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Vladimir Jankélévitch

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Non è tempo di ospitalità / Restare nel posto sbagliato

È notte inoltrata e bisogna tornare in albergo nella 96th west, in Upper west side. Siamo in Lower Manhattan e New York si è rilassata almeno un po’ a quest’ora. Non si capisce mai se questo fatto tranquillizzi o metta più ansia. Il modo migliore per andare a riposarci ci sembra la metropolitana; meglio ancora la linea veloce. La giornata è stata impegnativa e una doccia e una stanza sono una meta agognata. Il tempo di salire e prima ancora di sedersi tra qualche volto stanco il treno balza in avanti veloce, troppo veloce ci sembra. Un presagio. Quando siamo alla nostra fermata, quella più vicina alla meta, infatti, il treno non ferma e scopriamo che sarà Strivers’ Row la prima fermata. Non possiamo che restare, prima sul treno e poi per un lungo quarto d’ora sul marciapiede della stazione attendendo la corsa per tornare indietro. Non ci guardano bene, almeno così ci sembra, le poche persone che sono in stazione: siamo intrusi, diversi, non graditi, in un posto sbagliato, eppure non possiamo che restare. Che strana sensazione di estraneità per una permanenza forzata si può vivere in uno dei luoghi più cosmopoliti del mondo!   Solo chi conosce il piacere forse nevrotico del...

Lapsus da First Lady / Melania Trump: me ne frego!

Oggi tutta l’America parla della… – come chiamarla appunto? – di Melania Trump, che mentre saliva sull’aereo che doveva portarla al confine col Messico a solidarizzare con i bambini messicani che suo marito aveva separato dai loro genitori, indossava una giacca parka che portava sul di dietro una scritta vistosissima, “I Really Don’t Care. Do you?” Traducibile come: “Non me ne frega davvero niente. E a te?” Un coro di proteste: “Come è possibile che dici che ti importa il destino di tanti bambini migranti, e poi indossi una scritta in cui dici che non te ne importa niente?” L’ufficio stampa della First Lady si è affrettato a dire che quella scritta non voleva essere affatto un messaggio allusivo, era insomma un puro caso… Un invito a nozze per gli psicoanalisti. I quali dicono: “Ma certi messaggi si lanciano inconsciamente. Forse Melania non voleva dire consapevolmente che non gliene importava di niente, ma di fatto l’ha detto. È un atto mancato, su cui Freud scrisse un libro, Psicopatologia della vita quotidiana.” Qui Freud spiega come lapsus, amnesie, sbadataggini abbiano un senso: esprimono il vero desiderio di chi commette questi atti. Melania si è comportata come, per esempio...

Si può vivere senza, ma mica tanto bene / Ironia: non aderire alle convinzioni

“Non c'è da meravigliarsi se l'ironia presenta alcuni pericoli, sia per l'ironista che per le sue vittime. La manovra è arrischiata, e come ogni gioco dialettico, riesce solo di stretta misura: un millimetro in meno, - e l'ironista diventa lo zimbello degli ipocriti; un millimetro in più, - e persino lui si inganna insieme alle proprie vittime; far causa comune con i lupi è pura acrobazia e può costar caro a chi è maldestro. L'ironia, pena il naufragio, deve così bordeggiare pericolosamente tra la Cariddi del gioco e la Scilla della serietà: la prima di queste trappole è lo slittamento dell'ironico nel ludico, la seconda la ricaduta dell'allegoria in tautegoria ingenua; talvolta l'ironia cede alla vertigine dell'ambiguità, e l'andirivieni fra gramma e pneuma finisce col farla impazzire del tutto; talaltra aderisce alla lettera della grammatica rinunciando all'equivoco con una scelta univoca. D'altronde a che ci serve una simile prova di abilità? A liberarci, dicono, dalle illusioni... Ma le illusioni sono così funeste che, per distruggerle, dobbiamo arrampicarci su questo trapezio volante?”    La domanda di Vladimir Jankélévitch, dal suo libro "L'ironia", rimane tutta...

Nessuno con cui valga la pena parlare / Indifferenza

Non sembra che ci sia alcuno scopo, nessuno con cui valga la pena parlare, neppure un progetto cui opporsi, né tantomeno da proporre. Niente per cui meriti di alzare un dito. Basterebbe una presenza per fare la differenza, nella folla anonima di volti che scorrono invisibili. Un cenno capace di distinguersi nella ripetizione atona che scorre silenziosa. Bisognerebbe però poterla immaginare, attendere, concepirla in un’attesa, prefigurarsela, presentirla in un’illusione, quella presenza. Così non è. Non un segno, neppure un cenno, né l’ombra di una differenza. Non una parola: solo un chiasso assordante che non diventa voce. Spostandosi, muovendosi da un luogo all’altro, fissando ora un volto ora l’altro, non si produce un incontro, non genera differenza neppure la condizione nomade, ma solo una perdita che segue a una perdita precedente. Si vedono in giro tanti volti rassegnati. La rassegnazione è difficile descriverla. È come una nebbia dove la gente sembra smarrire il bisogno della verità, la necessità dell’altro e il piacere e l’impegno di riflettere e comprendere. E i volti sembrano attraversati dagli sguardi, trasparenti alle emozioni, come lucidi da proiezione senza alcuna...

Romeo Castellucci: toccare il reale

Sembra che uno spettatore del Purgatorio di Romeo Castellucci al festival di Avignone, dopo la scena dello stupro del figlio – che tuttavia era una visione mancata – abbia violentemente urlato all’attore che interpretava il padre: “Ti è piaciuto? Mostro!”. O almeno così racconta Dorota Semenowicz in uno dei tanti bei saggi che compongono Toccare il reale. L’arte di Romeo Castellucci (a cura di Piersandra Di Matteo, Cronopio 2015), libro plurale e nel contempo stranamente organico, costituito da voci di critici e studiosi riuniti a Bologna nel convegno La quinta parete. Nel teatro di Romeo Castellucci, organizzato nell’aprile 2014 durante la personale dedicata al fondatore della Socìetas Raffaello Sanzio intitolata E la volpe disse al corvo. Corso di Linguistica generale.   Clitemnestra, ph. Luca Del Pia   Se fosse vero – ma ciò che importa è soprattutto che sia credibile – l’aneddoto sarebbe una versione temperata e attualizzata del famoso episodio raccontato da Stendhal in Racine e Shakespeare dove un soldato di Baltimora che nel 1821 montava di guardia in una sala...

San Francisco

Nonostante le spiacevoli traversie dei viaggi andati a male sappiamo che non sarà questo a fermarci. Le esperienze di viaggio ci insegnano che la prossima volta potrebbe andare meglio, anche quando tutte le evidenze volgono al peggio. C’è, nel viaggio, la forza di una sorpresa, l’idea di novità, la deriva profonda dell’avventura, quella che il filosofo Jankélévitch pensava fosse la chiave dell’idea di inizio, di ri-partenza o di qualcosa che “stacca” il tempo normale e lo fa diventare una freccia. C’è, nel viaggio, la busta a sorpresa che una volta si comprava in edicola. Non importava quel che c’era dentro, giornaletti, soldatini, cianfrusaglie, ma era l’aprirla il momento magico. Il viaggio è un avvio. E soprattutto esso è una riproposizione del presente, riporta il presente dove dovrebbe stare.   Adesso che sto ballando in un posto improbabile, nell’unico quartiere off rimasto a San Francisco, Bayview, un ghetto nero in cui la gentrification tarderà ad arrivare, adesso lo sento il presente. In una dark room di un bar malandato all’angolo della...

Robert Rauschenberg fotografo, anche

Basterebbe la fotografia riportata in copertina. Vi si vede una di quelle opere che Rauschenberg chiamava combine painting, la cui parte centrale è occupata da uno specchio in cui si vede riflesso l’artista dietro la macchina fotografica. Ebbene lo specchio, e perciò l’immagine riflessa, vi sono così bene integrati nella composizione d’insieme che la figura vi pare parte connaturata, come fosse lì da sempre, come se fosse una fotografia invece che un riflesso. Un effetto davvero particolare e riuscitissimo che dice tutto del combine e del painting che sono la formula dell’artista. Un autoritratto? Sì, in questo senso “combinato”, cioè sia dell’artista sia dell’opera.   Robert Rauschenberg, Untitled (self-portrait with Inside Out, early state), ca. 1962   Oppure si guardi la prima foto all’interno, di fatto impostata allo stesso modo: un bellissimo interno di carrozza foderata di tessuti, con le ruote sui lati – la ruota torna spesso nell’opera di Rauschenberg e in tante delle sue fotografie – e quel semplice piccolo cerchio al centro, equivalente...