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René Char

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Un verso, la poesia su doppiozero / Giorgio Caproni. Per lei voglio rime chiare

Il verso appartiene alla sezione Versi livornesi del libro poetico Il seme del piangere (1950-1958), che si apre con la dedica a mia madre, Anna Picchi.  E la madre abita tutti i versi, il loro movimento da canzone provenzale e stilnovista, la loro luce, il loro tempo insieme irreale e pulsante di forte, visiva presenza. Una madre fidanzata, Annina, che il figlio, da una lontananza di anni e di epoca, grazie all’incantamento delle rime e dell’“anima leggera”, che è messaggera d’amore, può seguire nelle sue apparizioni livornesi: da passante, nelle uscite mattutine, al ricamo, in bicicletta, tra le amiche, nella sua stanza, nel giorno del fidanzamento, alla stazione in attesa della partenza, nel giorno delle nozze, nel tempo infine della sua sparizione. Forse il più bel canzoniere d’amore del Novecento italiano, che porta i modi stilnovisti verso una levità musicale unita a una grazia tutta corporea: figurazione affettiva di una lontananza che appartiene profondamente pur nella sua assenza, che sorride da una prossimità fatta d’aria, che guarda di là dal velo della sparizione. Presenza che solleva nel suo passo d’ombra il profumo di un’epoca...

Vedere e immaginare / Paolo Pellegrin. Gridare con gli occhi

C’è un verso di René Char in Fogli d’Ipnos che fa pensare alla fotografia contemporanea, e in particolare a quella di Paolo Pellegrin: “Solo gli occhi sono ancora capaci di gettare un grido”. Guardando le immagini che il fotografo romano ha scattato a Lesbo tra i migranti, oppure a Gaza, nei campi profughi del Medio Oriente, negli innumerevoli scenari di guerra intorno a noi, negli slums americani, si è portati a pensare che Pellegrin vuole far gridare i nostri occhi. Non lo fa mettendo in scena lo scempio dei corpi, le violenze perpetuate sulle persone in modo continuato e perverso, bensì fissando pietre, persone di schiena, visi, panni stesi, rotoli di filo spinato, muri, lamiere.  La fotografia contemporanea, in particolare quella dei fotoreporter e degli inviati di guerra, ha dovuto affrontare un problema che Susan Sontag aveva segnalato anni fa: il contenuto etico delle fotografie appare molto fragile. Forse solo mettendo in mostra i massacri, a partire dal massacro dei massacri che sono stati i Lager nazisti, ovvero esibendo l’orrore, solo così la fotografia può raggiungere e accrescere il nostro senso morale. Tuttavia Susan Sontag è stata perentoria nel suo saggio...

Imm. Annotare, immaginare, stupirsi / Ciò che Paul Auster non ha mai detto

“Ciò che non è in mezzo alla strada è falso, derivato, vale a dire: letteratura”. (Henry Miller, Primavera nera)   La qualità angosciante di un incubo consiste nel fatto che in esso tutto è completamente reale. E non c’è nulla che appaia all’inizio più irreale della nostra normale posizione nell’esistenza. Allo stesso modo, la stranezza senza eccezioni di ciò che accade nei libri di Auster è il segno della presenza esclusiva e completa del reale in tutto ciò che scrive. L’irriducibile “senso di irrealtà” evocato a più riprese in Leviatano, ad esempio, pone la dimensione letteraria sotto il segno del fantastico. E, infatti, il libro racconta la storia di un uomo a cui le cose accadono come se la sua vita fosse un racconto fantastico: cioè tutto avviene prima che lo si possa rappresentare. Da qui deriva l’interesse per il riferimento, o l’omaggio, fatto nel testo a Rip Van Winkle.   Il sentimento del fantastico implica tutte le caratteristiche di un fondamentale stupore ontologico. Lungi dal generare l’immaginazione – come accade invece con il meraviglioso –, esso la “coglie” (e la sorprende) per mezzo del sorgere di ciò che, per definizione, non lascia nulla all’...

Anonimi, pseudonimi e identità misteriose / I libri senza nome

Vari secoli fa, non era insolito il fatto che opere letterarie e filosofiche, talora anche importanti, venissero pubblicate in forma anonima. Ciò accadeva o per una certa indifferenza, nei lettori di quelle epoche, riguardo ad un’attribuzione sicura dei testi, oppure per una precauzione adottata dagli autori medesimi, specie quando intendevano sostenere tesi che rischiavano di esporli a biasimi (o peggio, a condanne e persecuzioni) da parte delle autorità politiche o religiose. Ma nei secoli più vicini a noi la presenza di opere anonime è divenuta percentualmente assai rara. Tutt’al più lo scrittore, se per un qualsiasi motivo preferisce evitare di collegare la propria identità anagrafica al libro che pubblica, si accontenta di ricorrere a un nom de plume. Tuttavia, anche nell’Ottocento e nel Novecento ci sono stati alcuni letterati o filosofi che hanno osato pronunciarsi a favore dell’anonimato dei libri. Può dunque risultare interessante vedere, pur limitandoci a pochi esempi, a quali argomenti essi abbiano fatto ricorso per motivare il loro punto di vista. Partiamo da un aforisma di Nietzsche, in cui si legge: «Che il nome dell’autore appaia sul libro è oggi a dir vero costume...