264 artisti dai campi profughi

13 Luglio 2026

Materassini ucraini, borse vietnamite, legno, carta, pezzetti di tela, argilla, vetro. Sono diversi i materiali e sono diverse le tecniche, dalle matite ai pennarelli, all’acquarello, alla fotografia, alla grafica digitale, alle tempere e al collage che hanno generato un mosaico di quasi trecento piccole tele 10x12 cm: un colpo d’occhio fortissimo per chi si trova di fronte a un insieme di immagini così originali. Si presentano come un’opera unica, ma sono l’espressione di un io sempre singolare che appartiene a una folla umana segnata dallo sradicamento.

La mostra Out of Place. Arte e storia dai campi rifugiati nel mondo, (a cura di Claudio Scorretti, Irina Ungureanu e Aman Mojadidi, catalogo in inglese e in italiano Antiga edizioni), allestita nel padiglione esterno di Fondazione Rovati e aperta fino al 19 luglio, è un progetto di Imago Mundi, la fondazione culturale creata da Luciano Benetton, e ha il patrocinio del UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Le opere nascono da una ricerca condotta tra il 2022 e il 2024 in 18 tra i più grandi campi rifugiati del mondo: Kutupalong in Bangladesh, gli insediamenti africani come Dadaab Kakuma in Kenya, Nakivale e Bidibidi in Uganda, Dzaleka in Malawi, Nyabiheke in Rwanda, Za'atari in Giordania, i corridoi migratori come quelli tra America centrale e Stati Uniti. Nel 2024 erano 120 milioni le persone costrette a lasciare casa e paese a causa di guerre, persecuzioni, violenze o altri accadimenti che avrebbero messo in pericolo la loro vita. Quasi 44 milioni sono registrati come rifugiati. Circa il 22%, vale a dire quasi sette milioni di persone, vivono all’interno dei campi.

Il titolo Out of place si ispira all’autobiografia di Edward Said (in italiano Sempre nel luogo sbagliato. Autobiografia, Feltrinelli, 2000) che racconta la sua esperienza di esiliato che continuerà a sentirsi sempre e dappertutto uno straniero: perché il suo nome è inglese e il cognome è arabo, è cristiano, ma è anche un palestinese con un passaporto americano. “Esuli, migranti, rifugiati e apolidi, sradicati dalle proprie terre, sono costretti a fare i conti con un nuovo paesaggio, scriveva, e la creatività, come del resto la profonda infelicità che si attribuisce al modo di fare di tali soggetti fuori posto, costituisce di per sé una delle esperienze che devono ancora trovare una loro narrazione”.

Sono 264 gli artisti, che hanno vissuto o si trovano ancora in un campo profughi, a raccontarsi, a rappresentare visivamente la propria storia alla quale, a volte, danno un titolo. Alcuni erano già dei professionisti nelle loro vite precedenti, altri hanno imparato l’arte del disegno e della pittura in una situazione emergenziale. Alcuni sono poco più che bambini nati nel campo, altri sono dei “veterani”, come numerosi profughi palestinesi che hanno trascorso l’esistenza intera lontani dai luoghi dell’origine. Alcuni hanno già presentato le loro opere in esposizioni e hanno ricevuto riconoscimenti e premi, altri hanno scoperto da poco la possibilità di dire io a colori e in formato tessera.

C’è il disegno della casa alla quale non si può tornare, le ricostruzioni realistiche degli attraversamenti, i viaggi a piedi e in treno per mettersi in salvo, i barconi affollati, le armi, il sangue, gli ambulatori improvvisati, gli arti troncati. I titoli che evocano il trauma sparano sofferenza. Parlano di fame e violenza, del primo giorno di guerra, della condizione orfana, della disabilità, della vita da vedova, della carenza d’acqua, della gravidanza adolescenziale, della mancanza di lavoro. L’arrivo nelle tendopoli, dove i volti e le etnie si mischiano, vuol dire salvezza. Con l’avvio di una nuova quotidianità si può immaginare la riduzione del trauma, la dicotomia della libertà, la resistenza, la speranza.

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Vedute installative di Out of Place presso il Padiglione d’Arte della Fondazione Luigi Rovati a Milano. Photo Credit Daniele Portanome.

In La rinascita di una migrante Yusneicy Mora, un’artista venezuelana di 32 anni, emigrata in Colombia nel 2012 a causa della crisi economica, ha scelto di raffigurare “una donna che decide di togliere la maschera della tristezza e delle lacrime per dare spazio alla fioritura e alla rinascita. Ho dipinto mezza faccia perché quella donna decide di fiorire invece di umiliarsi”.

La copertina del catalogo è la silhouette di una tenda. L’opera è di Menina Alkeihel che si presenta così: “Sono nata nella valle di Saguia, nel Sahara Occidentale. Non ne sono sicura, ma penso di avere 70 anni. Sono cresciuta da nomade nel Sahara Occidentale (…), vivevamo in tende fatte di lana di capra e di cammello. Ho imparato a realizzare tende a 14 anni, da mia madre e dalle donne vicine. Quando è scoppiata la guerra, pur di metterci in salvo, abbiamo abbandonato tutto: tende, mandrie, tutti i nostri averi. Siamo stati tra i primi ad arrivare in Algeria nel 1975. Quando siamo arrivati, qui non c’era nulla. (…) La prima cosa che abbiamo fatto è stata costruire tende per tutti. (…) I campi sono cambiati molto, ma io ho vissuto tutta la mia vita nelle tende. Voglio continuare a fare tende e a viverci dentro. Sono fresche durante l’estate e calde in inverno. Siamo sempre stati nomadi e le tende sono importanti per noi. Non possiamo vivere senza di loro”.

Ridammi la mia identità, invoca Walid Muhammad Al-Labbad, nato nel 1972 in Siria, dal campo di Za’atari in Giordania. Nello stesso campo vive, dal 2013, Mohamad Jokhadar: “In Siria avevo lavorato nel settore della decorazione e come parrucchiere per uomo, ma il talento per il disegno mi accompagna dall’infanzia. Il disegno è stato un rifugio a cui sono ricorso spesso per dimenticare la difficile realtà e, trascorso un periodo di ambientamento nel campo, ho ripreso a dipingere. Ho partecipato a diverse mostre fuori dal campo, e il mio unico obiettivo rimane quello di cambiare la percezione stereotipata sulla vita dei rifugiati”.

Kimberly Chávez chiama il suo disegno La mia felicità: “Sono una ragazza di 11 anni che attualmente vive nell’Espacio Migrante a Tijuana, in Messico. Il mio viaggio per arrivare qui è stato una bella esperienza, perché ho visitato posti che non conoscevo. È stato un po’ lungo, ma piacevole e bello. Qui ho disegnato un girasole perché questo fiore mi piace molto e accanto ho dipinto un pino, circondato da tanta erba e dal cielo. A casa mia avevo tre girasoli e un piccolo pino e all’improvviso mi sono venuti in mente”.

In Incrocio Chadrack Makano, un artista originario del Congo, ricostruisce la trama della sua esistenza: “Sono fuggito dal mio paese d’origine quando avevo dieci anni a causa della violenza politica. Vivo nell’insediamento per rifugiati di Nakivale in Uganda da otto anni. Sono membro di Nyandja Arts, un collettivo di artisti rifugiati che offre uno spazio per l’espressione artistica e lo scambio culturale. (…) La mia arte è nata dalla depressione e dalla frustrazione. (…) Non avevo paura soltanto del mio passato ma anche del mio futuro, e il mio presente è diventato quello di un ribelle. A volte ho manifestato anche pensieri suicidi. (…) Il primo motivo che mi ha spinto a rispondere con l’arte è che credo che l’arte sia una voce forte, più forte della mia voce normale. (…) Ogni volta che scrivo o leggo parole vedo immagini. Gioco con le parole come un bambino che non segue nessuna regola formale di scrittura. Scrivo tante parole finché la loro leggibilità scompare e svanisce con strati di migliaia di parole scritte una sull’altra. (…) Il mio nome, Makano, significa incrocio, e questo mi fa credere che io sia un ponte. Sono nato per creare connessioni tra persone che vengono da percorsi di vita diversi”.   

Istituito nel secondo dopoguerra e poi esteso dalla Convenzione di Ginevra del 1951 per affrontare il grande movimento di popolazione in fuga nello spazio europeo, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati riteneva di dover adottare “misure provvisorie per un'emergenza momentanea”. La mostra e il progetto Out of Place documentano una condizione ora diffusa nel pianeta che riguarda milioni di persone in transito. L’uomo spaesato, come diceva un titolo di Tzvetan Todorov, è diventato un soggetto collettivo antropologico e artistico.

In copertina, Vedute installative di Out of Place presso il Padiglione d’Arte della Fondazione Luigi Rovati a Milano.  Photo Credit Daniele Portanome.

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