Radio Pop ha 50 anni
Cortei, gare demenziali, cacce al tesoro di una giornata intera, sit-in musicali, feste danzanti, funerali politici. Da cinquant’anni Radio Popolare informa e orienta, provoca e diverte. Coinvolge gli ascoltatori, che da riceventi passivi diventano soggetti attivi: l’informazione si trasforma in partecipazione. Gli ascoltatori, microcosmo del macrocosmo metropolitano milanese, sono rimasti gente di sinistra, e anche se poi ognuno ha una sua opinione, li unisce la certezza di sapere sempre il vero: perché l’ha detto Radio Popolare.
50 e 50 La mostra di Radio Popolare 1975-2025 – alla Fabbrica del Vapore, frequentatissima, aperta fino al 25 gennaio – è un racconto in gran parte fotografico, (curato da Giovanna Calvenzi, in preparazione il catalogo per Contrasto), allestito su due piani, introdotto dai ritratti dei tecnici, dei fonici, dei giornalisti e dei conduttori (firmati da Laila Pozzo). Prosegue con gli scatti di decine di fotografi, tra cui Gianni Berengo Gardin, Gabriele Basilico, Mario Dondero, Uliano Lucas, Liliana Barchiesi, Carlo Cerchioli. Su un grande tavolo testi e altre fotografie. Un ripasso, anno dopo anno, della cronistoria della radio, sensore consapevole di mezzo secolo di storia: non solo Milano ma anche Italia e ogni dove la redazione riusciva a scovare un corrispondente.
Infine, un docufilm che saltabecca dalla nube di diossina sopra Seveso (luglio 1976), alla manifestazione contro gli scafisti del 2019, al funerale dei centomila per Fausto e Iaio del 18 marzo 1978, al flash mob Jesuismusique che nel dicembre 2015 ricorda i fatti del Bataclan, alle biciclettate di agosto, alle feste dove si mangia e si balla e intanto si raccolgono fondi. E ricorda i mitici scoop: Camilla Cederna che racconta dall’interno del Piermarini le proteste durante la prima della Scala nel 1976, Renato Vallanzasca evaso e latitante, inseguito da poliziotti e cronisti, che telefona e rilascia, il 2 agosto 1987, un’intervista esclusiva.
La radio rivoluziona e inventa. La notizia si fa in diretta, sono sempre più di uno i redattori che seguono la cronaca di piazza. Storico programma è Microfono aperto che dà voce agli ascoltatori su temi di attualità, politica e vita quotidiana. È uno spazio aperto a tutti – anche a chi la pensa diversamente. Il format è cambiato più volte, ora è possibile intervenire via Sms o per mail.
Le rubriche accompagnano e stimolano il dibattito del movimento delle donne, aprono alla cultura omosessuale, dedicano uno spazio ai bambini, parlano di libri – se si è invitati a Radio Pop sembra di essere andati da Bernard Pivot per Apostrophes. La trasmissione Passati col rosso di Gino e Michele cambia il modo di fare satira in radio, con Bar Sport il trio della Gialappa's ha sviluppato negli anni Ottanta uno stile di comicità radiofonica basato sul calcio che poi è diventato il successo televisivo di Mai dire Gol. Il format Piovono Pietre di Alessandro Robecchi, undici minuti di battute e ironie sui fatti del giorno, ha prodotto un libro con il sottotitolo di Cronache marziane da un paese assurdo.
La possibilità di una sperimentazione anticonformista ha favorito i progetti e le idee originali. Ha convinto che la colonna sonora – il brano musicale di Eugenio Finardi se una radio è libera, ma libera veramente piace ancor di più perché libera la mente –, poteva diventare realtà. Nel corso del tempo inevitabili i conflitti tra rigide posizioni ideologiche, esigenze di mercato e pressioni politiche – ma la radio ha resistito. Radio Popolare, come il quotidiano il manifesto, si è rivelata un’esperienza dalla lunga durata, che ha superato l’epoca dei movimenti dai quali ha avuto origine.
Registrata al tribunale di Milano la vigilia di Natale del 1975 – la svolta nel mondo della comunicazione avviene però il 28 luglio 1976, quando la Corte Costituzionale stabilisce che il monopolio statale non poteva estendersi alle trasmissioni locali via etere –, Radio pop nasce dal sodalizio di un gruppo di giovani della sinistra extraparlamentare, soprattutto militanti di Lotta continua, di Avanguardia operaia, del Movimento lavoratori per il socialismo. Il capitano di questo particolarissimo equipaggio – fuori lo scontro tra le diverse linee politiche era spesso violento –, è Piero Scaramucci, giornalista con esperienza in Rai, desideroso di battagliare, ma devoto alla qualità dell’informazione – e della controinformazione. “Rp nasceva per far parlare chi non aveva strumenti per farlo e dare informazioni in primo luogo a uno strato sociale che subiva i mezzi di comunicazione del sistema e non aveva mezzi propri per veicolare notizie e idee. Bisognava smarcarsi sia dal linguaggio paludato della Rai che dalla verbosità e dal politichese della sinistra. Il risultato è stato un ibrido fatto di parole semplici, a volte imprecise, ma efficace e nuovo. La nostra utopia era mettere in comunicazione diversi soggetti; la radio nasce subito come non unidirezionale – dall’alto al basso – ma bidirezionale. Popolare, appunto” scriverà in occasione del trentennale.
La sede delle origini è quello che diventerà celebre come il metrocubo in corso Buenos Aires: due stanze e una piccolissima sala mixer sempre intasata di fumo. L’esordio simbolico è il 9 settembre 1976, con la prima corrispondenza italiana dalla Cina sulla morte di Mao.
Anche la redazione è una folla di volti e di nomi. Nella mostra incontriamo visi giovanissimi di chi a Rp ha scoperto la vocazione del mestiere e poi è approdato in Rai, di chi è diventato famoso ma è rimasto sempre nell’area della sinistra, i nomi di chi è stato un collaboratore rapsodico per fare poi altro. Per anni i compensi sono stati poco più che simbolici, il lavoro volontario è tuttora significativo e le sottoscrizioni fanno la differenza – 17 mila sono oggi i sostenitori.
Intanto le lotte per i diritti sono mutate: riguardano chi ha attraversato il Mediterraneo, le culture Lgbt, le condizioni schiavistiche dei rider. Per la prima volta nella sua storia la radio ha una direttrice donna, Lorenza Ghidini, che ha iniziato a lavorare nel 1998 con Piero Scaramucci. La mostra mette in scena una narrazione che assume una forte valenza generazionale. I visitatori più anziani si ritrovano e si riconoscono, i giovani si stupiscono della dimensione collettiva – mentre si avverte il ritmo del tempo che segna gli abitanti della Città. Perché, come scrive Georg Simmel in La metropoli e la vita dello spirito, “Il tipo dell’uomo metropolitano, che come tale si muove ogni giorno tra migliaia di cambiamenti individuali, tende insomma a sviluppare un organo protettivo contro lo sradicamento per cercare di tutelarsi da un ambiente esterno in costante stato di flusso e discrepanza interna”.
In copertina, 2000. Piero Scaramucci nelle nuova redazione di via Ollearo con Silvia Giacomini, William Geroli e Massimo Bacchetta. Foto di Matteo Bergamini 2011. Sesto per Mille, in ricordo dei Mille a Sesto San Giovanni. Foto di Marco Becker.