Emozioni elefantine
“Che cosa ti ha insegnato sull’umanità un’intera vita trascorsa a osservare gli elefanti?”. La risposta fu elusiva e allo stesso tempo assai significativa: “Io penso a loro come elefanti. Mi interessano in quanto elefanti. Paragonarli agli esseri umani… non lo trovo utile. Trovo molto più interessante cercare di comprendere un animale per quello che è […] Paragonarlo a un bambino di tre anni… non mi interessa proprio”. Così aveva risposto l’etologa Cynthia Moss, responsabile dell’Amboseli Elephant Research Project, alla “grande domanda” che le aveva rivolto Carl Safina, che ne parla nel primo capitolo di Al di là delle parole, che Adelphi ha recentemente riproposto in paperback (l’originale Beyond words. What Animals Think and Feel, era del 2015, la prima edizione italiana, ad inaugurare la collana Animalia, uscì nel 2018). Una lezione inattesa.
E si può dire che, come Safina fu costretto a ripensare il progetto del suo libro – da, com’è che gli animali sono simili a noi, a cercare di capire chi sono gli animali, a prescindere dal fatto che siano o meno simili a noi – allo stesso modo noi potremmo, o forse dovremmo tornare criticamente a quell’idea che fu inizialmente di Protagora, di quell’uomo misura di tutte le cose, delle cose che sono in quanto sono, e di quelle che non sono in quanto non sono, che implicitamente richiamava Nello Cristianini nell’ultimo suo libro sull’IA, invitandoci a seguire lo sviluppo di questa nuova intelligenza con lo sguardo dell’etologia: quello di Cynthia Moss sugli elefanti, dei più celebrati Jane Goodall e Frans de Waal, di Doug Smith e dello scrittore Rick McIntyre con i loro lupi, e ancora di Ken Balcombe, colui che osserva le orche (tutt’altro che assassine, by he way!).
La domanda, scrive Safina, può diventare un’ossessione, quella di riempire i puntini di sospensione della frase, “a renderci umani è…”, così da riuscire a mettere una distanza tra noi e tutti gli altri esseri viventi. Probabilmente perché abbiamo bisogno di pensarci unici, speciali, “… risplendenti, trasparenti, divinamente ispirati, impalpabilmente impregnati da un’anima eterna. Al di sotto di questo standard, si scatena il terrore e il panico esistenziale”.
I libri di Safina, come quelli della Goodall, di de Waal, di Peter Godfrey-Smith possono essere letti per il solo piacere che la loro scrittura conferma ogni volta. Basta solo l’incipit del capitolo, Il barrito degli elefanti – “Alla fine, vidi che la terra stessa s’era sollevata, la terra cotta dal sole aveva preso la forma di qualcosa d’immenso e vivo, ed era in movimento. Il paesaggio si muoveva con la moltitudine, i loro passi a tal punto tutt’uno col suolo da sembrare la fonte stessa della polvere. La nube che alzavano ci inghiottì, penetrò ogni poro, ci coprì i denti, ci filtrò la mente. Allo stesso tempo, carne e metafora. Grande” –, bastano queste poche righe per decidere di continuare a leggere un librone di più di 600 pagine, ricavandone conoscenza insieme a piacevolissimo intrattenimento. D’altra parte, “… se non stai attento, corri il rischio di imparare qualcosa ogni giorno!”, come da beffarda notazione di un amico di Safina.
C’è da aggiungere, per chi fosse già incuriosito, che Al di là delle parole racconta le avventure di osservazione su tre principali specie, gli elefanti, i lupi e le orche, raccogliendo e riferendo di una miriade di indagini sul campo, di esperienze, di notazioni, di aneddoti a comporre le ragioni per cui, a parere dell’autore, il solo chiedersi ancora se gli animali siano intelligenti e anche coscienti – sia pur, evidentemente, ognuno a modo loro – è di un’oziosità spiegabile solo a partire da pregiudizi che la ricerca scientifica in nessuna maniera autorizza a confermare.
Ma detto di tutto quello che, anche a misura della sua condivisibilità, ci induce a consigliare la lettura o la rilettura di questo capolavoro di divulgazione del lavoro scientifico, ci pare utile soffermarci su una considerazione generale e su qualche aspetto problematico.
In generale. Da più parti e per molte ragioni, il lavoro dello scienziato è sottoposto a un giudizio assai poco benevolo. Successe dopo e a causa del progetto Manhattan, è capitato di nuovo e permane nell’opinione pubblica, a partire dalla clonazione della pecora Dolly. Che sia scienza chiara o oscura, come la definisce il nostro accademico dei Lincei Gianfranco Pacchioni, tutto ciò che prevede la manipolazione della natura genera sospetto, inquietudine, fino ad una manifesta ostilità che evocando oggettivi o fantasiosi interessi, sempre e comunque occulti, arriva a giustificare lo stigma che accompagna il lavoro di molti scienziati. Molti, ma non tutti. Sicuramente non gli etologi. Chi spende un’intera vita a seguire famiglie, di norma assai allargate, di elefanti, branchi di lupi, “pod” e poi “clan” di orche, non genera altro che curiosità, interesse e anche ammirazione. Accade lo stesso per una dendrocronologa come Valerie Trouet che indaga il tempo profondo attraverso gli anelli degli alberi, ed è così per tutti gli astronomi che scrutano il profondissimo spazio tornando all’origine del tempo del nostro universo, a caccia di nuove galassie e, magari, di qualche sistema solare sul quale potrebbe vivere e osservarci di lontano chissà chi. Poi, per la carità, qualche umarèl che si indigna per lo spreco di denari pubblici lo si trova sempre, ma è folclore social. Il lavoro dei molti Carl Safina, ci trova tutti riconoscenti. Noi sicuramente lo siamo.
Quello che c’è di problematico nel lavoro di molti etologi – e diremmo in senso letterale, che pone problemi più che lasciarci dubbiosi – riguarda la proiezione antropomorfizzante del loro sguardo. Per un neurobiologo di vaglia come Joseph LeDoux, nella “lunga storia di noi stessi” che qui abbiamo recensito, le emozioni sono specializzazioni umane, non degli altri animali, non del nostro cane o del gatto del vicino, non dei mammiferi e dei primati a noi più vicini e nemmeno dei delfini, delle orche o degli elefanti: si tratta di emozioni “… rese possibili dalle capacità uniche del nostro cervello. Non potrebbero esistere nella forma in cui le sperimentiamo se i nostri più antichi antenati ominidi non avessero sviluppato un linguaggio, un ragionamento relazionale gerarchico, una coscienza noetica e una coscienza autonoetica riflessiva”. Per LeDoux, in sintesi, nessun sé, nessun linguaggio, quindi nessuna emozione: la coscienza è cosa-casa nostra. Le tante osservazioni di cui Safina riferisce, i moltissimi, affascinanti racconti che ha collezionato e con i quali ci seduce con le sue “parole”, ci fanno pendere dalla sua parte, o comunque preferire una definizione assai meno netta, magari corroborata dalle esperienze che viviamo accanto ai nostri animali domestici (sulla coppia domesticazione-addomesticamento, torneremo). Sta di fatto che affermazioni come, “La consapevolezza umana esiste anche in assenza di parole; le parole sono un tentativo di catturare la nostra coscienza. Gli animali non verbali sperimentano la coscienza pura”, o “la coscienza è un po’ sopravvalutata” e che “Per capire un elefante bisogna “antropomorfizzare”, perché dal punto di vista emotivo gli elefanti sono identici a noi” appaiono apodittiche… un po’ troppo. E anche al netto della ricostruzione che Safina ci offre dell’ambiente accademico dei suoi anni da studente, quando l’antropomorfismo era una bandiera pirata che poteva costare la legittimità della professione scientifica: un vero e proprio career killer! Ma tra l’affermare che altri animali possano sentire qualcosa e le convinzioni che Safina pensa di poter corroborare fin dalla scelta del titolo – Al di là delle parole, appunto –, c’è una distanza che la qualità della scrittura non riesce a colmare. Quando Vicki Fishlock, dottoranda con Cynthia Moss, afferma che parole come “irritato”, “felice”, “triste” o “teso” colgono effettivamente (il corsivo è di Safina) quello che l’elefante sta provando, dice qualcosa di molto più impegnativo della tautologia per cui ogni specie può essere portatrice di un’altra mente (Altre menti, non a caso, era il secondo volume di Animalia, a cura di Peter Godfrey-Smith). Si parva licet componere magnis, la tautologia, che non è certo tale per Joseph LeDoux, convince il recensore: dopo aver letto Al di là delle parole, non avremmo dubbi sull’esistenza delle emozioni negli “altri” da noi. E però rimane il dilemma enunciato da Thomas Nagel e che segna la versione più recente della controversia sulla coscienza: possiamo veramente sapere cosa si prova ad essere un pipistrello, come si irrita un elefante, in che modo possono essere felici un lupo o un’orca? In questo senso, ancora, la prosa di Safina sembra più persuasiva dell’insieme argomentativo. E se Cynthia Moss può affermare per certo che “gli elefanti provano gioia”, non può che aggiungere, “È ovviamente diversa dalla gioia umana e forse non è possibile confrontarla. Si tratta di una gioia elefantina”. Per conto nostro non avremmo dubbi nel cassare quel “forse”, confermando che, infatti, non è possibile confrontarla.
L’altro aspetto, in effetti, è più critico che semplicemente problematico. Titolando il suo testo come ha fatto, l’autore non poteva non specificare cosa intendesse: “Da un lato, abbiamo degli scienziati secondo i quali non possiamo sapere se gli altri animali pensano oppure no, perché non usano parole; dall’altro lato, però, altri scienziati affermano che le parole non possono spiegare ciò che gli esseri umani pensano realmente”. Forse la geometria linguistica reclama qualche lato in più. Specialmente se la riflessione continua affermando che “Le parole sono schizzi dell’oggetto reale, alcuni dei quali catturano meglio di altri la somiglianza […] Nessuna parola eguaglia l’esperienza […] In certi casi le parole ci abbandonano. E il fatto che impariamo lingue diverse mostra come siano anche alquanto arbitrarie: dapprima affiorano i pensieri autentici, e in un secondo tempo attacchiamo loro le parole. Le parole interpretano i pensieri. I pensieri vengono prima”.
Non è la prima volta che ci capita di segnalare come scienziati di assoluto valore – magari gli stessi che giustamente s’indignano quando il primo che capita usa termini come “relatività”, o “indeterminatezza” per filosofeggiare vacuamente – assumano che la linguistica e le scienze della significazione siano materie che non chiedano quello studio e quell’applicazione che loro stessi rivendicano per le loro discipline. L’idea che “dapprima affiorano i pensieri autentici, e in un secondo tempo attacchiamo loro le parole”, non è nemmeno commentabile, a misura della superficialità che tradisce: Tullio De Mauro, prima ancora di bocciare uno studente del suo insegnamento di Filosofia del Linguaggio, gli avrebbe sbarrato la porta dell’aula. E dire che per dimostrare che altri animali hanno altre menti, Safina giustamente sottolinea come la difficoltà di comprendere come vive e pensa e prova emozioni un animale di un’altra specie non è tanto più faticosa di quella che, molto spesso, non ci fa intendere tra di noi, pur appartenendo tutti al genere umano: il linguaggio rileva del modo in cui siamo al mondo, non si tratta di attaccare post-it alle “cose”. “Per mezzo secolo lo studio della comunicazione animale si è fermato alla descrizione; ora deve passare alla traduzione”. Sottoscriviamo. Sicché è un passaggio che richiede competenze.
In chiusura vogliamo tornare a tutte le buone ragioni per cui, a quasi dieci anni dalla sua prima edizione italiana, è utile e più che raccomandabile la lettura di Al di là delle parole. Accennavamo alla coppia domesticazione-addomesticamento. Domesticato non significa addomesticato, ammonisce Safina, non serve a rendere mansueto un animale in cattività. Domesticato significa modificato geneticamente rispetto agli antenati selvatici mediante riproduzione selettiva; la domesticazione implica una creazione intenzionale da parte di esseri umani, ciò che ora si può ottenere anche per via dell’ingegneria genetica. Ma i cani, per esempio, potrebbero essere le uniche creature che siano mai riuscite a domesticare sé stesse. Stando a quel che sappiamo, racconta Safina, l’origine dei cani potrebbe datarsi al tempo in cui alcuni lupi casualmente, geneticamente meno “ombrosi”, si potrebbero essere avvicinati alle caverne degli accampamenti umani. E meno erano ombrosi e più si avvicinavano e più ottenevano. Ora, capita che “quelli con la pancia piena allevano una prole più numerosa, e la maggior parte di quei cuccioli era portatrice dei geni – chiave del successo – che prescrivevano un carattere meno ombroso”. Quel primo lupo un po’ meno lupo, facendo il primo passo di avvicinamento, ha fatto sì che la sua progenie domesticasse sé stessa nei confronti degli esseri umani. “D’altra parte, sempre in termini di sopravvivenza, anche gli esseri umani ricevevano dei vantaggi dai cani, e quindi si orientarono verso di loro […] anche i cani – almeno in una certa misura – hanno domesticato noi”. La storia dell’evoluzione è sempre storia di coevoluzione. Sempre nel capitolo sui Collaboratori domestici, Safina racconta di un fenomenale esperimento con le volpi rosse, realizzato in Siberia nel 1959, di cui non possiamo riferire in dettaglio ma dal quale si evince come un tentativo di selezione del comportamento amichevole può portare a modificazioni dell’aspetto fisico: “Il selezionatore dice “Non mordere”, ma quel che arriva al genoma è “Non crescere mai” […] Ciò significa che – a prescindere dalla specie – limitandosi a impedire la riproduzione degli individui aggressivi è possibile ottenere, alla fine, una popolazione di adulti con tratti più immaturi”. Come a dire che per avere soggetti con personalità più miti si dovrebbero selezionare adulti con caratteristiche fisiche tipiche di una fase ancora immatura: degli eterni cuccioli. E il pensiero, forse un azzardo, non può non andare al successo sociale che oggi, purtroppo, incontra qualsiasi look aggressivo, qualsiasi posa bellicosa, con i quali i nostri giovanissimi provano a presentarsi più adulti di ciò che l’anagrafe certifica.
Suggestioni, infatti, magari forzature interpretative: certo che libri come Al di là delle parole fanno pensare. Che poi è l’ambizione di chi scrive e la ragione di chi legge.
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