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Maurizio Nichetti

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C'era una volta / Peter Mitterhofer e la macchina da scrivere

C’era una volta la Cacania. Come dice Musil lì era tutto "kaiserlich-königlich", imperial-regio. Lo testimoniano ancora le K.K. impresse sui tombini nelle strade di Merano. E nella Cacania – che si spingeva appunto anche nel Sud Tirolo, detto oggi Alto Adige – c’era un brav’uomo di nome Peter Mitterhofer. Proprio negli anni in cui governava Cecco Beppe e la “sua” Sissi, divideva gli animi tra entusiasti e denigratori. Si racconta Peter fosse molto amato dai bambini, che probabilmente vedevano in lui qualcosa di simile a Emmett "Doc" Brown (Christopher Lloyd), lo “scienziato pazzo” che in Ritorno al futuro di Robert Zemeckis (1985) affascina il giovane Marty McFly (Michael J. Fox) o, per chi se lo ricorda, a Maurizio Nichetti in Ratataplan (1979). Viveva a Parcines, oggi poco più di 3.500 anime in provincia di Bolzano, 7 chilometri e mezzo da Merano, 626 metri sul livello del mare, circondato da vette che, seppur non vertiginose, vien voglia di salirle solo a vederle. I suoi concittadini non lo prendevano troppo in considerazione. Sì, era un bravo falegname, come suo padre, ed aveva imparato anche a fare il carpentiere. Ma un po’ troppo bizzarro, faceva cose che era difficile...

Le avventure di una metropoli

Abbiamo incontrato Maurizio Nichetti ai Frigoriferi Milanesi, in occasione della presentazione di Milano, si gira!, volume fotografico realizzato “a dieci mani” da Mauro D’Avino, Lorenzo Rumori, Simone Pasquali, Roberto Giani e Andrea Martinenghi: una sorta di viaggio nel tempo, alla scoperta delle location (o di quel che ne rimane) che per oltre mezzo secolo il capoluogo lombardo ha fornito al cinema italiano. Uomo di cinema riservato ma dallo sguardo acuto, Nichetti ha attraversato Milano in lungo e in largo; con i suoi film ne ha saputo cogliere in anticipo i mutamenti sociali e urbani; sulla scia di una gloriosa tradizione che va da Keaton a Laurel e Hardy fino a Tati, ha raccontato le battaglie quotidiane dell’individuo contro una società sempre più meccanicistica e massificata. Parlare con lui significa insomma guardare, attraverso il prisma deformante della comicità, le trasformazioni di una città durante l’ultimo trentennio.       All’epoca del tuo lungometraggio d’esordio, Ratataplan (1979), ti rendevi conto di descrivere una realtà metropolitana che stava cambiando?   Per tutti gli anni Settanta ho lavorato nella pubblicità: Milano stava per...