Contro il negazionismo: una legge sbagliata

21 Ottobre 2013

In un paese retto da un ordinamento democratico l’ipotesi di una legge che, pur con le migliori intenzioni, volesse limitare il diritto di opinione, dovrebbe suscitare una reazione istintiva di allarme e preoccupazione. Viceversa nell’Italia di oggi, di fronte alla legge in discussione al Parlamento volta a sanzionare il negazionismo, la sensibilità ai principi di fondo del liberalismo non sembra essere stata così diffusa. Proviamo allora a considerare la questione da un altro punto di vista e a chiederci che cosa concretamente potrebbe accadere se quella legge venisse effettivamente approvata.

 

Il primo risultato sarebbe di offrire agli avversari cui si vorrebbe togliere spazio l’opportunità di prensentarsi come vittime e di ergersi a veri difensori della libertà di espressione; loro che si valgono sistematicamente della menzogna e dell’inganno per compromettere la libertà di giudizio del pubblico che fanno di tutto per manipolare. Esempi di un simile comportamento non sono mancati nei paesi dove leggi del genere sono già in vigore. Senza dimenticare che l’antisemitismo, di cui la negazione più atroce – quella dei campi di sterminio - è un complemento quasi obbligato, ha il vittimismo nella propria ragione sociale e non attende altro per rinforzare le proprie posizioni.

 

C’è poi chi sostiene che gli eventuali processi intentati grazie alla legge potrebbero trasformarsi in utili tribune di pubblica denuncia. Siamo proprio sicuri? L’oggetto al centro di quei processi non sarà infatti il contenuto delle menzogne propalate dagli imputati, quanto piuttosto se quelle menzogne rientreranno o meno nella fattispecie del reato, per come sono state formulate o magari per le intenzioni ad esse sottese. E questo tanto più quanto più ampia sarà – come si vorrebbe stabilire da noi – la casistica dei negazionismi colpiti da interdetto. Immaginate quali e quante eccezioni potranno essere avanzate dalla difesa in un sistema giudiziario come il nostro, e per quanto tempo i “poveri” imputati potranno appellarsi alla comprensione del pubblico, con effetti – credo – esattamente opposti a quelli prospettati dai sostenitori della legge.

 

Oltre al fatto che delegare alla magistratura il compito di liberarci da quei pericolosi agenti inquinatori finirebbe per rendere il nostro libero dibattito molto meno libero. Libertà e responsabilità si tengono infatti strettamente. E affidare istituzionalmente ad altri una responsabilità di cui ognuno dovrebbe farsi carico non contribuisce certo a consolidare gli anticorpi utili a contrastare, prima di tutto nelle relazioni quotidiane, l’affermarsi di idee sbagliate e pericolose.

 

Ma guardiamo più precisamente in che cosa consista il pericolo rappresentato dal negazionismo, tenuto conto della sua natura e delle sue caratteristiche. Trasformarlo in reato significa considerarlo come una sequenza di atti puntuali, da individuare e circoscrivere con precisione, per poterli sanzionare per legge e cancellare dalla vista del pubblico. Procedere in quel modo conduce però a svalutarne la portata e le implicazioni.

 

Il negazionismo è un fenomeno articolato che nasce e si sviluppa in contesti vari, nazionali e internazionali. Si lega a discorsi e atteggiamenti fortemente radicati nella nostra cultura e per questo tanto più influenti. Proporlo all’opinione pubblica prima di tutto come un reato vuole dire trascurare tutto questo. Come si pensa di poterlo contrastare in profondità, se non ci si misura con i suoi terreni di coltura? Le battaglie ideali non sono dei videogames combattuti per interposta persona su terreni di gioco virtuali.

 

Senza trascurare le implicazioni di tutto questo sul nostro rapporto con la storia. Nella realtà di oggi la storia viene troppo spesso considerata come un grande serbatoio di esperienze e di idee da consultare e da usare secondo le proprie necessità del momento: una sorta di distributore automatico dove servirsi a piacimento. Che cosa cambierà dopo l’eventuale approvazione della legge in questione? Ci verrà detto con forza che alcune delle bibite disponibili al distributore, oltre che velenose, saranno proibite per legge.

 

In compenso non avremo ricevuto alcun aiuto efficace a ragionare sul perché e sul come agisca il veleno da cui ci si vuole proteggere; in particolare non saremo in alcun modo incoraggiati - anzi, verremo sospinti implicitamente nella direzione opposta - a considerare la storia come la fitta trama di eventi in cui siamo immersi e come il vero contesto in rapporto al quale di ogni cosa -  anche della peggiore – è forse possibile comprendere il significato.

 

Dobbiamo ogni giorno misurarci con un’infinità di frammenti: di idee, di conoscenze, di sensazioni, di passato. Nello sforzo improbo di attribuire un senso a ognuno di essi sarebbe forse più utile disporre di uno sfondo su cui collocarli - anche lacerato, incerto, ma dotato almeno di un vasto respiro cronologico e di qualche punto di riferimento ben definito - che non di una voce fuori campo che ci imponga: questo sì o questo no.

 

Fabio Levi è professore di Storia contemporanea all'Università di Torino ed è direttore del Centro Internazionale di Studi Primo Levi.

 


 

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