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Muʿammar Gheddafi

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Gli arabi, Israele e il terrorismo

Nella situazione di tensione che si è creata nel Mediterraneo, come percepisci tu il problema dei rapporti tra i paesi della sponda nord del Mediterraneo e i paesi della sponda sud, tra paesi come l’Italia e paesi di cultura islamica come la Libia, ma anche come l’Egitto, come la Tunisia, come l’Algeria e che cosa ti sembra che si debba fare, pensare, scrivere, per evitare che si creino tensioni senza uscita come quelle che qualche volta si sono create? Non c’è anche una mancanza di conoscenza da parte nostra?   La conoscenza è certamente una buona cosa e la conoscenza che noi abbiamo del mondo arabo è scarsa, obiettivamente. Ma direi che è scarsa in parte per colpa nostra e in parte anche per colpa loro, perché veramente da secoli, dal mondo arabo e dall’Islam più un generale, è uscito pochissimo di buono. Sono utenti della civiltà tecnologica a cui non hanno contribuito, sono utenti del marxismo senza averlo rinnovato, insomma stanno in qualche modo ai margini della civiltà occidentale e di quella comunista. La mia impressione è piuttosto negativa, non mi fiderei di...

Gheddafi, non solo un capo di stato

Conversazione e fotografie estratte da Libya: Inch by Inch, House by House, Alley by Alley di Giovanna Silva, Mousse Publishing       Poiché gli americani stanno facendo la conoscenza dello spazio, sarei molto lieto se ci cercassero un pianeta in cui noi, arabi, iraniani e latino americani potessimo andare a vivere. Trovateci un altro pianeta, poiché questo lo volete tutto per voi. Gheddafi 22 gennaio 1986   GS. Ad oggi la Libia è un paese uscito da una guerra civile e internazionale, un paese che per quarant’anni ha vissuto un regime, il regime di un leader, Gheddafi, che ha portato agli onori della cronaca questo paese, nel bene e nel male. Sto lavorando ad un libro sulla Libia come parte di una serie di pubblicazioni sui paesi in guerra, o in situazioni di crisi. Sto costruendo una narrazione, dei racconti su questi paesi, attraverso le fotografie dei loro paesaggi.   Nel caso della Libia quello che ho cercato di tracciare è un ritratto delle architetture del regime - il regime di Gheddafi - distrutte dalla recente rivoluzione. Sono partita da ovest, da Benghazi, città da sempre ‘...

La guerra di Bradley Manning

Nell’occasione dell’incriminazione di Bradley Manning e della nuova release da parte di Wikileaks di documenti che rendono evidente chi viola la legge e chi la difende negli Stati Uniti, ripubblico questo post del luglio scorso. Anche perché non mi pare che nel frattempo sia stato pubblicato molto altro su Bradley Manning e la sua vicenda.    Oggi è finalmente possibile avere un quadro chiaro della vicenda che ha visto coinvolti il soldato americano Bradley Manning e Wikileaks nella divulgazione di un filmato che prova un massacro americano in Iraq, spacciato invece per uno scontro tra bande locali, e soprattutto degli ormai famosi cable, le centinaia di migliaia di messaggi che le sedi diplomatiche americane hanno diramato nel corso di diversi anni. Il documento principale sul quale ci si può fare un’idea della vicenda e dei suoi protagonisti è rappresentato dalla copia di colloqui su una chat IRC tra Manning e Adrian Lamo, incautamente scelto da Manning come confidente in momenti di grande difficoltà emotiva.     Il documento costituisce la principale prova...

Le teste rotolano

Le teste rotolano. A ogni rivoluzione i rivoltosi e i rivoluzionari si avventano sui simboli del passato regime: abbattono statue, rovesciano monumenti, sbriciolano emblemi e insegne. Ma è dalla metà del XX secolo che le sculture marmoree o bronzee dei capi sono state deliberatamente prese d’assalto, colpite e ridotte a terra. E non solo quale opera di iconoclastia del vecchio potere, ma come effettiva azione sostitutiva dell’aggressione al corpo stesso del re, del tiranno o del despota. La statua di Mu’ammar Abu Minyar ‘Abd al-Salam al Qadhdhafi, meglio la sua testa dorata, giace ora a terra in una evidente decapitazione in assenza, per il momento, del suo corpo fisico.     Il potere simbolico dei monumenti dei dittatori è tale che nel 1956, nel corso della rivolta ungherese, schiacciata dai cingoli dei carri armati sovietici, il popolo di Budapest rischiò la vita per demolire la gigantesca effige del dittatore di Mosca eretta nel centro della città. L’abbattimento della scultura era una risposta al potere idolatrico di Stalin, così che correre a picconarla sotto il tiro dei cecchini...

Tweet per la rivoluzione

Di ciò che sta accadendo nei paesi del Maghreb continua a sfuggirci il senso profondo: il significato degli eventi, ma soprattutto la loro direzione. Si va avanti o indietro? Chiusure filo-islamiche regressive o aperture all’occidente democratico? Destra o sinistra? Leader storici che cadono, venti di ribellione, ma a che pro? Non si capisce. Da cui innumerevoli opinioni e interviste, interventi e interpretazioni, dibattiti, appelli d’ogni tipo. Una cosa su cui tutti sembrano comunque essere d’accordo è che a fomentare queste rivolte, a coinvolgervi migliaia e migliaia di persone, soprattutto giovani, a diffondere entusiasmo e voglia di fare hanno molto contribuito i social network. Laddove i vecchi leader usano la solita televisione per diffondere proclami di rito o, più che altro, per segnalare la loro ostinata presenza in loco (sono un beduino, ha ribadito Gheddafi dinnanzi alle telecamere di regime), internet e i nuovi media che vi pullulano vengono usati dai rivoltosi per scambiarsi sempre e comunque informazioni sulle iniziative più o meno estemporanee di protesta. E, così facendo, per fare rete, edificare gruppi...