata, sia nella ricezione delle opere. Riscontri delle vendite a parte. Sottomissione non ha fatto eccezione; semmai ha accentuato gli effetti. Certo questo è stato causato anche da tragici eventi imprevisti, almeno nei tempi e nei modi, ma non certo imprevedibili in assoluto, di cui lo scrittore non ha nessunissima colpa. Sta di fatto che la coincidenza ha proiettato sull’argomento del libro una luce diversa da quella preventivata, e che le letture e il dibattito si siano spostati sull'asse socio-politico, lasciando in secondo piano, o addirittura oscurando tutto il resto.   Se è vero infatti che le vicende narrate sono ambientate in un prossimo futuro che vede un cambiamento di rotta della politica e della società francese sotto la guida di un visionario leader islamico moderato, con tutto ciò che ne deriva in merito all’interpretazione del presente transalpino e per estensione dell’Europa occidentale...

La grande illusione

In quanti modi si può iniziare un discorso su La grande illusione? Non ne ho idea. In ogni caso, per me può iniziare solo nel modo che segue.     Il capitano de Boëldieu (Pierre Fresnay) giace in un letto, agonizzante: si è preso una pallottola nel ventre per consentire la fuga ai commilitoni Maréchal (Jean Gabin) e Rosenthal (Marcel Dalio). L'ufficiale che l'ha colpito, il capitano von Rauffenstein (Erich von Stroheim), congedato il cappellano militare, si accosta al moribondo con aria affranta: “Vi domando perdono”. “Avrei fatto lo stesso”, risponde l'altro, “Francesi o tedeschi, il dovere è il dovere”. “Avevo mirato alla gamba...”, dice il tedesco, quasi per scusarsi. “Eravate distante, e c'era scarsa visibilità... E poi, io correvo”, replica il francese. Ma von Rauffenstein: “Non ho scusanti. Sono stato maldestro”. “Fra noi due”, riprende de Boëldieu con un filo di voce, “non sono io quello da compatire. Fra poco per me sarà finita. Ma per voi non è ancora finita”. E poco dopo, sempre sullo stesso tono: “Per un uomo del popolo, è terribile morire in guerra. Per voi e me, è una buona soluzione”. “E io l'ho perduta”, conclude l'ufficiale tedesco. Si avvicina ai due la...

Prima cosa, disinnescare la bomba

Qualche settimana fa, ben prima degli scontri che hanno insanguinato l’ambasciata americana in Libia, a Parigi è esplosa una bomba. Benché l’effetto sia stato decisamente meno cruento - un importante consulente di Gallimard, Richard Millet, ha dovuto dimettersi - la materia esplosiva è la medesima: una rozza opera d’ingegno (se così si può dire) che ha lasciato sbigottita la comunità intellettuale di Parigi e non solo, per le posizioni reazionarie e razziste che vi sono espresse.   Una bomba solitamente è composta da un contenitore, che garantisce una buona combustione all’esplosivo, e da un innesco senza il quale essa è quasi inoffensiva. In questo caso fa funzione d’innesco il titolo di un breve saggio, Éloge littéraire d’Anders Breivik (parte seconda di un pamphlet intitolato Langue fantôme) di Richard Millet, che, a partire dalla strage di Utoya, tenta di ragionare sull’Europa di oggi vista come una civiltà decadente schiacciata dalla crisi economica, specchio di un imperante multiculturalismo che ha annacquato quella che era un’identit...

Quello che ho capito su DFW

Quello che ho capito su DFW attraverso la lettura dei suoi libri e altre cose più o meno divertenti che non saprò mai più.   0. La Storia delle Storie. Succede questo: che la prima volta che consegno un mio manoscritto a un editore – in realtà, si tratta di un dattiloscritto; o, meglio: di una stampata; ma le parole hanno anche questo, di bello, la capacità di garantirsi talvolta una vita minerale sottotraccia – succede, insomma, che proprio quel giorno, con un tempismo da ultime bozze, sono arrivate le copie di un libro appena stampato. Una cosa divertente che non farò mai più, di David Foster Wallace. E l’editore – buon augurio? Pietra di paragone a futura memoria? – me ne regala una. Descrivendomi la figura e l’opera (ancora fortunatamente in fieri) di questo trentaquattrenne di Ithaca. E succede che, di ritornoa casa, l’ansia consapevole di una prima consegna messa colpevolmente in secondo piano, io legga la storia di David & della Crociera. E capisco, già alla seconda nota di pagina nove, che David Foster Wallace è diventato, all’improvviso, una mia...

Celati e il cinema

Quando ha cominciato a trafficare col cinema Gianni Celati? A parte la passione di cinefilo, spettatore indefesso, di cui restano vistose tracce nei suoi libri, nei testi come nelle copertine, è negli anni Settanta, quando Memé Perlini gli scrive perché pensa di trarre un lungometraggio dal suo libro d’esordio, Comiche (1971), vera e propria sarabanda slapstick. Poi dopo aver consegnato Lunario del paradiso, alla fine di quel decennio, libro germinale del romanzo giovanile degli anni Ottanta, lo scrittore emiliano se ne va in America per darsi al cinema, come annuncia ai suoi interlocutori dell’Einaudi. Di quel viaggio a Los Angeles resta una vaga traccia in Storia di un apprendistato, racconto che è compreso in Narratori delle pianure (1985). Poi c’è ancora una sceneggiatura, con l’amico Alberto Sironi, dedicata a Coppi. Quindi un silenzio fino al 1991. L’idea di far passare dietro la macchina da presa Celati è di Angelo Guglielmi. Nel frattempo è uscito il reportage di Verso la foce nel 1988. Il direttore di Rai3 gli chiede di girare un film su quei luoghi: un po’ viaggio e un po’ reportage. Per risposta Celati carica tutti i suoi parenti di Ferrara e gli amici su un autobus e...