II. Giù le mani da Chicago
Le “città santuario” da millenni sfidano legislazioni statali e autorità burocratiche. Nell’antichità erano spazi di asilo che offrivano a fuggitivi, apolidi o fuorilegge protezione temporanea da persecuzioni e vendette. Negli Stati Uniti contemporanei sono quelle aree metropolitane che scelgono di non usare risorse locali per far rispettare le norme federali sull’immigrazione, rifiutando di consegnare i sans papiers alle autorità di Washington D.C. che ne vogliono l’espulsione. L’obiettivo dichiarato è promuovere la fiducia verso le istituzioni locali e favorire l’integrazione degli immigrati, con tutti i benefici che ne derivano per la comunità.
Fra le metropoli accusate di “proteggere i clandestini” quella più demonizzata, insieme a Minneapolis, è Chicago, in cui sia sindaco che governatore Dem sono da sempre in forte contrasto con Donald Trump. Per gli abitanti dell’Illinois sarà difficile dimenticare il post pubblicato dalla Casa bianca per annunciare l’operazione Midway Blitz e l’arrivo dei miliziani anti-migranti. Nel meme “Chi-pocalypse Now”, in uno scenario alla Francis Ford Coppola, si vede il presidente degli Stati Uniti invocare la distruzione della città con la scritta “Amo l’odore delle deportazioni al mattino”. Così legittimata, la violenza gratuita degli agenti fiancheggiati dal famigerato Gregory Bovino è diventata letale, come durante l’arresto di Silverio Villegas González, incensurato, o per le morti avvenute nei centri di detenzione dell’Ice. Dallo scorso 9 settembre molti quartieri di Chicago sono sprofondati in un tetro clima da occupazione squadrista.
La terza città più popolosa degli Stati Uniti è composta per il 30% da latinos, in uno stato – l’Illinois – che accoglie quasi 600.000 immigrati irregolari provenienti soprattutto dal Sudamerica. Secondo la definizione del Migration Policy Institute, la “unauthorized population” include anche chi ha uno “stato liminale”, come chi era entrato ufficialmente come richiedente asilo durante le precedenti amministrazioni ma è ancora in attesa dell’approvazione del tribunale. Nella quasi totalità dei casi infatti non si tratta di “malevoli criminali”, come viene puntualmente sbandierato dalla Casa Bianca, anzi. I dati governativi resi pubblici dal Deportation Data Project (stima prudenziale) rivelano che un terzo degli arrestati è stato oggetto di un qualche provvedimento giudiziario ma, in parte predominante, si tratta solo di violazioni minori come infrazioni stradali; mentre gli arresti delle persone incensurate sono aumentati ben di sette volte in nove mesi. E a dispetto della retorica trumpiana, la maggioranza della popolazione irregolare non solo contribuisce sensibilmente all’economia del paese ma paga anche le tasse tramite un codice identificativo emesso dall’Agenzia delle entrate per le attività autonome. Il cosiddetto numero Itin, che paradossalmente non può essere comunicato ad altre agenzie governative, permette ai migranti senza documenti in regola di pagare contributi senza però ricevere benefici pubblici né tanto meno assistenza sanitaria, che – va da sé – viene pagata profumatamente di tasca propria.
Sono invece straordinari i benefici promessi alle reclute dell’Ice, oltre a salari molto alti e rimborsi del prestito universitario. Per far fronte all’ossessione sovranista e arrivare ai tremila arresti al giorno annunciati dalla propaganda trumpiana, il numero di agenti anti-immigrazione è stato raddoppiato fino a 22.000 e il budget dell’Ice triplicato; l’addestramento dei nuovi miliziani, molti arruolati dall’ultra-destra, si è invece ridotto a pochi giorni (47 per l’esattezza, proprio come il numero presidenziale di Trump). E qui è inevitabile un paradosso etnico. Fra gli agenti si stima che più di un quinto sia composto da ispanici con regolare cittadinanza. La ferocia di chi ce l’ha fatta, unita all’identificazione col nemico, rappresenta la spina dorsale di un’umanità atterrita dalla perdita del privilegio.
A Chicago le strade dei quartieri ispanici e le piazze dei mercati si svuotano per paura dei rastrellamenti, eventi pubblici, come il popolare festival El Grito, vengono riprogrammati o cancellati. Colpisce soprattutto l’assenza degli eloteros, le figure ubique che agli incroci vendono pannocchie da passeggio. In città “l’80, forse il 90 per cento dei seimila venditori ambulanti sono immigrati irregolari”, stima María Orozco, organizzatrice dell’associazione Svac che supporta gli street vendors. “Ora la gente non esce più perché teme i sequestri. Con gli stand diventi un bersaglio facile”. Quando arriva un raid c’è chi scappa lasciando tutti i propri beni, spesso si formano picchetti con passanti che li tengono in custodia fino a quando il proprietario non torna a riprenderseli – se torna. “D’altra parte, se non escono a lavorare non possono mantenere la famiglia”, María lo sa bene perché ha trascorso i doposcuola ad aiutare i genitori che vendevano elotes. “Quando mi sono resa conto che le strade erano deserte, ho fatto un po’ di ricerca e ho scoperto una bella iniziativa partita da Los Angeles. Così anche noi abbiamo lanciato una campagna GoFundMe che in pochi mesi solo a Chicago ha raccolto 623.000$. Con questi soldi diamo un sussidio di 500$ ai venditori ambulanti che ne fanno richiesta. Non risolve il problema, ma manda un messaggio forte alla comunità: siete i nostri vicini, non siete soli, reagiamo alla paura”.
Nel quartiere di Logan Square – fra le casette di due piani tappezzate di cartelli Hands off Chicago, “Giù le mani dalla nostra città” – c’è un appartamento che da settembre ospita corsi per i gruppi di risposta rapida. Li organizzano Lucy e Kevin, studenti universitari, tramite canali social protetti. “Introduciamo le tecniche di resistenza non violenta, cosa fare e non fare, la prassi di sicurezza da adottare durante le operazioni. Qui viene davvero gente di ogni età ed estrazione. Ricordiamo che manifestare pacificamente, anche filmando gli agenti, è un diritto di tutti, non solo di chi ha la cittadinanza. Se poi l’Ice viola questi diritti universali, è l’Ice a essere in torto e la storia prima o poi lo dimostrerà. Ma dimostrerà anche che noi non siamo stati con le mani in mano”, racconta Lucy, mentre Kevin ricorda l’ultima volta che hanno assemblato centinaia di kit contenenti fischietti e istruzioni legali bilingue da distribuire gratuitamente: “C’erano amici che suonavano, è stato bellissimo. Ci impongono un clima di paura e paranoia? Noi rispondiamo ballando e cantando”. Il muro del soggiorno è tempestato di scritte e riflessioni lasciate dagli ospiti, una di queste in stampatello rosso recita: “Se pensi di essere troppo piccolo per fare la differenza, prova a dormire con una zanzara”.
In copertina, Fotografia di Linda Birke, CC BY-SA 4.0.