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Terence Malick

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“Il corriere-The Mule” / Clint, il colpevole

La battuta migliore del nuovo film di Eastwood, Il corriere - The mule, è nel finale, ed è secca e convinta: "Colpevole". Così si dichiara davanti al tribunale che lo sta giudicando. Interrompe anche l'arringa del suo difensore per farla corta, e forse avrebbe dovuto usare la stessa forbice anche nel corso del film, che alla fine risulta contradditorio e un po' squilibrato nella scrittura.  Il giorno in cui cartelli di messicani malavitosi, mafie e ‘ndranghete, e anche agenti speciali, spariranno dalle sceneggiature si scoprirà che il cinema sentiva il bisogno di liberarsi di queste stupide catene narrative. Ma se gli spacciatori internazionali, con tutto il contorno, risultano stereotipati e banali, lo stesso non si può dire di Eastwood, che portando con grande dignità la sua età ormai avanzata ci regala una grande prova di recitazione, meritevole di premi e applausi.   Misurato nei gesti, amaramente ironico, vestito e truccato magnificamente, autodiretto con maestria, si può senz'altro applaudire in questa sua ennesima prova. Il film è basato su una storia vera, e credo che anche questo sia un limite: le storie vere sono le più inverosimili e difficili da raccontare....

Denis Villeneuve, “Arrival” / Cerchi e palindromi

Ted Chiang è uno scrittore di fantascienza decisamente atipico. In primis perché non fa il romanziere di professione: il suo vero mestiere è quello di scrittore tecnico per aziende di software, retaggio della sua laurea in informatica. In secondo luogo, perché scrive pochissimo (appena quattordici racconti e un romanzo breve dal 1990 a oggi). In ultimo, perché intrattiene con la fantascienza un rapporto quantomeno problematico che – senza scomodare monoliti come Philip K. Dick o Stanisław Lem – lo colloca in una posizione quantomeno eccentrica rispetto all'ortodossia del genere.   In Chiang convivono due istanze apparentemente dicotomiche. Da un lato, la fascinazione per l'ignoto, visto come un luogo oscuro da illuminare per mezzo della visionarietà sfrenata dei migliori storytellers di genere fantastico, anche a costo di ricorrere a soluzioni narrative quasi da letteratura pulp (materiale di cui Chiang dimostra di non essere affatto digiuno). Dall'altro, il rigore scientifico e il rispetto della logica - quale che sia l'ambito entro cui essa agisce - che gli vengono, con ogni evidenza, dalla sua formazione, e che si traducono, all'interno dell'atto creativo, in una sorta di...

Sorrentino: Youth

Come sempre bisogna fare la tara a Sorrentino. Chiedersi come costruisca il suo immaginario, cosa ci metta dentro, come lo utilizzi, come lo svilisca e al tempo stesso lo elevi, in un modo spudorato e osceno al quale non può rinunciare. Sorrentino è sempre davanti al suo film, dietro le sue immagini, sopra e sotto il suo mondo, è il verme sotto le rose di Lynch, il paracadutista che atterra sulle montagne svizzere. Invece di nascondersi o di stare a distanza, come forse la fagocitazione del visivo oggi richiederebbe, Sorrentino schiaccia, sottolinea, trapassa il foglio a forza di calcare la mano, e forse converrebbe nemmeno andarli a vedere, i suoi film, se fin dal principio non si ha la voglia o la curiosità di stare al gioco.   una scena del film Youth, regia Paolo Sorrentino, 2015   Quanti registi, oggi, fanno ancora così? Quanti registi, oggi, non sanno rinunciare al loro immaginario, ma anzi lo ribadiscono a ogni passaggio? Pochi, pochissimi, e tutti a rischio di abuso della pazienza (Malick, per dire, volenti o nolenti si è infilato nello stesso pertugio). E Sorrentino, che di certo non ha paura di confrontarsi con i...

Whiteout

Anticipiamo un brano dal nuovo libro di Davide Sapienza, La musica della neve, per le edizioni Ediciclo. Un viaggio dalle Alpi all’Artico con la neve come protagonista. Sulle tracce di Jack London, Fridtjof Nansen (di cui ha curato, La spedizione della Fram e Nel Cuore della Groenlandia) e Knud Rasmussen, Davide Sapienza non meno esperto viaggiatore, racconta con il silenzio della neve il tempo dell’uomo; nella natura più estrema sempre alla ricerca di uno spazio vitale per il corpo come per l’anima. Io amo le mappe: con loro trascorro molto tempo a immaginare e ovviamente la tecnologia satellitare sembrerebbe toglierci il gusto della sorpresa. Ma non credete a questo assunto. Anche la prospettiva di una mappa può essere ingannevole, quando siamo nel viaggio di neve e di ghiaccio. Essa crea aspettative e la materia bianca le sottopone all’azione delle variazioni. È l’occhio umano poi a decifrarle sul campo, perché le mappe, per citare Barry Lopez, sono «la proiezione del desiderio che lo spazio possa essere bene organizzato». Ciò è anche più vero di fronte alla tabula rasa che un...