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Mario Maffi

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Canzoni e poesia continua la polemica / Bob Dylan e la vizza corona di alloro

Più che una sorpresa, il Nobel per la letteratura a Bob Dylan mi è sembrato un déja-vu. Da anni la cosa era nell’aria, e prima o poi doveva succedere. Doveva succedere, perché era già in sé una notizia. Anche i commenti, le prese di posizione pro e contro e le loro argomentazioni (soliti discorsi su Omero, Saffo, i trovatori…) sono quelli che si potevano immaginare prima ancora che i media dessero loro corpo.   La questione resta sempre la stessa: è poesia, la canzone, o non lo è? Che palle. Fino agli anni Settanta del secolo scorso, il problema non si poneva: gli steccati tra i generi e i loro rapporti gerarchici sembravano un fatto acquisito e indiscutibile. Nella prima metà del Novecento, in Italia, nessuno si sarebbe mai sognato di sostenere che Armando Gill (autore della popolarissima Come pioveva) fosse un poeta paragonabile a Guido Gozzano (a cui si ispirava) o –più tardi– che il testo di Signorinella di Libero Bovio reggesse il confronto con La casa dei doganieri di Eugenio Montale (sto parlando di testi tra loro contemporanei, che svolgono temi molto simili). Nemmeno Bovio o Gill, nemmeno i loro più ferventi ammiratori avrebbero preteso un simile riconoscimento. La...

Tom Kromer. Un pasto caldo e un buco per la notte

“Dice che questa depressione fa bene alla salute. Dice che la gente mangia troppo (…). Dice che gl’insegnerà i veri valori della vita. (…) Me l’immagino, con un tirapiedi in livrea, (…) in giro in Rolls Royce tutto il santo giorno. Eppure quel bastardo ti scrive tutte quelle fregnacce perché la gente se le legga.”   Un barbone, mangiando una salsiccia ammuffita, parla di un giornalista che si riempie la bocca, oltre che di prelibatezze, di belle parole. Nella rabbia di queste frasi potremmo leggere la critica definitiva a ogni teoria sugli effetti eticamente benefici della crisi che stiamo vivendo, a ogni elogio di una decrescita felice. È una rabbia che ci viene dritta dagli anni della Grande Depressione americana, dalle pagine di un libro dimenticato troppo a lungo.   Pubblicato nel 1935, Waiting for nothing nella nuova edizione italiana (traduzione e cura di Mario Maffi, Quodlibet 2014)  torna al titolo proposto originariamente dall’autore: Un pasto caldo e un buco per la notte. Tom Kromer ripercorre dodici situazioni di vita di strada in cui il comune denominatore è proprio la...

In direzione Beale Street

Stavolta è davvero impossibile accampare scuse che, in qualche modo, possano difendere la categoria: il motel sulla Interstate è lurido, malsano. La bussola d’ingresso va attraversata a passo spedito, tappandosi il naso ma senza farsi vedere, perché lo sporco altrui mette in imbarazzo. L’aroma tradisce sedimentazioni geologiche: crisalidi, caramello, formaggio da hard discount, pastoncino per uccelli, bigattini, budella; pare che in questi tre metri quadrati da decenni qualcuno si stia ingegnando nella preparazione artigianale di pasture per zombie, affinando ricette e metodi di preparazione che dovrebbero potenziare quel loro stato d’insaziabilità costante. Per poi poterli educare ai lavori forzati, suppongo. Per far rinascere l’economia del South, azzardo. Altro che visite turistiche al museo cartonato di Mark Twain e la pesca al pesce gatto! Decidiamo di rimanere, almeno per una notte. I miei compagni di viaggio e le loro rispettive chitarre riposano per un’oretta scarsa. Io, come da rito, ispeziono con una piccola torcia le porzioni di pavimento sotto i letti per trovare insetti a gambe all’aria, vaporizzati...