Christa Wolf l'arte della veggenza
Certe espressioni a volte si amplificano, crescono in potenza, diventano slogan. L’invocazione di Cassandra: “Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere”, è risuonata per anni nelle manifestazioni e nei teatri, nei dibattiti sul futuro della politica europea e nell’intimità di una cena. Cassandra, principessa di Troia, figlia di Ecuba e Priamo, sacerdotessa e indovina, è stata per Christa Wolf una parola chiave – un processo, una trama, una vicenda –, la sua figura è diventata un catalizzatore letterario e poetico. Con lei ha dialogato, con lei si è identificata, Cassandra è diventata sempre più reale, una donna davvero esistita. Che ha portato la scrittrice della allora Repubblica democratica tedesca a dire della guerra e della crisi ambientale, del matriarcato e del patriarcato, del rito e del mito.
Leggere oggi Premesse a Cassandra. Quattro lezioni su come nasce un racconto e Cassandra (appena ristampate, la prima edizione è del 1984, per la traduzione e cura di Anita Raja) non è un tuffo nel passato, ma nella violenza caotica del presente. Chi conosce già le pagine di Christa Wolf – con questa ristampa le edizioni e/o iniziano la riproposizione dell’intera sua opera fino al 2029, i cent’anni dalla nascita –, ritorna all’atmosferico dell’epoca, quando Berlino era divisa in due e a ogni passo sembrava di andare a sbattere contro il Muro. Chi la scopre adesso – e pare saranno giovani e tanti, al Salone del libro il titolo è stato un bestseller della casa editrice –, avrà l’impressione di conversare con una contemporanea che si chiede se esista un’alternativa alla “barbarie dell’età moderna”. Perché non si sa come reagire alla pianificazione nucleare, alla prospettiva di quell’equilibrio del terrore che ha bisogno di nuovi armamenti previsti, agli inizi degli anni Ottanta, dalla Nato e dal Patto di Varsavia guidati dall’assioma: “chi colpisce per primo morirà per secondo”. “L’Europa non può essere difesa contro una guerra atomica. Essa potrà soltanto sopravvivere come un tutto o perire come un tutto: l’esistenza di armi nucleari ha portato all’assurdo tutte le possibili strategie difensive per il nostro piccolo continente” (Premesse, p. 103). L’autrice cerca rifugio in una struttura ordinata come “La centratura intorno al Logos, la parola come feticcio – forse la più profonda tra le superstizioni dell’occidente, in ogni caso quella a cui io sono visceralmente attaccata” (p. 34).

Resoconto di viaggio e diario di lavoro, le Premesse a Cassandra sono un testo premonitore e il testamento poetico di una figura politicamente impegnata che, nei luoghi della Grecia arcaica, si misura con i tempi della storia e dell’attualità, con le associazioni a volte bizzarre della memoria, con il significato della letteratura e il valore della quotidianità.
“L’immagine della realtà che viene attribuita a questi politici, plurifiltrata, costruita per i loro scopi e astratta. È un compito realistico abrogare il principio di realtà gerarchico-maschile – o è uno sforzo certamente necessario, ma irrealistico? E fino a che punto il letterato, la letteratura, può continuare ad appoggiare questo principio di realtà, allontanandosi totalmente dall’esperienza sensibile della vita quotidiana?” (p.131). Christa Wolf appartiene a una generazione di donne approdata al femminismo dopo una formazione solidamente marxista, il suo mondo mentale evoca i dilemmi che hanno attraversato la riflessione di Rossana Rossanda. E proprio dal loro incontro, nel marzo 1992 al Centro Culturale Virginia Woolf di Roma, è nato il testo Se la felicità... Per una critica al capitalismo a partire dall'essere donna (Vanda, 2021).
Nel ricondurre Cassandra dal mito alle coordinate immaginarie storiche e sociali, la scrittrice cerca la “parola viva”, sovversiva, capace di dare valore “alla preziosa vita quotidiana” (p. 145). Già con Riflessioni su Christa T. (1968) e Trama d’infanzia (1976) aveva messo in discussione i codici letterari dominanti ed era diventata una figura di riferimento, nonché un’amica, di scrittrici che osavano affermare sentimenti privati, confessare il dolore della malattia, rischiare forme stilistiche ed espressioni nuove lontane dall’altisonante discorso pubblico ufficiale. Christa Wolf era stata grande amica di Maxie Wander che compone un’opera ai tempi rivoluzionaria come Ciao Bella (a cura di Renate Siebert, Feltrinelli, 1980) – il montaggio di 19 interviste a donne di diverse realtà sociali documenta la possibilità di un raccontarsi inedito. Dopo la sua morte di cancro Wolf si è occupata della pubblicazione dei suoi diari e lettere (Una vita preziosa, e/o,1987); è stata molto vicina a Brigitte Reimann, scrittrice differente per indole e ispirazione. Il loro epistolario – a un certo punto anche lei si ammalerà –, testimonia l’importanza di questa rete di relazioni al femminile che rispecchia la solidarietà dei legami tra gli intellettuali che la pensavano diversamente, rimasti però nella Rdt. Un villaggio del Meclemburgo, dove la scrittrice ha una casa con il marito Gerhard, è il luogo dell’anima: tra bisogno di radici e senso di appartenenza, opposizione all’esistente e speranza di un’alternativa. Spiata per anni, con l’apertura dei fascicoli risulta, dal 1959 al 1962, una “collaboratrice informale” della Stasi. Qualche conversazione generica, durante la quale non aveva accusato nessuno, diventa però l’occasione di una campagna mediatica che, in quel momento, denigra tutto quello che proviene dalla Germania dell’est (ne parla in Congedo dai fantasmi, e/o, 1
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Christa Wolf si sente l’erede di Anna Seghers, ma si fa guidare da Ingeborg Bachmann nella ricerca di una soggettività femminile in bilico tra l’adattarsi o lo scomparire, dilaniata tra una parte femminile e una maschile, colonizzata dalla parte maschile come fosse di una razza inferiore, una nera che diventa preda dei bianchi. “In qualche modo dipendeva da me far emergere e mandare a fondo questa dura e pesante forma, la coscienza. Era incerto se io – chi: io? – sarei riemersa, mi tenevo in sospeso, una condizione indolore” (Cassandra, p. 44).
“Ecco dove accadde. Lei è stata qui. Questi leoni di pietra, ora senza testa, l’hanno fissata. Questa fortezza, una volta inespugnabile, cumulo di pietre ora, fu l’ultima cosa che vide. Un nemico da tempo dimenticato e i secoli, sole, pioggia, vento, l’hanno spianata. Immutato il cielo, un blocco d’azzurro intenso, alto, distante. Vicine, oggi come ieri, le mura ciclopiche che orientano il cammino: verso la porta dal cui fondo non fiotta più sangue. Nelle tenebre. Nel macello. E sola. Con questo racconto vado nella morte”.

La potenza dell’incipit di Cassandra (p. 7) si staglia nel paesaggio della guerra di Troia, scandagliata nella crudeltà degli stupri e delle violenze, nella creazione del nemico, negli inganni di vincitori e vinti, nell’inseguirsi, come nell’Agamennone di Eschilo, di delitti che si perpetuano di generazione in generazione. Il dialogo interno di Cassandra diventa un coro che condensa i punti di vista di tutti i protagonisti. Intanto si dipana il copione della proto-guerra. Dove le parole sono pallottole, gli obiettivi si ingarbugliano, sangue chiama sangue, il bottino – Elena – è un fantasma, sul campo di battaglia si alternano eroismi e meschinità.
“Mi viene in mente che sto segretamente ripercorrendo la storia della mia paura. O, più esattamente, la storia del suo scatenarsi, e, ancora più precisamente: del suo liberarsi. (…) La pazza ha paura, è pazza di paura. La prigioniera deve aver paura” (p.40). Cassandra grida, soffre nel corpo lo strazio del vedere, si dimena mentre annuncia le sciagure. “Le visioni dalle quali è sopraffatta non hanno più niente a che vedere con gli oracoli di rito: lei vede il futuro perché ha il coraggio di vedere le reali condizioni del presente” (Premesse, p. 113).
Mischiare i tempi, ripercorrerli tra ieri e oggi, per “quello che ci piace dell’immagine che ci facciamo dei tempi”, per capire in che cosa sia ancora possibile credere. Tra verità scientifiche, nostalgie femministe e desideri utopici “Imparare a leggere il mito è un’avventura di tipo particolare; presupposto di quest’arte è una progressiva trasformazione di sé, una disponibilità ad abbandonarsi all’associazione apparentemente facile di fatti fantastici, di tradizioni, di desideri e speranze, di esperienze e tecniche magiche, adattati ai bisogni di gruppi specifici – in breve, ad un altro senso del concetto di realtà” (Premesse, p. 69).
Si può parlare di psicologizzazione del mito, si chiede Christa Wolf a partire dallo scambio tra Thomas Mann e Kerényi. È un interrogativo che attraversa opere più recenti come La casa dei nomi di Colm Tóibín (Einaudi, 2018), dove l’umanizzazione dei personaggi delle tragedie si deposita in pagine di quasi insostenibile crudezza, come Il silenzio delle ragazze di Pat Barker (Einaudi, 2021), dove la guerra di Troia è narrata, in modo non del tutto convincente, da Briseide, la schiava di Achille.
Ma “Raccontare è umano e dà luogo all’umano, alla memoria, alla partecipazione, alla comprensione – anche quando il racconto è in parte un lamento sulla distruzione della casa paterna, sulla perdita della memoria, sull’esaurimento della partecipazione, sulla mancanza di comprensione” (Premesse, pp. 45-46).