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Vittorio Sgarbi

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Una conversazione con Italo Zannier / La fotografia ha 180 anni!

Il Mart di Rovereto ha inaugurato lo scorso 22 febbraio La fotografia ha 180 anni, una mostra che racconta la storia del libro illustrato, dall’incisione al digitale, attraverso una collezione privata di volumi che il “fotografo innocente” Italo Zannier ha sviluppato nel corso della sua vita. Zannier, storico e studioso, è stato anche il primo docente universitario di Storia della Fotografia in Italia. In Verso l’invisibile: la fotografia, tra eventi, invenzioni e scoperte nel XIX secolo (2016) l’autore scrive che l’ingresso nella contemporaneità è avvenuto nel momento in cui l’uomo ha cominciato a riprodurre la realtà attraverso la fotografia. Questo mezzo, nato per riprodurre ciò che è visibile, è poi sconfinato nel campo di ciò che l’occhio nudo non è in grado di percepire (virus, raggi X, proiettili). Lo studio documentato Verso l’invisibile misura l’avanzamento della fotografia in parallelo a scoperte scientifiche e tecniche, con esperimenti, esplorazioni, innovazioni, fenomeni e personaggi oggi trascurati.  Dopo la “camera ottica” di Gian Battista della Porta e la héliographie (1826) di Joseph Nicèphore Niépce, è nel 1839 – cent’ottanta anni fa – che nasce il...

Il sorriso di Kanye West

Sappiamo dei limiti della nozione di contagio quando si esce dal dominio biologico, ma il virus raccontato è comunicativamente virale, perché come un gas nobile satura ogni spazio a disposizione, satura le nostre conversazioni, perché è l’hot topic, scioccante e divisivo. Perché ci riguarda tutti.  Se i social sembrano essere completamente monopolizzati dal virus (sappiamo che ognuno è immerso in una bolla comunicativa fatta a propria immagine e somiglianza, ma adesso tutte appaiono come collassate le une sulle altre), accendere la TV in questi giorni e dare uno sguardo al palinsesto d’intrattenimento è altrettanto straniante: a trasmissioni registrate prima della quarantena, e quindi equipaggiate del consueto pubblico in studio, si alternano talk show in cui il presentatore si trova solo in uno studio vuoto; a pubblicità che ci urtano – anche se magari non vogliamo ammetterlo – per come ignorano, incolpevoli, la contemporaneità (mostrando strade affollate e gente che viaggia, nessuna traccia della mascherina che è diventato il correlativo di queste settimane), ne seguono altre in cui il payoff del dato brand ammicca, un po’ come in una distopia alla The LEGO movie, ai vari #...

La morte del pittore / Tra le nature vive di Wolfango

La notte tra il 15 e il 16 gennaio, nella sua casa bolognese di via Santo Stefano, è morto il pittore Wolfango Peretti Poggi. Aveva novant’anni, e la prima mostra l’aveva allestita a sessanta. Non volendo staccare le tele e arrotolarle, per portare i suoi enormi quadri nella chiesa sconsacrata di Santa Lucia fu costretto a tagliare i muri di casa. Lo storico dell’arte Eugenio Riccòmini, che propiziò l’evento, da quando ha scoperto quelle opere non ha mai smesso di considerarlo «il più abile pittore d’Europa». Omaggi altrettanto impegnativi gli hanno tributato Federico Zeri, Vittorio Sgarbi, Guido Armellini, e prima ancora Momi Arcangeli, che purtroppo non fece in tempo a scriverne. Negli ultimi anni, poi, i lettori del Foglio vedono apparire ogni tanto qualche minuscola riproduzione di un Wolfango nel box della “Piccola posta”, la rubrica di Adriano Sofri, che stava per girare una trasmissione televisiva su di lui quando scoppiò il caso Marino-Calabresi. Eppure il nome di questo pittore è quasi sconosciuto, persino tra gli intenditori d’arte; e la sua fama resta “municipale”, per usare l’aggettivo che l’Espresso affibbiò a Roberto Roversi appena decise di ritirarsi dal mercato...

Castellucci, i social netwok e le conseguenze della rete

Mettiamo subito le cose in chiaro. Ciò che è avvenuto a Parigi e a Milano durante le repliche de Sul Concetto di Volto nel Figlio di Dio di Romeo Castellucci rappresenta un vile tentativo di imbrigliare l’arte all’interno di confini imposti dai poteri di turno, e come tale va condannato in tutte le forme possibili. Sperando di non doverci più schierare per difendere una delle libertà basilari delle nostre società, ci sembra però importante tornare a riflettere sulla questione, ad acque calme.   I fatti sono ormai universalmente noti (un riassunto è disponibile qui): nonostante il lavoro in questione avesse debuttato già da tempo, sull’onda delle contestazioni francesi (ottobre 2011) anche in Italia (gennaio 2012) si è alzato un polverone mediatico attorno allo spettacolo della Socìetas Raffaello Sanzio, che i contestatori hanno volontariamente capito male, affermando che gli artisti lanciassero escrementi contro il volto di Cristo. In queste note non ci interessa tanto ripercorrere e analizzare gli intenti del regista attorno a questo snodo, dal momento che la questione è...

La reputazione

L’identità di ognuno ha una faccia interiore e una esteriore, la privacy e la pubblicità. I due poli opposti, uno centripeto e l’altro centrifugo, trovano un punto di contatto nell’area di ciò da cui la privacy viene difesa e su cui la pubblicità compie un’opera di costruzione: la reputazione. È un buon periodo per parlare di reputazione. “It’s not about the money”: la battuta di Wall Street 2 è stata ripresa dalla filosofa Gloria Origgi in un articolo (il Fatto quotidiano) in cui ha mostrato come le poste reali del gioco finanziario siano affidabilità, credibilità, credito e quindi reputazione. Fra gli arbitri di tale gioco grande peso ha un’agenzia che il cui nome, “Moody’s”, per una coincidenza a modo suo illuminante, allude all’essere umorale e lunatico.   “Le imprese si governano con la riputazione”: non a imprese commerciali, industriali o finanziarie, allude il proverbio, né alle imprese amorose a cui si potrebbe pensare sapendo che ne è stato autore Pietro Aretino (che in realtà parlava di...

La Milano di Giovanni Agosti

Quando ho iniziato a pensare a questo pezzo, Le rovine di Milano si coniugavano al passato. Scritto, come dichiara l’autore nel suo Pretesto, “di settimana in settimana e a rotta di collo, tra giugno e luglio del 2011” e “comparso, in sette puntate, su Alias, il supplemento culturale del Manifesto”, il pamphlet dello storico dell’arte Giovanni Agosti (allievo di Paola Barocchi e Salvatore Settis, docente alla Statale di Milano e autore di un monumentale Su Mantegna, Feltrinelli, 2005) ripercorre in 85 pagine tre decenni di politiche culturali cittadine, tra pochi splendeurs e parecchie misères. Dico al passato, perché l’epilogo del libro – “Adesso sarebbe bene, percorso il periplo e giunti alla meta, avanzare proposte concrete e percorribili per il futuro, ci si augura, migliore. Non intendo sottrarmi all’esercizio; ma non ora: fa troppo caldo” – evoca finestre spalancate dopo una lunga apnea, per far entrare l’aria buona delle elezioni di fine maggio. Ma sa anche di nuove sorti progressive in marcia. Giovanni Agosti è anche il “tecnico” al quale Stefano Boeri ha (aveva...

Biennale 2011 / Ospedale Italia

Il meccanismo di selezione dei curatori e, di conseguenza, degli artisti, nei padiglioni nazionali della Biennale di Venezia non è dappertutto uguale. Come dei piccoli consolati artistici autonomi, ogni singolo padiglione può decidere cosa presentare (e come) all’interno delle proprie mura. Delle mura ‘storiche’, o meglio, permanenti, per quei padiglioni che, a partire dai primi anni del Novecento si sono impiantati nei Giardini; altre provvisorie come le tante sedi sparse a Venezia per mancanza di spazi all’interno della piccola città nella città che è la Biennale di Venezia. Proprio perché rappresentanze ufficiali di una nazione è il Ministero della Cultura di ogni singolo Paese che prende le decisione a riguardo. I criteri di scelta, però, possono davvero essere molto diversi tra loro. In genere il Ministero delega, per competenza, la scelta di artista e/o curatore a un museo; altre volte dispone di commissioni di esperti. Il comune denominatore resta la ricerca delle personalità artistiche migliori per esprimere la parte più rappresentativa della creatività e della capacità artistica che uno stato può esprimere.   Proprio per tali caratteristiche molti artisti,...

Biennale 2011 / Palazzo Fortuny. Il museo come opera di opere

Ogni selezione di esseri umani, da che mondo è mondo, finisce sempre per ricordare il crudele gioco delle sedie musicali che si faceva una volta negli asili italiani e che impartiva sottilmente questo cinico insegnamento: non si applicano mai veri criteri oggettivi nella scelta degli uomini, e così non serve la prontezza di riflessi, non serve lo scatto, ed è sempre chi sgomita di più, alla fine, che ha più probabilità di tutti di trovare una sedia quando si interrompe la canzone. Che il gioco delle sedie musicali valga da sempre anche per gli uomini per cui forse meno di tutti gli altri dovrebbe valere, ossia per gli artisti, è provato per l’ennesima volta dal Padiglione Italia allestito da Vittorio Sgarbi, un commovente, disperato tentativo di stipare quante più sedie è possibile nel timore che qualcuno degli esclusi protesti per le basse gomitate altrui, un bazar di capolavori e chincaglierie realizzato anche a costo di accatastare troppe opere in spazi espositivi abbastanza limitati e di fare della maggiore mostra d’arte del mondo un chiassoso pastiche.   La risposta a chi, per necessità o per scarsa immaginazione, concepisce una mostra d’arte contemporanea come una...

Per sconfiggere l’entropia

Sostiene la simpatica Bice Curiger, curatrice della cinquantaquattresima Esposizione Internazionale d’Arte, che la divisione in padiglioni nazionali è la specificità e l’unicità della Biennale di Venezia; ed è tutt’altro che anacronistica. Conseguentemente ha costruito sull’idea di nazionalità e storia la sua mostra, intitolandola ILLUMInazioni. La novità è che la curatrice ha creato quattro nuovi “para-padiglioni”: strutture architettoniche create da quattro artisti (Son Dong, Monika Sosnowska, Oscar Tuazon e Franz West) che ospitano le opere di altri artisti, dando vita a delle “opere-ambiente” a metà tra scultura e architettura che presentano delle altre opere più o meno omogenee. Un’idea interessante che però funziona soltanto nei primi due casi: lo stridore e l’incoerenza non sempre sono un valore, e queste purtroppo sono le caratteristiche di molte parti della Biennale, soprattutto all’Arsenale.   Giardini. Da qui conviene quindi partire, senza un itinerario preciso, annotando soltanto quello che è interessante. È...