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Maurizio Cattelan

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Da oggi «Riga» 39: Maurizio Cattelan / Bidibibodibibu, ovvero i sogni hanno gambe lunghissime

Sono arrivata negli Stati Uniti poco dopo Maurizio Cattelan, che si è trasferito a New York nei primi anni Novanta. Ho abitato per qualche anno dalla parte opposta, a Los Angeles, e per poco più di sei mesi a Brooklyn, a Park Slope più precisamente, in quella parte di città dove scrittori e artisti si stavano raccogliendo via via in una piccola comunità, anche se all’epoca io non lo sapevo o non me ne rendevo conto. Avremmo potuto incontrarci, eravamo entrambi giovani con ambizioni artistiche, ma non è mai successo e d’altra parte non so se saremmo riusciti a parlarci, a risultarci simpatici abbastanza da aver voglia di andare oltre il riconoscimento della reciproca italianità, il che, si sa, può ridursi a ben poco una volta all’estero.   Comunque sia, ho visto una sua opera per la prima volta nell’estate del 1997 alla Biennale di Venezia: i piccioni appollaiati in alto su cavi tesi, lo sguardo dei visitatori che ruotava penosamente sul collo verso l’alto e lì indugiava per assicurarsi che non si muovessero, cioè che fossero piccioni morti e imbalsamati, il titolo che era una graziosa presa in giro, ma anche una geniale spiegazione: Turisti. Eravamo nella città dei turisti e...

Dimenticare McLuhan / McLuhan: nell’occhio del ciclone

È probabile che noi – convinti cultori della figura di McLuhan in quanto vero grande padre fondatore della mediologia – costretti a combattere la frigidità o più spesso ancora l’ostilità mostrata nei suoi confronti dagli studiosi di comunicazione di etichetta accademica, abbiamo abusato sin troppo dei suoi splendidi slogan. Alla fine di queste note, mi sarà difficile non ricorrere ancora a qualcuna delle sue “illuminazioni”. Ma – celebrandolo ora in un quadro talmente frequentato e esteso di occasioni pubbliche che parrebbe finalmente dimostrare un universale consenso nei suoi confronti – penso sia venuto il momento di intrattenerci con lui in modo radicalmente diverso. Controtendenza. Anzi, lo confesso, da tempo mi frulla nella testa l’idea che – a volere essere responsabili del nostro presente e quindi sentire l’urgenza di leggere i destini che si celano nei linguaggi digitali – bisognerebbe cominciare a “dimenticare McLuhan”.   Credo che sia il modo migliore per sfruttarne l’insegnamento e onorarlo. C’è una notevole differenza tra quello che si intende quando diciamo “il sapere” e quello che si intende quando diciamo “cercare di sapere”: nel primo caso prevale l’idea di...

Ossessionato dalle immagini / Maurizio Cattelan: Torno subito

Maurizio Cattelan: Be Right Back. Torno subito, come è scritto in quei cartelli che si appendono alle porte di un’attività, di un negozio quando ci si allontana per poco tempo, per poi tornare. Questo è il titolo del docu-film girato dalla regista Maura Axelrod e distribuito in esclusiva per l’Italia da Nexo Digital e Feltrinelli Real Cinema (in visione nelle sale solo per due giorni, il 30 e il 31 maggio scorsi). Il riferimento è a una delle sue prime opere, Torno subito appunto, del 1989: quando la Galleria Neon di Bologna lo invitò a esporre presso i suoi spazi, Maurizio, agli esordi, desiderante e impaurito verso quel mondo dell’arte che lo attraeva come una calamita e da cui al tempo stesso sarebbe voluto scappare, si fece travolgere da un’indecisione parossistica, fino a quando ebbe l’intuizione di lasciare la galleria così, vuota, con il cartello con la scritta appeso alla porta d’ingresso.    D’altra parte, per chi conosce minimamente il lavoro dell’artista, questo titolo non può non suonare come provocatorio oggi: torna? Ma non si era ritirato dalle scene nel 2011? Sia chiaro: Cattelan è un provocatore, fa un sapiente uso dell’ironia e del rovesciamento per...

Il controllo dell’aria e dell’atmosfera / Arte e denaro. Da Duchamp alla “foam city” contemporanea

Il 22 gennaio 2017 è morto l’artista statunitense J.S.G. Boggs, specializzato, a partire dagli anni’80, nella creazione di banconote personalizzate, i Boggs Bills, con le quali cercava di pagare beni e servizi, usandole come vero denaro. La riproduzione della banconota era affiancata da scritte decontestualizzate, come “Do you hear anything being said here, or am I empty now? Is anybody home? Hello?”.Queste opere erano funzionali a vere e proprie performance che declinavano la tipica interrogazione contemporanea sul valore artistico nella sua intima dialettica con il valore economico.   Se da queste banconote, che coprono per intero lo spazio dell’opera, si tornasse indietro per fare una caccia al tesoro in cerca della luccicante presenza del denaro nella tradizione artistica, si rischierebbe, letteralmente, di non finire mai e di dirigersi fino all’inizio, fino all’invenzione del quadro come oggetto separato e incorniciato per potere transitare anche nel mondo dei commerci. Il denaro si è sempre intrecciato con la produzione artistica, sia nel soggetto sia nella costituzione stessa dell’opera attraverso la committenza, il collezionismo, i mercati, che non sono accidenti...

Mostre in corso / C’è qualcosa nell’aria di New York che rende il sonno inutile

“C’è qualcosa nell’aria di New York che rende il sonno inutile”: lo sosteneva Simone de Beauvoir molti anni fa e possiamo confermarlo noi nel presente, soprattutto per quanto riguarda l’attività newyorkese dedicata all’arte contemporanea. “Yes We Can” non è solo lo slogan coniato da Barak Obama a seguito delle primarie in New Hampshire, né soltanto la traduzione inglese del motto “Si Se Puede” della lotta degli anni Settanta condotta dal sindacato dei braccianti United Farm Worker. Sembra piuttosto la convinzione o la forza motrice di ogni attività di ambito culturale che nasce e trova sviluppo a New York. Musei dalle enormi dimensioni con collezioni vaste e diversificate, nonché con una programmazione di mostre temporanee e di eventi ricchissima; ma anche fondazioni private volte alla conservazione dell’opera dei grandi maestri del contemporaneo, così come centri per il supporto dei talenti emergenti provenienti da tutto il mondo; infine molteplici gallerie d’arte private, spazi no profit, centri culturali, lofts destinati a residenze d’artista; biblioteche specializzate; graffiti e installazioni urbane site-specific: questa e molto di più è l’arte contemporanea nella città di...

Elio Grazioli | Paolo Gioli / Duchamp. Fontane e altro

Cosa non ha scatenato Fontana di Duchamp da cent’anni a questa parte neanche Saâdane Afif ce lo saprà mai dire in maniera esauriente. Questo artista, Afif, ha vinto nel 2009 il Premio Duchamp del Centre Pompidou con un progetto intitolato The Fountain Archive, che a gennaio il prestigioso museo parigino ha esposto nel suo stato attuale. Si tratta per l’appunto del più completo archivio sul readymade di Duchamp mai messo insieme, ovvero di come compare riprodotto nelle pubblicazioni che Afif ha rintracciato a livello internazionale.      Del resto i siti su di esso si moltiplicano tuttora, e le immagini che vi si rifanno, anche fuori dal mondo dell’arte, ragazze e ragazzi con scritto R. Mutt sul braccio o non so dove, vestiti a forma di Orinatoio… insomma è diventato uno scandalo di successo planetario – anche in Cina: si ricorderà il famoso quadro di Shi Xinning con un attonito Mao Zedong che lo scruta.   Molti gli artisti che vi si sono rifatti, degli italiani ne abbiamo interpellati almeno tre storici, che ci hanno dato tre versioni così diverse, e direi complementari, necessarie in realtà secondo noi a dare almeno un assaggio delle sfaccettature dell’...

Goethe Institut Torino / Etica per l’immagine

  Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero propone qui una riflessione di Elio Grazioli intorno al tema per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Siccome sono una persona moderata, dalla vita quotidiana fortunatamente esente in fin dei conti da problemi etici drammatici e da quella professionale incentrata sull’immagine artistica più che su quella massmediale, non me la sento di affrontare questioni che non conosco dall’interno né problematiche teoriche che rischiano l’idealità. Mi sento disarmato e impotente di fronte ai comportamenti umani che francamente mi risultano incomprensibili. E proprio perché sono una persona moderata, vorrei mettere qui in scena due situazioni invece estreme di cui ho già avuto occasione di parlare in altre occasioni. La prima riguarda una domanda che mi sono posto...

Che il cavallo viva in noi! / Passioni equine

Obtorto collo   Cosa ne sarebbe dell’opera di Maurizio Cattelan senza la tassidermia? Difficile immaginarlo: l’artista si è servito di animali «naturalizzati» lungo tutto l’arco della sua carriera, dallo scoiattolo che, in un improvviso blues, si toglie la vita in cucina (Bidibibodibiboo, 1996) ai duecento piccioni che infestarono il padiglione italiano della Biennale di Venezia (Turisti, 1997). In questo pantheon animale, un posto d’onore spetta al cavallo, da quando fu appeso al soffitto, sopra la testa dei visitatori, stretto in un’imbracatura di cuoio (Trotsky, 1997). Una volta liberatosi, se così possiamo ricostruire quanto seguì, il cavallo si mise a correre all’impazzata all’interno delle sale d’esposizione in cerca di una via di fuga, finché spiccò un salto per oltrepassare un ostacolo bianco. Peccato che si trattava di una parete, contro la quale sbatte il muso, restando sospeso a mezz’aria (Untitled, 2007). Il risultato è un cavallo acefalo che pende dal muro come un trofeo di caccia, la testa sostituita dalla coda e dal crinale.    Ormai disteso sul pavimento, con un cartello conficcato nell’addome con la scritta INRI (Untitled – I.N.R.I., 2009), tornò a...

Sottsass a fumetti

Quando hai annunciato di lavorare a un fumetto su Ettore Sottsass, ho pensato che questa relazione tra fumetto e design era una storia tutta italiana, nel senso che in questi modi si è manifestata solo qui. Il tuo caso è esemplare perché sei fumettista e anche designer. Ad ogni modo mi è venuto in mente un precedente. Ricordavo che Alessandro Mendini ti aveva chiesto di disegnare un fumetto quando aveva saputo che tu e Maurizio Cattelan eravate stati compagni di scuola e che avevate condiviso buona parte dei vostri pomeriggi padovani di giovani adolescenti. Tu però avevi spostato la scena a Milano per raccontare di Cattelan e le sue incursioni nel design degli anni Ottanta. Il racconto si avvia mentre si dirige verso l'Atelier Mendini con i suoi progetti sotto braccio per sottoporli al giudizio del maestro (una lampada che cammina e un armadio a forma di bara). Quanto c’è di vero in questa storia?   Dal punto di vista strettamente storico non sono neanche sicuro che al tempo raccontato dalla storia ci fosse già un Atelier Mendini perché nella metà degli anni Ottanta c’era lo Studio Alchimia. Se...

Sorrentino: Youth

Come sempre bisogna fare la tara a Sorrentino. Chiedersi come costruisca il suo immaginario, cosa ci metta dentro, come lo utilizzi, come lo svilisca e al tempo stesso lo elevi, in un modo spudorato e osceno al quale non può rinunciare. Sorrentino è sempre davanti al suo film, dietro le sue immagini, sopra e sotto il suo mondo, è il verme sotto le rose di Lynch, il paracadutista che atterra sulle montagne svizzere. Invece di nascondersi o di stare a distanza, come forse la fagocitazione del visivo oggi richiederebbe, Sorrentino schiaccia, sottolinea, trapassa il foglio a forza di calcare la mano, e forse converrebbe nemmeno andarli a vedere, i suoi film, se fin dal principio non si ha la voglia o la curiosità di stare al gioco.   una scena del film Youth, regia Paolo Sorrentino, 2015   Quanti registi, oggi, fanno ancora così? Quanti registi, oggi, non sanno rinunciare al loro immaginario, ma anzi lo ribadiscono a ogni passaggio? Pochi, pochissimi, e tutti a rischio di abuso della pazienza (Malick, per dire, volenti o nolenti si è infilato nello stesso pertugio). E Sorrentino, che di certo non ha paura di confrontarsi con i...

Su Piero Manzoni / L’artista? Il brand che crea un’atmosfera

Cosa succede se si consacra un grande dissacratore? La recente retrospettiva milanese per i cinquant'anni dalla morte di Piero Manzoni ha dimostrato che da un paradosso non possono che seguire paradossi. Se era giusto far scoprire anche al grande pubblico che l'artista “milanese, ma geniale” (copyright Skiantos) non era solo “quello della merda d'artista”, le celebrazioni fin troppo ufficiali e il contorno di pubblicazioni uscite per l'occasione (come Piero Manzoni. Vita d'artista e Breve storia della merda d'artista di Flaminio Gualdoni; Diario (1954-1955), di Piero Manzoni a cura di Gaspare Luigi Marcone; Piero Manzoni e Albisola. Una visione internazionale di Francesca Pola; Il ribelle gentile. La vera storia di Piero Manzoni di Dario Biagi e Su Piero Manzoni di Germano Celant) hanno finito per imbalsamarne l'immagine e seppellirla nell'archivio dei classici dell'avanguardia italiana.   È insomma successo a lui quello che è successo a una delle sue opere meno commentate e meno glamour, la Base magica, posta al centro di un'aulica sala di Palazzo Reale. Manzoni la chiamò così perché “qualunque persona, qualunque oggetto vi fosse sopra era, finché vi restava, un’...

La rara dolcezza di Dorothy Iannone

Dorothy Iannone è una notevole raccontatrice di storie, che spesso partono dalla sua autobiografia, per diventare vicenda di una generazione o di un periodo.   L’artista, americana per nascita, ha girato il mondo, prima di decidere, negli Anni ’60, di trasferirsi a Berlino, che ora la omaggia con una bella retrospettiva alla Berlinische Galerie, magnifico spazio nel cuore di Kreuzberg, dove l’esposizione è aperta fino al 2 giugno prossimo (dotata di un bel catalogo edito dal museo e da Kerer Art, 189 p., 29 eure, in cui compare anche una curiosa intervista a cura di Maurizio Cattelan pubblicata su “Abitare” nel 2011).     Per solito apparentata a figure importanti dell’arte legata al femminismo negli Stati Uniti (ad esempio Judy Chicago), ha in realtà una sua specifica dimensione di auto fiction, che negli anni ’60 risultava perfino eccentrica. Al centro delle sue coloratissime tavole, delle sue incantevoli graphic novels prima del tempo (come Icelandic Saga), sta sempre una identità femminile forte e prorompente, che assoggetta uomini a avere relazioni sessuali continue, fantasiose e...

Tino Sehgal, o del gesto

Il mio primo incontro con Tino Sehgal risale al tardo marzo del 2006. Ero a Berlino, mi trovavo in città per la prima volta, e tutti i miei sensi sembravano annebbiati da un’infatuazione adolescenziale, ingigantita dall’apparire sulla mia strada (in senso letterale, su una strada precisa, l’allora per me sconosciuta Auguststraße) dell’apparato espositivo elaborato per la quarta edizione della Berlin Biennale.  I tre curatori della mostra, Massimiliano Gioni, Maurizio Cattelan e Ali Subotnick, mi stavano regalando la rara possibilità di penetrare gli edifici, di vedere i miei primi appartamenti berlinesi, insieme ad altri spazi meno privati, ma per me, sprovveduta turista, quasi segreti: cimiteri, imponenti ex-uffici postali, e sale da ballo antiche.  Proprio in quest’ultimo luogo il mio sguardo si sarebbe imbattuto in qualcosa che definiva a stento, quella che il mio primo manuale di storia dell’arte chiamava performance. Un ragazzo e una ragazza strisciavano sul pavimento, uniti da una coreografia che anche il mio occhio inesperto riusciva a riconosce, eppure il loro sembrava un gesto tanto naturale e...

Andy Warhol

Ventisei anni fa moriva inaspettatamente Andy Warhol. Aveva 59 anni, oggi dunque ne avrebbe 85 e potrebbe essere ancora in attività. Molti si sono chiesti e si chiedono cosa farebbe oggi se fosse vivo. Perlopiù si rispondono chiedendosi se ammirerebbe il lavoro di quelli che appaiono un po’ gli eredi del suo modo di pensare il rapporto tra arte e “sistema”, riferendosi soprattutto all’invenzione e agli sviluppi della Factory e alle ambigue sue ultime dichiarazioni sulla Business Art. Cosa avrebbe dunque pensato di Jeff Koons, Damien Hirst (il teschio ricoperto di diamanti avrebbe potuto inventarlo lui), Takashi Murakami? E di Maurizio Cattelan?     A me vengono in mente due cose. Una è che a Warhol pensiamo troppo da questo punto di vista, per questo aspetto, trascurando o sminuendo la grandezza con cui ha saputo far proprie e rielaborare le questioni prettamente artistiche, in questo modo sapendosi rinnovare costantemente e sempre con grande acume. Le sue risposte alle pennellate e al dripping, al monocromo e al readymade, alla scultura e all’arte concettuale, insomma, di mano in mano, a tutti i grandi...

Helke Bayrle. Portikus Under Construction

Un archivio raro e insolito di 132 film girati dalla filmmaker polacca Helke Bayrle all’interno della sala espositiva di uno dei luoghi più importanti e all’avanguardia per l’arte contemporanea in Europa, la kunsthalle di Portikus, è attualmente ospitato e consultabile da Peep-Hole a Milano.   La singolare e complessa costruzione di Portikus Under Construction ha inizio nel 1993, nel momento in cui la regista comincia a raccogliere e documentare sistematicamente tutte le fasi di preparazione e di elaborazione delle mostre monografiche che hanno avuto luogo in questa Kunsthalle fondata nel 1987 dal curatore e critico Kasper König come filiale espositiva della Städelshule, l’accademia d’arte e di architettura di Francoforte. Moltissimi artisti tra cui Daniel Buren, John Baldessari, Luciano Fabro, Louise Lawler, Lothar Baumgarten, Sherri Levine, Maurizio Cattelan e Philippe Parreno, ripresi giorno dopo giorno dall’autrice nel corso dell’allestimento delle loro esposizioni personali, hanno interagito con questo luogo, realizzando tra i primi anni Novanta sino ad oggi mostre di notevole interesse. Attrezzi di...

Esposizioni: istruzioni per l’uso

“Quello che sta emergendo in questi anni è che effettivamente il sistema sta diventando il vero protagonista, il vero elemento di drammaturgia: gli artisti trovano spazi, ma trovano spazi all’interno di una costruzione che è sempre di più appunto la fiera, il mercato, l’istituzione. Il sistema sta assumendo un’importanza maggiore della produzione stessa”. Questa considerazione di Antoni Muntadas, un artista che trae il suo materiale da un vigile scandaglio dei meccanismi sociali e politici contemporanei, tratteggia la condizione del “mondo dell’arte” del nostro tempo: un sistema che partecipa di alcune delle logiche culturali profonde del tardocapitalismo – a partire da quella “economia creativa” fatta di velocità e continue reinvenzioni e ibridazioni che innerva i processi di consumo e i connessi meccanismi di notorietà, obsolescenza, ecc. –, che intrattiene un’ambigua relazione con il potere, istituzionale o finanziario (ammesso si possano distinguere), ma che coltiva nondimeno una distanza, una volontà di salvaguardare le proprie interne ragioni, la propria...

Arte contemporanea: che fare nel contesto di crisi?

Colpisce che un numero sempre maggiore di voci insorga, in ambito internazionale, contro l’arte contemporanea. Parliamo di John Berger o Don DeLillo, Orhan Pamuk o Simon Schama: voci non pregiudizialmente avverse, come potremmo considerare Marc Fumaroli, ma di osservatori attenti e in linea di principio partecipi. Siamo cresciuti nella leggenda (anni Cinquanta, in Europa ancora anni Settanta) dell’artista incurante di convenzioni, giovane, appassionato e ribelle. E non di rado, presso il grande pubblico, ci si attende ancora che l’arte possa restituire senso ai vocaboli eroici della tradizione modernista: libertà, passione, verità. Eppure qualcosa sta accadendo, con più evidenza dall’inizio della crisi economico-finanziaria, nel 2007; qualcosa che ricorda il primo movimento di una frana. L’outsider di genio non è più il beniamino popolare, al contrario. Simile agli artisti-principi di fine Ottocento, zelanti ritrattisti di ministri, banchieri, aristocratici e sovrani, global players come Koons, Hirst o Cattelan gettano una luce che a non pochi appare ormai futile e sinistra.   Irresponsabilità...

La Milano di Giovanni Agosti

Quando ho iniziato a pensare a questo pezzo, Le rovine di Milano si coniugavano al passato. Scritto, come dichiara l’autore nel suo Pretesto, “di settimana in settimana e a rotta di collo, tra giugno e luglio del 2011” e “comparso, in sette puntate, su Alias, il supplemento culturale del Manifesto”, il pamphlet dello storico dell’arte Giovanni Agosti (allievo di Paola Barocchi e Salvatore Settis, docente alla Statale di Milano e autore di un monumentale Su Mantegna, Feltrinelli, 2005) ripercorre in 85 pagine tre decenni di politiche culturali cittadine, tra pochi splendeurs e parecchie misères. Dico al passato, perché l’epilogo del libro – “Adesso sarebbe bene, percorso il periplo e giunti alla meta, avanzare proposte concrete e percorribili per il futuro, ci si augura, migliore. Non intendo sottrarmi all’esercizio; ma non ora: fa troppo caldo” – evoca finestre spalancate dopo una lunga apnea, per far entrare l’aria buona delle elezioni di fine maggio. Ma sa anche di nuove sorti progressive in marcia. Giovanni Agosti è anche il “tecnico” al quale Stefano Boeri ha (aveva...

1964. Il coraggio degli italiani in mostra al MoMA di New York

L'articolo di Marco Belpoliti del 10 novembre sulla mostra di Cattelan al Guggenheim di New York mi convince a raccontare la storia di un’altra mostra, di tanti anni fa. Era da un po’ che ci pensavo. Prima però bisogna che accenni a quei miei studenti che nelle ultime settimane hanno cominciato a farmi domande difficili, tipo: “ma, professore, come abbiamo fatto a ridurci così?” oppure “com’è possibile che la stampa di tutto il mondo scriva di noi italiani queste cose?”. Mettetevi nei miei panni, non sapevo da che parte girarmi.   Per fortuna d’estate leggo parecchi libri e me ne sono venuti in mente due, nei quali ho creduto di trovare qualche risposta. Il primo, La strada dritta di Francesco Pinto (Mondadori), narra in forma romanzata l’epica costruzione dell’Autostrada del Sole; il secondo, La catastròfa di Paolo Di Stefano (Sellerio), ricostruisce attraverso le testimonianze di chi c’era la tragedia dei minatori italiani a Marcinelle. Peraltro insegno ai futuri geometri delle valli bergamasche, dove da generazioni la gente progetta e costruisce strade e viadotti e da...

The End. Berlusconi & Cattelan

Per una strana combinazione capita che la crisi finale del governo Berlusconi, con le dimissioni annunciate del suo leader, l’italiano più famoso nel mondo, cada nei giorni in cui si inaugura al Museo Guggenheim di New York la mostra del più celebre artista italiano, Maurizio Cattelan, dall’emblematico titolo: All. Una coincidenza casuale ma che ci permette di ragionare su cosa è stato il berlusconismo nel periodo che va dalla fine degli anni Ottanta ai nostri giorni guardando il tutto attraverso la specola della mostra newyorkese dell’artista padovano, trasferitosi armi e bagagli, da almeno vent’anni, in America.       Nello spazio spiraliforme dell’edificio progettato da Frank Lloyd Wright, che accoglie le opere dell’artista italiano, queste galleggiano nel vuoto appese a corde. Sculture, installazioni, fotografie, dipinti, lavori su carta, tutte opere realizzate a partire dagli anni Ottanta – l’età d’oro delle televisioni commerciali di Berlusconi – ad oggi, galleggiano nell’aria in un vortice di immagini che colpisce e insieme confonde i visitatori. Il motivo...

Pattini a rotelle. Gino De Dominicis laicizzato

Questo testo dedicato a Gino De Dominicis (1947-1998) e alla sua particolare abilità di “commento” figurato del mondo dell’arte, è parte dell’inchiesta “civile” di Michele Dantini sulla storia dell'arte italiana contemporanea. Fa da pendant a Cavalli e altri erbivori, apparso in precedenza su Doppiozero e può connettersi idealmente, come contributo preliminare, al Dossier anniottanta curato da Stefano Chiodi [vedi Anniottanta. Un’introduzione].   Condotta programmaticamente “in presenza delle opere”, l’interpretazione dei documenti visivi è incrociata con la storia delle comunità artistiche e del paese nel suo complesso, e tocca questioni di grande attualità, in primo luogo la progressiva erosione di un progetto partecipativo nazionale. L’importanza del tema scelto è presto spiegata. Attorno all’attività di Gino De Dominicis si consolida, tra fine anni sessanta e primi anni settanta, un passaggio cruciale: le retoriche eroicizzanti e politicistiche dell’Arte povera (e dintorni) cedono a motivazioni più elusive, “...

Italia tra parentesi

L’Italia come argomento. Che cosa rende questo paese così particolare tanto da divenire oggetto o soggetto di un’opera d’arte? Nessun paese al mondo è stato tanto ritratto quanto lo è stato nei secoli l’Italia. Non certo soltanto per i paesaggi, la storia o l’arte, ma anche e soprattutto per una materia costituita da una umanità che sfugge ad ogni definizione o categoria. Una materia umana creata dalla stratificazione e ibridazione di culture ed etnie diverse, risultato di scontri e integrazioni secolari, forzata alla coabitazione su un piccolo e vario territorio e che solo di recente ha cercato di immaginare una storia comune, alla ricerca di una possibile identità condivisa.   Laboratorio permanente dove si testano sino al limite le pulsioni più profonde dell’animo umano, tra tragedia e commedia, per gli artisti l’Italia rappresenta un principio di realtà, un territorio da cui nascono e si mettono alla prova etiche, poetiche ed estetiche. Un territorio in cui la realtà offre una infinità di trame, di storie, di situazioni, di personaggi tali da rappresentare gi...

Il libro di Bartolomeo Pietromarchi / Arte e identità italiana

Ai bei tempi dell’idealismo, quando la Storia andava sottobraccio al Progresso, e le Nazioni non facevano che seguire i loro presunti Destini (per lo più dominare il mondo e far fuori le rivali, ma questa è un’altra questione), l’Arte sembrava avere un mandato indiscutibile: esprimere l’Anima, il Genio, insomma l’essenza dei popoli, fosse questa la spiritualità dei Tedeschi o l’anima razionale dei Francesi ecc. Gli Italiani, prima ancora che questo termine coincidesse con un’entità nazionale, avevano per parte loro un compito ancor più difficile: mettere insieme le molte Anime ereditate dal passato – classica, cristiana, rinascimentale, barocca ecc. – e inventarsene possibilmente una moderna. La storia, quella vera, non è stata generosa con nessuna di queste due missioni: l’arte si è sottratta alla sua supposta condizione passiva ed è stata ripensata radicalmente lungo il corso del Novecento come attività che produce anziché riflettere il mondo, come una invenzione, anziché come l’effetto di un’origine qualsiasi, ovvero, rovesciando l’assunto storicista di partenza, come qualcosa che sfida appunto le nozioni correnti su cosa e come debba essere un’opera di un determinato tempo e...

Per sconfiggere l’entropia

Sostiene la simpatica Bice Curiger, curatrice della cinquantaquattresima Esposizione Internazionale d’Arte, che la divisione in padiglioni nazionali è la specificità e l’unicità della Biennale di Venezia; ed è tutt’altro che anacronistica. Conseguentemente ha costruito sull’idea di nazionalità e storia la sua mostra, intitolandola ILLUMInazioni. La novità è che la curatrice ha creato quattro nuovi “para-padiglioni”: strutture architettoniche create da quattro artisti (Son Dong, Monika Sosnowska, Oscar Tuazon e Franz West) che ospitano le opere di altri artisti, dando vita a delle “opere-ambiente” a metà tra scultura e architettura che presentano delle altre opere più o meno omogenee. Un’idea interessante che però funziona soltanto nei primi due casi: lo stridore e l’incoerenza non sempre sono un valore, e queste purtroppo sono le caratteristiche di molte parti della Biennale, soprattutto all’Arsenale.   Giardini. Da qui conviene quindi partire, senza un itinerario preciso, annotando soltanto quello che è interessante. È...