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Michael Haneke

(12 risultati)

Il lamento di un privilegiato disilluso / Bret Easton Ellis, Bianco

Il nuovo libro di Bret Easton Ellis, Bianco, si apre nel pieno di una crisi di nervi. Senza preamboli, l’autore di Meno di zero e American Psycho ci scaraventa nel “vago eppure quasi opprimente e irrazionale fastidio” che negli ultimi anni lo dilania e in un calibrato crescendo, lo declina nei toni dell’ansia e del disgusto. A “straziarlo” è lo spettacolo dell’umanità come si dispiega sui social: la “stupidità altrui”, le facili certezze, i conformismi, la ferocia dei giudizi sommari, l’assenza di sfumature, la violenza degli umori. “Questa rabbia – conclude – poteva diventare così tossica che a un certo punto lasciavo perdere e me ne stavo lì seduto, esausto, ammutolito dallo stress”. Da qui, nell’arco di otto saggi, Bianco, da poco in italiano per Einaudi nella traduzione di Giuseppe Culicchia (280 pp.), prende di mira l’intero arco della cultura contemporanea spaziando da Twitter alla vittoria di Trump, dagli eccessi del politically correct ai millennial, ribattezzati senz’altro la Generazione Inetti.   Fin dal titolo – che richiama al privilegio bianco dell’autore – questo è un lavoro che vuol far discutere e così è stato. Qualcuno l’ha definito un rosario di meschinità...

Disincanto / Il lieto fine di Michael Haneke

Quando mesi fa è iniziata a circolare la notizia che il nuovo film di Michael Haneke sarebbe stato una storia ambientata tra i migranti di Calais e che si sarebbe chiamato Happy End non si poteva non pensare a un’astuta forma di presa in giro. Temi sociali e finali accomodanti sono forse due tra le cose più lontane che si possa immaginare appartengano all’universo filmico di Haneke. E infatti anche questo Happy End – sorta di sintesi filosofica del pensiero del registra austriaco – non fa eccezione. Il film inizia con delle stranissime immagini di pessima qualità riprese da uno smartphone da parte di quella che scopriremo essere una delle protagoniste del film, l’adolescente Eve: vediamo la madre che si lava i denti e che va in bagno e la figlia che la riprende commentando la stanca routine del genitore con cinismo e distacco; poi vediamo un criceto in gabbia a cui Eve somministra dei medicinali che lo fanno rimanere stecchito; e infine la madre – sempre filtrata attraverso uno smartphone – “finalmente zittita” a causa di un avvelenamento, sdraiata su un divano con la figlia che commenta: “ora chiamo un’ambulanza”. È uno sguardo quello del mondo dello smartphone di Eve che non...

Cannes. Parte 3 / L'anno nero di Cannes

Che l’edizione di quest’anno del Festival di Cannes non sarebbe stata come quella, francamente eccezionale, dell’anno scorso c’era da aspettarselo: non capita tutti gli anni di avere autori come Cristian Mungiu, Olivier Assayas, Jim Jarmusch, Nicolas Winding Refn, Asghar Farhadi, Xavier Dolan, Paul Verhoeven (e poi Kleber Mendonça Filho, i Dardenne, Pedro Almodóvar etc.) con i film pronti in questi mesi dell’anno, e riuscire magari a fare pure delle scoperte, com’è stato con Toni Erdmann di Maren Ade l’anno scorso, come l’anno prima fu con Son of Saul di László Nemes. Non capita tutti gli anni di avere film che da soli definiscono un festival, come fu per La Vie d'Adèle nel 2013, Holy Motors nel 2012 o Tree of Life nel 2011. Il cinema a volte ha semplicemente delle annate meno fortunate, e questa poteva benissimo essere una di queste. Già dopo la conferenza stampa dello scorso 13 Aprile in cui erano stati annunciati per la prima volta i film della selezione di quest’anno si era capito come ancora una volta i grandi autori americani avrebbero snobbato i festival europei (quest’estate usciranno Kathryn Bigelow, Steven Soderbergh, forse pure Paul Thomas Anderson e nessuno di questi è...

L’assassinio di Cannes

Domenica sera, dopo l’annuncio dei premi dell’appena conclusasi 68esima edizione del Festival di Cannes, il settimanale Les Inrock faceva notare un’evidenza statistica davvero un po’ preoccupante. Dal 1966 al 2008 i film francesi vincevano la Palma d’Oro a Cannes con una cadenza di una volta ogni ventun anni: Un homme et une femme di Claude Lelouch nel 1966, Sous le soleil de Satan di Maurice Pialat nel 1987, Entre les murs di Laurent Cantet nel 2008. Poi, invece, hanno vinto quattro delle ultime sette edizioni: dopo Entre les murs c’è stato Amour di Michael Haneke nel 2012, La Vie d’Adèle di Kechiche nel 2013 e ora Dheepan di Jacques Audiard nel 2015. Nessuno mette in dubbio che l’industria del cinema francese produca ancor’oggi dei grandi film (quest’anno ce n’erano almeno due grandissimi alla Quinzaine: L’Ombre des femmes di Philippe Garrel e Trois souvenirs de ma jeunesse di Arnauld Desplechin), ma certo un ritmo di questo tipo, così come un festival che decide di mettere ben cinque film francesi in concorso (di cui almeno tre unanimemente giudicati mediocri da tutta la critica presente a Cannes) comincia a destare qualche sospetto.   Nessuno vuol qui passare per ingenuo...

L'Avversario

Racchiudere il tema più antico del mondo in centoquaranta pagine rappresenta già, di per sé, un’hybris che s’immagina quanto piacere procuri a uno come Arturo Mazzarella. Chi legge penserebbe di potersene sbarazzare con un’alzata di spalle; eppure, una volta concluso Il male necessario (Bollati Boringhieri, 2014), non potrà far altro che ammettere come la scommessa dell’autore – se non vinta – risulti ancora aperta. E, davvero, non è poco. Se una posta di tale portata resta in gioco, è in virtù di uno di quei “tagli” crudeli (è il caso di dire) cui negli ultimi suoi lavori – da La grande rete della scrittura a Politiche dell’irrealtà (a suo tempo presentato su questa sede) – egli ci ha abituato. (Va annotato, intanto, che l’apodittica perentorietà con cui queste risolute scelte di campo vengono operate rappresenta ormai, nella sua scrittura saggistica, una figura stilistica: che fa, di questo nuovo libro, un punto d’arrivo. La portata di detti “tagli” – che, ove riaperti, darebbero vita a non meno di dieci saggi di...

Giorgio Falco. La gemella H

La foto in copertina, di Sabrina Ragucci, mostra tre mele appoggiate su un piano. Non sono freschissime; una anzi – la prima da sinistra – mostra pronunciati i segni del tempo. Ma il modo in cui sono riprese – il bianco e nero, lo sfumato dei contorni, l’ombra incerta sul piano – è proprio da una collocazione precisa nel tempo che le allontana.     Di nuovo delle mele sono chiamate in causa dalla prima frase che si legge (un refrain che tornerà, in seguito, con quieta ma tenace insistenza): «Noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima». È la frase che canticchia fra sé la protagonista e (per lunghi tratti) voce narrante del nuovo romanzo di Giorgio Falco (il secondo, dopo l’esordio con Pausa caffè – scoperto da Giulio Mozzi nel 2004 – e dopo i magnifici racconti de L’ubicazione del bene nel 2009), La gemella H. Cioè Hilde Hinner: che misteriosamente sin dalla nascita – nel 1933 – si mostra in grado di descrivere la vita propria e della sorella Helga, nata pochi istanti prima di lei.   Le loro vite, dopo un tentativo di Hilde di rendersi...

I film dell’anno di doppiozero | Parte II

Dicembre, si sa, è il mese delle classifiche: i migliori dischi, i migliori libri, i gol più belli, il Pallone d’oro, i personaggio dell’anno. E ovviamente anche i film della stagione, che poi in realtà non si mai quali siano, se quelli usciti nelle sale, se quelli visti ai festival, se quelli recuperati su internet, se quelli che film veri e propri non sono, come le serie tv, ma che ormai hanno spettatori, ammiratori e imitatori più dei film stessi. Presi ovviamente dalla serietà del gioco, abbiamo deciso di raccogliere le nostre preferenze e di stilare una lista il più possibile esaustiva di quello che il 2012 ha detto al cinema: nelle sale, nei festival, magari anche in tv, con la speranza di presentare una serie ovviamente parziale, ovviamente contestabile, di consigli per la visione. Trovate i primi otto a questo link. Di seguito altri otto.     Amour, di Michael Haneke La Palma d’oro di Cannes, la seconda in pochi anni per Haneke, è il film che non ti aspetti, un’elegia algida come sempre, ma potente come un pugno nello stomaco, sull’amore e la vecchiaia. Nella storia di...

Michael Haneke. Amour

Dopo che Michael Haneke ha portato a casa da Cannes la sua seconda Palma d’oro (solo tre anni dopo Il nastro bianco), osservando il consenso unanime che Amour ha ricevuto, per provocazione verrebbe da chiedersi se questa canonizzazione cannense non coincida con un certo esaurimento del mordente che il regista ha sempre impiegato nel suo gioco di implacabile e impietosa provocazione del pubblico. Non che il consenso debba per forza corrispondere a un tono più conciliante o a una rinuncia alla complessità, anche perché questo film è tutt’altro che semplice e consolatorio. Ma il cambio di tonalità invita ad interrogarsi. Senza voler concedere troppo ai vezzi critici dell’autorialismo, non può non sorgere qualche perplessità, quando un autore, famigerato per enigmaticità e misantropia, consegna una storia apparentemente così semplice, così crudamente umana come quella di Anne e Georges, insegnanti di musica ottuagenari, nella cui quieta e soddisfatta vita borghese s’insinua l’atroce banalità della malattia e della morte. Un ictus cerebrale coglie lei una mattina e, da l...

#140 cine: da giovedì 25 ottobre al cinema

#140cine: un tweet per segnalare e commentare ogni settimana i film che escono in sala. Aspettiamo sui social network i vostri voti e i vostri commenti.   Da giovedì 25 ottobre in sala. Amour di Michael Haneke (id., Austria, Germania, Francia 2012) #140cine Non fatevi ingannare dalla fama di Haneke: questa volta, sotto la freddezza della superficie, cova per davvero un amore infinito. Io & te di Bernardo Bertolucci (Italia 2012) #140cine Un altro assedio, un’altra storia di dreamers, anche se malati e disillusi. Bertolucci è sempre lui, chi lo ama non sarà deluso. Le belve di Oliver Stone (The Savages, Usa 2012) #140cine Che Stone sia bollito è noto. Se poi si mette a fare film da Winslow, è fin scontato che venga fuori la tamarrata tirata a lucido. The Possession di Ole Bornedal (id., Usa 2012) #140cine Ma quanto è largo sto fondo del barile che l’horror satanicoconfessionaleincuiunabambinadàdimatto sta raschiando da anni? Viva l’Italia di Massimiliano Bruno (Italia 2012) #140cine E se invece della verità...

Cannes 65 – Al festival in Limousine

“Dove vanno a dormire le Limousine?” Si chiede Eric Packer, il giovane protagonista di Cosmopolis di David Cronenberg. La riposta gliela dà, in qualche modo, Leos Carax mostrando nel suo Holy Motors un nutrito gruppo di Limo che si prepara a “coricarsi” in un’autorimessa della periferia parigina, discutendo (letteralmente!) sulla natura e sul carattere dei propri conducenti. Questo di Cannes – sessantacinquesima edizione – è stato, per certi versi, un festival in Limousine. E non soltanto perché le lussuose autovetture sono protagoniste nei due film sopraccitati – tra i più controversi del Concorso – e nemmeno perché il celebre Boulevard de la Croisette ne è percorso in lungo e in largo e in continuazione, ma anche perché la Limousine, emblema del lusso, dell’eccentricità e dell’esibizione di più pacchiana natura, è sembrata assumere, nell’ambito festivaliero, i contorni di una metafora (anche cinematografica) molto ben adattabile ai nostri tempi. Divenendo, da un lato, il simulacro magniloquente, superfluo e ingombrante di un mondo...

Marco Franzoso. Il bambino indaco

Il titolo del nuovo libro di Marco Franzoso, Il bambino indaco (Einaudi, 16€, 132 pagine) ha qualcosa di esotico e insolito; esso fa riferimento a una teoria emersa nella cultura New Age che sostiene l’esistenza di bambini speciali, riconoscibili dall’aura di colore indaco e caratterizzati da un’intelligenza superiore e originale capace di indicare la via per una rigenerazione salvifica del mondo. La citazione sulla copertina “Chi sei? Chiedo silenziosamente. Qual è il tuo segreto? Perché non ti conosco?”, che sembra dialogare con il volto rotondo del bambino in primo piano, rinforza la fascinazione; ciononostante, a libro terminato, la delusione che segue a tanta aspettativa, che aveva avuto sin da subito un vago sapore di falsità, è forte.   Il libro comincia con la descrizione della scena di un delitto: il corpo di una donna disteso sul tappeto di un salotto, il petto forato da numerosi colpi di pistola. Le immagini e le voci ci arrivano filtrate dalle sensazioni convulse di Carlo, protagonista/narratore e marito della vittima; un bambino, secondo le parole del maresciallo, sembra essere “in salvo...

Niente da nascondere

Esiste un riferimento in grado di denotare il contrario del senso di colpa? Forse è proprio il non aver niente da nascondere. Che cosa indichi però effettivamente questo “niente”, disteso per intero sopra al concetto di nascondimento, è difficile da indicare. Cosa può essere questo “niente” che il nascosto dovrebbe mostrare? Forse è ciò che risiede nel nostro sguardo, in ciò che osserviamo e in ciò che crediamo di dimenticare nella semplicità con cui i nostri occhi si distendono sulle proprie visioni.   La scena iniziale del film di Michael Haneke Caché si colloca proprio all’interno di questa sovrapposizione. Una ripresa a camera fissa riprende frontalmente, da una certa distanza, un’abitazione. Al di là del passaggio casuale di qualche pedone lungo la via e dell’uscita di alcune persone dalla casa, scene del tutto insignificanti, attendiamo di capire che cosa subentrerà per condurci effettivamente all’interno della struttura narrativa del film. Invece, a suo modo, tutto quanto è già accaduto, come se “niente”...