Ragazzi della via Pál a Sarajevo

26 Gennaio 2026

Il momento in cui tutto ha avuto inizio e l’incredibile divenne realtà se lo ricordano tutti. L’ora e la data rimangono incise nella memoria come accade quando la potenza del trauma interrompe il tran tran dell’ordinario. Mentre stanno cadendo le prime bombe Tijan Sila aveva undici anni, e stava ascoltando a pancia in giù sul tappeto in camera sua Suffragette City di David Bowie. Lo sbalordimento del primo giorno di guerra diventerà nei mesi successivi panico costante. Radio Sarajevo (trad. di Caterina Vezzaro, Voland 2025) è il romanzo di formazione di una generazione marcata dalla distruzione, braccata dai ricordi.

Dopo la prima notte in cantina arrivano “attacchi di pianto violenti, rochi, in cui il moccio diventa presto limpido come le lacrime” e Tijan andrà avanti in questo modo per i primi mesi di guerra, “fino a quando subentrò l’abitudine e smisi di piangere – per i quindici anni successivi. (…) e questo atto di autocontrollo mi procurò uno strano piacere. È vero, infatti, che l’essere umano si abitua a qualsiasi strazio. Ma è anche vero che è uno strazio disabituarsi. Così passai anni a reprimere i miei sentimenti, convinto di dare in quel modo prova della mia forza di volontà”.

Come Aleksandar Hemon che scrive in inglese, come Šaša Stanišić che scrive in tedesco e come Elvira Mujčić la cui lingua letteraria è ora l’italiano, anche Tvrtko Žuljević – che si firma con lo pseudonimo Sila che significa forza –, non scrive nella lingua delle origini, ma in quel tedesco che ha dovuto imparare in fretta e furia quando nel 1994 la madre e il padre decidono, dopo due anni di assedio, di fuggire da Sarajevo e di stabilirsi in Germania.

Il palazzone di Novo Sarajevo, dove il protagonista vive con i genitori e il fratellino, ha il vantaggio di formare insieme agli altri edifici un rettangolo nascosto alla vista dei cecchini – i morti sono meno numerosi di quanto accade nei grattacieli, esposti al pericolo da tutti i lati. Ma non ci sono più vetri e le cantine sono tutte sventrate, non mancano solo le vitamine, non c’è né cibo né legna, ed è scomparsa l’emozione della gioia anticipatrice, quella sensazione di felicità bambina che guarda il mondo come un magico miracolo.

La guerra che racconta Tijan è vista dal basso, dal suo sguardo ancora infantile che non ascolta alla radio i paroloni dei politici, ma sa la differenza che passa tra gli adulti e i bambini, conosce la struttura sociale e nazionale del suo caseggiato. “Un terzo della popolazione bosniaca conviveva in matrimoni misti, e in uno di questi sono nato io: mia madre veniva da una famiglia cattolico-croata, mio padre da una musulmano-bosniaca. (…) Sua madre però era una serba cristiano-ortodossa, fatto che peraltro non ha modificato in nulla l’essere musulmano di mio padre”. Che qualcosa stava cambiando Tijan lo capisce in strada dove passa gran tempo con i coetanei. Con Sead e Rafik sono amici per la pelle, le provocazioni di Dejan, che ripete le frasi del padre membro delle milizie nazionaliste serbe, si capiranno poco dopo.

Per il gruppo dei ragazzi, lasciati a sé stessi e per mesi senza più l’obbligo della scuola, l’eccezionalità della situazione trasforma le giornate in un’avventura che porta in quartieri lontani, espone a incontri pericolosi con i delinquenti che partecipano alla difesa della città, allo shock di scoprire chi ha tradito e se n’è andato via subito – perché era stato avvisato.   

Radio Sarajevo ricostruisce il mosaico dell’assedio, ogni figura è un punto di vista che riesce a rappresentare la dinamica bellica, a spiegare i rimescolamenti delle stratificazioni sociali, le ambiguità degli aiuti internazionali. Riuscire a scovare tra le macerie giornaletti pornografici da offrire ai militari dell’Onu in cambio di pile per continuare a sentire musica diventa l’obiettivo dei ragazzini: “Io non ero più lo stesso. Non scrivevo più poesie, ormai non disegnavo né leggevo quasi più. Ero diventato un selvaggio che si aggirava tra le rovine della città a caccia di giornaletti pornografici”.

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Per l’autore, che per la scrittura di un altro suo romanzo si occuperà degli studi di Klaus Theweleit sulle costruzioni fasciste della mascolinità, la sessualità è una delle metafore capaci di illuminare le trame meno visibili del tutti contro tutti. L’altra è la cultura della violenza, una violenza endemica che si era sperimentata proprio dentro casa. “A Sarajevo, all’epoca, i bambini venivano abitualmente insultati e picchiati dagli adulti, ed erano sempre dalla parte del torto. (…) Per noi bambini jugoslavi, i genitori prendevano il posto della tigre dai denti a sciabola. Nel mio caso era perlopiù mio padre a menarmi – ma non solo. Genitori che rinunciavano a infliggere punizioni fisiche ai figli ce n’erano, a Sarajevo, ma appartenevano a una minoranza disprezzata. Erano zapadnjaci, gente che aspirava a diventare occidentale rinnegando così le proprie radici slave”.

Adesso la violenza è dappertutto: esplode durante l’arresto di un vicino, pervade la quotidianità – con i ferimenti dei passanti, con i morti conosciuti e sconosciuti. Davanti alla morte di un vicino Tijan va in trance.

Ai suoi genitori, docenti universitari, considerati da sempre i diversi del palazzo, sprovvisti di spirito pratico e lontani dall’ideologia socialista della raccomandazione, la guerra ha ficcato “dei corpi estranei nel cranio”: fino a quando rimangono a Sarajevo sono gli amici a provvedere alla sopravvivenza della famiglia e a proteggerli dalla disperazione – per il padre la guerra sta sempre per finire, per la madre non finirà mai. “I bosniaci considerano le loro famiglie al pari di macchine il cui funzionamento presuppone che ogni membro svolga un ruolo. (…) le persone avanzavano le une verso le altre pretese molto più aggressive che altrove, e ci si sentiva in ogni istante parte di un incastro: mio fratello il pistone, io la biella, e mamma e papà un albero motore in eterno movimento, su e giù, dalla Bosnia alla Germania, da casa al reparto di psichiatria, dalla sedia a rotelle alla tomba” – nel 2024 Sila ha ricevuto il premio Ingeborg Bachmann per il testo Il giorno in cui mia madre impazzì.

La scrittura di Radio Sarajevo procede ironica e veloce, mentre la vita in tempo reale del quartiere si presenta come una sintesi paradigmatica degli avvenimenti. La “città assediata” evoca i conflitti infiniti, le meschinità e le grandezze d’animo della più universale condizione umana. Nella sua apparente semplicità nel fornire interpretazioni di quanto sta accadendo – la lente bambina enfatizza l’assurdità degli avvenimenti, comunica un pessimismo non lontano da quello di Il signore delle mosche di William Golding –, Tijan Sila riesce ad avvicinare il suo vissuto al lettore. E ad aggiungere un altro frammento al racconto corale di esistenze segnate dagli eventi bellici. Uno dei titoli più recenti, non ancora tradotto in italiano, è Rat (Guerra) di Miljenko Jergović che con più di un centinaio di brevi schizzi, una sorta di libro dei ruoli e dei mestieri, ricostruisce il tessuto urbano fotografato nel momento in cui l’esercito nemico occupa Sarajevo.     

Per il ragazzino la prima impressione della Germania è un misto di familiarità ed estraneità. Mannheim è una città povera, la sua classe gli ricorda una cartolina dell’Unicef, “di quelle che prima della guerra i miei compravano sempre per Natale. Alcuni ragazzi venivano dalla Polonia, altri dalla Turchia, dal Vietnam, dalla Georgia, dall’Iran, dall’Italia e dal Portogallo”. I tedeschi non costituiscono la maggioranza, ma nessuno pare farci caso. Tijan deve imparare di nuovo “come attraversare gli spazi aperti e sopportare la folla – o il fragore del traffico stradale”. Trovare un suo modo di non farsi dominare dagli incubi.

“In Bosnia, la generazione dei miei genitori è definita degli ‘sradicati’ o degli ‘strappati’. Alla mia generazione non sono stati dati soprannomi, noi siamo i dimenticati”. Con Radio Sarajevo lo scrittore riacchiappa i ricordi, mentre parla di un’esperienza che sono in tanti a vivere di nuovo oggi. In tempo reale.

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