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Roberto de Francesco

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Carmen, l'amore dissoluto

Esistono pagine della nostra letteratura europea che, pur appartenendo ad altre epoche storiche, hanno mantenuto nei tempi attraversati una sorprendente capacità di aderenza all’attualità: opere che sanno trovare al loro interno un potenziale di modernità che le proietta nell’oggi e nelle questioni che lo animano. Carmen di Prosper Mérimée è certamente una di queste opere. Soprattutto attorno a questa novella si sviluppa il lavoro di Mario Martone in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 19 aprile.   Con questa produzione del Teatro di Roma e dello Stabile di Torino, si rinnova il sodalizio tra Martone ed Enzo Moscato, autore di Lacarmèn, stesura napoletana dalle pagine di Mérimée, creata ad hoc per questa occasione. Nella riscrittura sono introdotte alcune novità importanti, come l’ambientazione dell’opera a Napoli, città che non solo fa da sfondo all’opera, ma che si erge a vero e proprio cosmo di azione, con le sue caratteristiche contradditorie e fascinose. Si passa così dalla originale Siviglia e dall’universo andaluso alle stradine dei Quartieri...

Martone. Il giovane favoloso

Scrive Pietro Citati che Leopardi “possedeva un'immensa vitalità”. Egli non sopportava “la noiosa esistenza quotidiana, nella quale i minuti si susseguono ai minuti”; desiderava invece “un tempo più rapido, più intenso, vertiginoso, in cui ogni istante fosse vivo e infinito”. “La vita, per Leopardi, non era altro che questo”, conclude Citati: “L'insaziabile movimento, la metamorfosi infinita di esseri minimi, appena visibili, che durano un attimo con un'intensità quasi intollerabile”.     Chissà se Mario Martone ha mai letto queste righe. Forse sì. Certo è che la sua (ri)lettura di Leopardi è proprio così: intensamente vitalistica, concreta, “fisica”. Giacomo che corre a perdifiato per le strade di Recanati. Giacomo che si rannicchia sfinito all'ombra degli alberi. Giacomo che osserva dalla finestra – è un'immagine ricorrente – il grande spettacolo dell'umanità, rinchiuso com'è nell'ordine razionalista (e reazionario) di quell'altro mondo, quello di carta, l'amata/odiata biblioteca del parimenti amato/odiato genitore. “Io sono tenuto quello che sono, un vero e pretto ragazzo”, scrive a Pietro Giordani, “e i più ci aggiungono i titoli di saccentuzzo di filosofo d'eremita...