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Rolling Stones

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20 maggio 1938 – 12 maggio 2020 / Astrid Kirchherr, alle origini dei Beatles

Astrid è una ragazza con un caschetto biondo tagliato corto, è tutta vestita di nero e sta scendendo le scale di un locale chiamato Kaiserkeller, un posto un po’ malfamato per una giovane fotografa neodiplomata alla scuola d’arte di Amburgo. A trascinarla lì è il suo attuale ragazzo, Klaus, determinato a farle ascoltare e vedere il gruppo che si sta esibendo sul palco. È una sera del 1960 e la band che sta suonando porta ancora il nome di Silver Beatles: il loro repertorio è costituito in gran parte di cover rock’n’roll, ma è un tipo di musica che Astrid non ha mai ascoltato prima: “La mia intera vita cambiò in un paio di minuti – dirà molti anni dopo alla Bbc –. Tutto quello che volevo era stare con loro e conoscerli”. È quello che succederà nei mesi successivi, quando Astrid Kirchherr diventerà la prima a far mettere in posa i Beatles per un set fotografico “ufficiale”. I suoi scatti documentano gli anni dei Beatles ad Amburgo, di certo uno dei periodi meno conosciuti dell’epopea beatlesiana. “Il nostro miglior lavoro non è mai stato registrato”, dichiarava John Lennon nel 1970, all’indomani dello scioglimento dei Beatles, in una celebre intervista a Rolling Stone, nel faticoso...

Donne e ombre / R-E-S-P-E-C-T, o del machismo nel rock

Sul numero 13 della rivista inglese International Times datato 27 agosto/10 settembre 1970 compariva un articolo a firma Arlene Brown dal titolo Has anyone reading this article met a woman bass player? (fra chi sta leggendo questo articolo c’è qualcuno che ha mai incontrato una bassista donna?). Raccontando di un concerto dei Grateful Dead al quale aveva assistito, la Brown scrive: “sono convinta che la musica rock ha cambiato molte cose, liberato un sacco di energia, messo a disposizione dei giovani un nuovo immaginario, enfatizzato la gioia, il piacere sessuale, la rilassatezza, la follia, dato sfogo all’eccentricità e acceso le persone. Per quanto riguarda la relazione uomo-donna invece, in particolare sul piano dell’emancipazione femminile e dell’immagine che una donna dovrebbe avere di sé stessa, credo che il rock sia assolutamente reazionario. Si impone un cambiamento”.   Anni fa la moglie di Neal Cassady, il Dean Moriarty del romanzo On the Road di Jack Kerouac, scrisse un libro nel quale dettagliava la relazione col protagonista del libro e lo intitolò, con grazia e ironia, Off the Road. Molti dei protagonisti della controcultura americana degli anni ’50 a casa ci...

Buon compleanno! / Le armonie irrisolte di Joni Mitchell

Di colori e coloriture nelle sue canzoni   Una pittrice sviata dalle circostanze. È una frase di Joni Mitchell che viene spesso citata, una sorta di preambolo o di avvertenza rispetto a tutto quanto si potrà poi dire o scrivere sulle sue canzoni. Non fosse stato per i guai, spiegò anche la Mitchell, non avrei mai intrapreso la carriera musicale. Altrove sostenne che Both Sides Now, uno dei suoi brani più famosi, era nato dal trauma dell’essere stata costretta a dare in affido la figlia a metà anni ‘60. Diceva anche che per non farsi sviare del tutto s’era messa a disegnare le copertine dei suoi dischi: Song of seagulls, l’album d’esordio del 1968, e poi Clouds (1969), Ladies of the Canyon (1970), Court and Spark (1974), Mingus (1979), Wild Things Run Fast (1982), Turbulent Indigo (1994), Taming the Tiger (1998), Both Sides Now (2000), fino a Travelogue, pubblicato nel 2002.   Musica e pittura. Lo yin e lo yang di Joni Mitchell. Si ritiene fortunata perché è sempre riuscita ad alternare le due attività. Quando le canzoni si rifiutavano di prendere forma, si metteva a dipingere. La creatività a maggese. Lasciava riposare il terreno come i contadini, amava ripetere. Goethe...

Il concerto di Dylan, Stones, Young e McCartney nel deserto / The last trip: Dylan, Stones e Co.

Sono stata al Desert Trip a Indio California, una sera Bob Dylan e i Rolling Stones, l’altra Neil Young e Paul McCartney, secondo weekend della maratona Woodstock Revisited 50 years later, con la prima esibizione di Dylan premio Nobel, che non ha detto una parola (come previsto) e sullo schermo in b/n dava le spalle al pubblico. Faccio parte della generazione che ha imparato l’inglese per capire le strofe complesse di Bob D (e chi ha mai imparato l’italiano per leggere Baricco?), quella che si è persa per un soffio Woodstock o l’Isola di Wight. Questa volta era tutto organizzato alla perfezione, senza il fango e la pioggia del ‘69, pubblico di tutte le età tranquillo, relaxed alla californiana, fine concerto a mezzanotte, tasso di droga imparagonabile agli anni d’oro… un po’ di fumo di canne qua e là. Ma neanche il merchandising e la paccottiglia da ex hippies.     Rolling Stones e McCartney come previsto: show molto ben architettato, perfetta messa in scena, è teatro sulla loro storia. McCartney un grande classico che ha avuto l’esperienza musicale più incredibile del ‘900, e tenta l’impossibile armonia del tutto, folla e deserto, vecchi e giovani, si riconcilia...

Andrés Caicedo. Viva la musica!

María del Carmen Huerta, la regina del Guaguancó, la sempreviva, così come lei stessa ama definirsi,  è un’immagine cinematografica, il ritmo sincopato di una melodia incalzante, una traccia d’inchiostro, il sintomo di un malessere generazionale, un gesto teatrale, insomma, un esperimento culturale vivente. Instancabile ballerina, festaiola sfacciata, curiosa consumatrice di droghe, she comes in colors ev’rywhere e attraversa la notte, sommersa dal piacere d’essere ammirata. Perché è bionda, biondissima, dello stesso colore del mango maturo. I suoi capelli hanno una lunga storia che lei racconta al lettore in prima persona, in un manoscritto che conclude nel dicembre del 1974, dopo avere lasciato il bel quartiere residenziale dove viveva con la famiglia per girovagare negli insani bassifondi di Cali e destreggiarsi nella sua nuova vita da nottambula. Non ha un’infanzia, perché la nostalgia è un capriccio reazionario che non ha mai capito. Invischiata in una disperante coazione a ripetere, il suo passato è un ammucchiamento caotico di pomeriggi trascorsi nella rassegnazione...

Rolling

Cosa legge una fotografa di professione, una che insegue in giro per il mondo architetture, oggetti, spazi, persone, quando legge un libro illustrato? Cosa vede con il suo obiettivo davanti agli occhi, quando guarda un libro del genere? La nuova rubrica di Giovanna Silva inaugura un nuovo modo di recensire i libri, leggendo e guardando, non solo parole ma anche immagini, immagini che sono parole: leggere, guardare, scattare.     Il libro recensito è Jim Marshall, The Rolling Stones, 1972, Gallucci Editore; l'inviato di Life visse con il gruppo musicale una settimana e li ritrasse con le sue fotografie.  

Intervista a Jennifer Egan

C’è una certa somiglianza fisica tra Jennifer Egan e il suo ultimo romanzo: una radiosità contagiosa, una speciale attrattiva derivante dalla scelta di parole elettrizzate dal gusto di esprimersi nel modo più aderente possibile ai propri pensieri, che non essendo i pensieri di altri non vogliono parole abusate, ma al tempo stesso si tengono alla larga dalla tentazione di scivolare in una qualche ricercatezza. Chi avrà la possibilità di ascoltarla, venerdì 9 marzo al Teatro Parenti di Milano, e sabato 10 all’auditorium di Roma, nell’ambito del Festival “Libri Come”, lo verificherà di persona.   Il romanzo di Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo (Minimum fax, traduzione impervia e riuscita di Matteo Colombo, pp. 391, euro 18) è una consistente scossa tellurica al paludato terreno della narrativa contemporanea: non a caso si chiude il libro con ammirato stupore, uno stupore che sarebbe difficile far risalire a qualcosa di specifico, mentre è facilissimo addebitarlo alla sommatoria delle novità che introduce e che sono ascrivibili all’ordine della struttura...