Il Valle e gli altri: una rivolta culturale

13 Giugno 2013

Roma è una città in cui tutto sembra immutabile. Anche per questa ragione, nel corso dei secoli, uomini di passaggio e intellettuali girovaghi sono rimasti affascinati da quel senso di antico, massiccio e immobile ancora oggi testimoniato  da una giungla di chiese, palazzi, vecchi edifici, fontane e obelischi, viuzze e viali che stanno lì a osservare l’affollato viavai di persone. Un senso di antico permea i tanti elementi che compongono la città e sembra difficile riuscire a creare una formula in grado di conciliare antico e contemporaneo, passato e presente, stasi e movimento. Camminando per le strade di questa città da oltre due milioni e mezzo di abitanti capita raramente di sentirsi in una capitale europea. Manca quell’ampiezza di respiro che sa regalare una camminata a Madrid o a Parigi; non si riesce a percepire una modernità che passi per la bellezza dei luoghi, la loro pulizia, la vivacità degli angoli del centro, la multiculturalità: si è di continuo messi all’angolo dal traffico, dall’inquinamento, dalla congestione e dai rumori. Gli immensi monumenti che costellano la città restano lì a testimonianza di una grandezza che appartiene solo al passato, una meraviglia protetta solo dall’imponenza di edifici che, quasi indenni, hanno attraversato il tempo. Una città che manca di novità e freschezza, affidata a uomini invecchiati, centro di potere ingiallito e spesso corrotto, fulcro di continue emergenze abitative, ambientali, economiche e culturali. In questo clima, due anni fa, un gruppo di lavoratori e lavoratrici dello spettacolo ha dato vita a quella che è stata definita una “rivolta culturale”.

 

 

La scarsissima attenzione che la città dedica alla scena artistica contemporanea, soprattutto teatrale, conferma la sua lontananza da una prospettiva più ampia e proiettata verso una dimensione internazionale. Per uno spettatore romano non è facile entrare in contatto con il fiorire di compagnie teatrali e nuovi gruppi che negli ultimi decenni hanno vivacizzato il panorama teatrale soprattutto al nord del paese, dove l’universo della scena appare variegato, azzardato e innovativo, ma soprattutto momento di sperimentazione. Fatta eccezione per alcune piacevoli parentesi come Short Theatre e Romaeuropa Festival (eventi limitati a brevi periodi nell’anno), nella capitale da sempre trionfa il solito teatro della grassa risata, dei comici televisivi, dell’Opera oppure delle grandissime e costosissime produzioni già viste.

 

 

Esistono, però, alcuni posti che si possono definire isole felici dove, combattendo e svincolandosi ogni giorno tra le tante difficoltà della quotidianità, si riescono a fare grandi cose. Uno di questi posti è l’Angelo Mai Altrove Occupato, un piccolo paradiso a due passi dalle Terme di Caracalla, dove ogni sera si può respirare quell’atmosfera gioiosa che solitamente si respira nei festival. Nato come risultato di un’occupazione nel quartiere Monti nel 2004, oggi vive in uno spazio vicino al centro città e si presenta davvero come uno dei centri culturali indipendenti più importanti di Roma sia per la quantità di proposte sia per la qualità della programmazione. All’Angelo Mai gli spettatori romani hanno potuto vedere in scena formazioni come i Motus, Fanny & Alexander, Teatrino Clandestino e altri gruppi che raramente si incontrano nei teatri della città. Si tratta di un posto che è un vero motore di attività, dove la voglia di combattere per ciò che è umanamente giusto si mescola alla volontà di pensare e stabilire nuove vie; al suo interno vivono anche un collettivo musicale e una formazione teatrale – Bluemotion.

 

 

Lo scorso fine settimana si è chiuso Tropici, una tre giorni dedicata alla performance che ha portato in città una ventina tra gruppi e artisti. Il vero animo di questo luogo è fare incontrare le tante energie che attraversano e si incrociano in quell’altrove, uno spazio che non trascura la fantasia e l’aspirazione a qualcosa di grande come la Repubblica dei Desideri. Allo stesso tempo, però, la forte vocazione non è solo culturale, bensì anche sociale: l’Angelo Mai eredita e custodisce dal precedente spazio a Monti un legame strettissimo con il Comitato Popolare di Lotta per la Casa. Il diritto all’abitare, il diritto alla dignità di una casa non sono bisogni distanti dal diritto alla cultura e allo stesso modo devono essere tutelati.

 

 

Ci sono altre esperienze a Roma che possono vantare una libertà di scelta artistica e una capacità di autoproduzione che esce dai soliti steccati commerciali. Spazi che mai hanno avuto né fondi pubblici né tantomeno un riconoscimento ufficiale della funzione culturale che ricoprono per la città e per i cittadini. Da oltre dieci anni è attivo il Kollatino Underground, spazio occupato nei locali di un ex istituto tecnico in via Sorel: non ci sono solo sale prova dove hanno posto la propria residenza interessanti compagnie come Santasangre, Muta Imago, Teatro Deluxe e Matteo Latino, ma anche laboratori di scenografia e corsi di formazione per tecnici. Qui possono circuitare lavori lontani dai soliti canoni ufficiali, lavori protetti proprio da quell’atmosfera di libertà che in questo spazio si respira.

 

 

Esistono anche altre situazioni dove è stata la cittadinanza stessa a imprimere un nuovo corso agli eventi e a cambiare una direzione che sembrava inesorabile. È accaduto all’ex Cinema Palazzo, nel cuore di San Lorenzo, occupato da un movimento di cittadini del quartiere per evitarne la trasformazione in una sala bingo, temibile simbolo dell’azzardo capitalistico e della peggiore disperazione umana. Cittadini, studenti e attivisti hanno messo in campo una tenace voglia di partecipazione per difendere spazi storici dallo scempio (come in questo caso) oppure dall’abbandono.

 

 

Da un atto di resistenza il Nuovo Cinema Palazzo è divenuto, in questi primi due anni di occupazione, uno spazio culturale a disposizione della zona e centro di diffusione di molte arti: con spettacoli, concerti, convegni, laboratori e festival questo spazio offre al quartiere una gamma di appuntamenti che richiama spettatori sempre più attenti e responsabilizzati nel loro ruolo attivo e complice. Anche a Ostia è stata la cittadinanza a riprendersi uno spazio che era destinato alla chiusura e che avrebbe lasciato senza un teatro quella parte della città. L’unione dei lavoratori della struttura con associazioni locali ha permesso di fare riaprire i battenti di questo luogo chiuso dall’incapacità e dallo spreco delle amministrazioni locali: il Teatro del Lido di Ostia rispetta la sua vocazione di teatro dal basso stabilendo nuovi ponti tra arte e cittadinanza e lasciando ai cittadini del municipio di Ostia la decisione, ma anche la responsabilità di un rapporto nuovo tra teatro e ciò che gli sta intorno.

 

 

14 giugno 2011. Solo un mese prima al Teatro Valle era calato il sipario su Romeo e Giulietta, ultimo spettacolo della stagione, con le figure dei due innamorati a chiudere il ciclo di vita di quello spazio, storico approdo di artisti nel cuore di Roma. La drammatica assenza di una seria politica culturale e i continui tagli del governo all’arte e alla cultura avevano messo in moto già da mesi slanci di protesta difficili da arrestare. Erano così iniziati i blitz nei teatri, come all’Opera o addirittura sul red carpet del Festival del Cinema di Roma e anche l’occupazione simbolica del cinema Metropolitan di via Del Corso. Fino alla mattina del 14 giugno 2011 in cui lavoratrici e lavoratori dello spettacolo si erano ritrovati davanti al Teatro Argentina e contandosi, assonnati e arrabbiati, avevano deciso di fare quelle poche centinaia di metri e prendersi quello spazio che era stato condannato alla chiusura.

 

L’occupazione doveva essere simbolica, qualche giorno, una borsa con poche cose, lo spazzolino da denti e un ricambio, magari il sacco a pelo, poco altro. Ora sono passati due anni e quelle borse sono diventate valigie, veri e propri bagagli. “Uno capisce il Valle quando si sveglia là, al momento del risveglio”. Già, perché prima di un esperimento di pratica di bene comune, il Valle Occupato è stato anche un laboratorio umano: i pasti, le dormite, la difesa dello spazio, la convivenza, i forti legami che si creano, paragonabili quasi a legami familiari, la prossimità dell’altro, le decisioni collettive, la voglia di farcela e di continuare a credere che tutto possa essere messo in discussione e cambiato. La grande attenzione mediatica raccolta in quei primi giorni dentro al Valle ha incoraggiato gli occupanti a restare e a tentare davvero una rivolta culturale, incoraggiati dall’idea di stare imprimendo un nuovo e improvviso cambio di direzione a una storia che invece sembrava già scritta.

 

In due anni il Teatro Valle Occupato è riuscito a porsi sulla scena culturale romana e a proporsi come via culturale inedita grazie a una programmazione varia, multiforme e sempre vivace con spettacoli, concerti, proiezioni, performances, festival. Coerente con la sua genesi, è un luogo che ha tentato nel suo piccolo un diverso rapporto con lo spettatore, una figura che aderisce a un pensiero di compartecipazione e complicità con i fatti che accadranno nella serata. Questo spazio, aperto 24 ore su 24, rappresenta per la città una profonda boccata di ossigeno con progetti di portata differenti che sopperiscono comunque una funzione culturale di massima importanza per varie categorie di cittadini: basti pensare al sostegno dato al progetto di diffusione dell’opera nella scuola dell’obbligo che ha visto decine di migliaia di bambini e ragazzi affollare il teatro oppure ai corsi di formazione tecnica organizzati per addetti ai lavori e non, ai laboratori di drammaturgia, agli eventi che raccontano spazi e ambienti della città.


Il pensiero del futuro del Valle Occupato ha messo in moto idee, energie e dibattiti molto importanti. Fin dalle prime settimane è stato chiaro che bisognava inquadrare l’esistenza di quel Teatro in categorie nuove che trovassero il loro fondamento negli aspetti caratteristici dell’occupazione, un atto non solo culturale, ma anche politico: la determinante partecipazione cittadina, il punto di vista multiplo piuttosto che singolo, la difesa di ciò che appartiene alla collettività. Da qui è scaturita la strada della Fondazione, il contenitore che dovrà tutelare e fare vivere l’esperienza del Teatro Valle Occupato. Il concetto che la sostiene è quello del bene comune, un concetto che supera la classica dicotomia pubblico-privato cui siamo abituati ed esiste di per sé. Fin dagli albori dell’occupazione, la situazione al Valle e la sua evoluzione è stata considerata curiosa da un punto di vista giuridico: questo essere esempio lampante di bene comune ha costretto ad alzare il livello del dibattito e a coinvolgere una platea di giuristi e costituzionalisti che avrebbero potuto aiutare nella creazione di inedite pagine di diritto e nella costruzione di un modello. Fu così che Stefano Rodotà, in occasione del primo compleanno dell’occupazione, dichiarò l’intenzione di riaprire i lavori iniziati cinque anni prima con la Commissione che portava il suo nome e che aveva lavorato a quell’idea di bene comune. Quei lavori reiniziarono proprio al Valle Occupato – simbolo concreto, a quel punto, della lotta reale e vera per il bene comune. Questo slancio ha creato un incontro che mai prima d’ora si era verificato tra studiosi, giuristi, costituzionalisti e movimenti e lotte, con il pregio, tra l’altro, di fare uscire questa materia dai soliti ambienti giudiziari e universitari.


Domani sarà il secondo compleanno del Teatro Valle Occupato, ancora campeggia in sala quello striscione simbolo dell’occupazione “Com’è triste la prudenza” citazione del drammaturgo argentino Rafael Spregelburd e principio ispiratore di questa immensa avventura. Il futuro assetto di questo esperimento di occupazione è stato descritto dallo Statuto della Fondazione Teatro Valle Bene Comune che è stato emendato on line e che presto verrà pubblicamente presentato. Questo testo ha il pregio di avere messo nero su bianco alcuni principi cardine di questa esperienza di gestione: la partecipazione della cittadinanza (trasformata non solo in un insieme di spettatori attenti, ma anche corresponsabili grazie alla scelta di essere soci fondatori) e l’autogoverno dei lavoratori e delle lavoratrici dello spettacolo. È in queste poche righe il senso di quella rivolta culturale che ha preso piede non solo al Valle Occupato, ma che permea i tanti spazi di cui si è raccontato in questo articolo: esempi di reali alternative sociali e culturali, prezzi contenuti e ampio accesso all’arte, modelli di gestione orizzontale che vogliono superare le logiche del profitto commerciale e le dinamiche politiche sempre pronte a ingerenze lontane dallo spirito artistico. Una rivolta culturale che riguarda un modo di pensare e di difendere ciò che appartiene alla cittadinanza, a tutti noi e che può generare e sta generando già oggi nuovi dialoghi e connessioni inedite che fuoriescono da un mero ambito teatrale.
Buon compleanno Teatro Valle Occupato.

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