L’affaire Sciascia, Amaldi, Majorana
Appena undici anni fa, il 5 ottobre del 2014, il MACRO – Museo d’arte contemporanea Roma – ospitava la performance di una giovane artista, Valentina Vetturi, dal titolo La mossa di Ettore. Nelle stesse parole della Vetturi: “Una voce, trasmessa nelle gallerie del museo, racconta di una partita di scacchi giocata […] da due grandi maestri, Lexi Ortega e Massimiliano Lucaroni, insieme ai quali l’artista ha introdotto una nuova mossa di scacchi ispirata alla scelta di Majorana che, in seguito al coinvolgimento del possibile sviluppo della fissione nucleare, avrebbe scelto di sottrarsi a un evento potenzialmente disastroso”. Anche per una performer nata quattro anni dopo la pubblicazione, nel 1975, di La scomparsa di Majorana, la verità letteraria immaginata da Leonardo Sciascia sulla scomparsa – nella notte tra il 26 e il 27 Marzo 1938 – di Ettore Majorana, all’epoca ordinario di Fisica teorica dell’Università di Napoli, si confermava “verità storica sull’argomento”. Era ciò che Edoardo Amaldi, uno dei Ragazzi di via Panisperna, aveva temuto appena letto il “giallo filosofico”, capostipite della non-fiction all’italiana: “È quello che è successo: nell’immaginario collettivo, ancora oggi, Majorana è il genio che rifiuta la scienza per non essere coinvolto nei suoi esiti di morte e distruzione”.
L’ultimo virgolettato lo leggete nelle pagine di un volume appena uscito per i tipi di Bollati Boringhieri, Anatomia della “Scomparsa“. Sciascia, Amaldi, Majorana, a firma del fisico dell’Università del Piemonte Orientale, Vincenzo Barone. Un libro necessario. E con una bellissima copertina, se è lecito aggiungere. Un libro anche tempestivo, certo, approfittando del cinquantesimo della comparsa della “Scomparsa” (giocando un po’ di Simmetrie… come riferisce Barone nel capitolo 8) ma che l’autore ha scritto mosso principalmente dalla consapevolezza di come e quanto quel giallo filosofico abbia rappresentato un’occasione mancata per discutere della responsabilità sociale degli scienziati: tema quanto mai attuale. Sicché, senza anticipare troppo (nella lingua italiana si può utilizzare il verbo “anticipare”), ché il libro di Barone ha una qualità di scrittura che va apprezzata di persona, proviamo a riassumere qualche dato di fatto: scrivendo di cose scientifiche, è buona consuetudine.
Nelle pagine del libro non si trova l’ennesima teoria sulla scomparsa di Ettore Majorana, né si tratta di un testo di critica letteraria: in un periodo in cui moltissimi si sentono autorizzati a esprimere opinioni su fatti scientifici che ignorano e qualcuno, “in guerra all’Occidente” (leggere anche qui, del bel libro di Fank Furedi), si improvvisa storico autorizzandosi a processare il passato, sia lodata l’attitudine di chi si astiene dal tendenzioso sconfinamento oltre le competenze che gli sono legittimamente riconosciute. Il sottotitolo, “Sciascia, Amaldi, Majorana” delimita con precisione il campo d’indagine. Che è quello del dibattito che si svolse tra l’autunno del 1975 e l’inverno del 1976 tra le “due culture” (in appendice, si trovano i testi originali dei principali articoli che lo contestualizzano), con interventi e riflessioni su temi concreti, riportando le opinioni di grandi scienziati e altrettanto profondi intellettuali umanisti, principalmente a partire dalla polemica che schierò, su fronti contrapposti, Leonardo Sciascia a Edoardo Amaldi.
C’è da ricordare, come fa Barone, che la tesi del libro che Sciascia aveva scritto per sua stessa ammissione “contro Fermi e gli scienziati come lui” (primus inter pares, Emilio Segré), non era certo originale. Di una scelta drammatica maturata nell’animo di “uno dei più forti ingegni del nostro tempo”, presago della distruzione nucleare che avrebbe cancellato Hiroshima e Nagasaki, si era già parlato in alcuni articoli di giornale. Già nel Luglio del 1950 su “La Nuova Stampa”, grazie alla penna di Crescenzo Guarino, quasi tre lustri dopo, nel Giugno del 1964 su Epoca, in un articolo di Pietro Zullino, infine nell’ottobre del 1965, con un’inchiesta in tre puntate apparsa su “L’Ora” di Palermo a firma di Mauro De Mauro, cinque anni prima dell’altrettanto tragica quanto meno misteriosa “scomparsa” del giornalista. “È formulata l’ipotesi – scriveva De Mauro – che [Majorana] si sia suicidato dopo aver intravisto nel futuro dell’umanità le catastrofiche conseguenze della fissione nucleare”. Difficile immaginare che Leonardo Sciascia, amico di De Mauro e a sua volta collaboratore di “L’Ora”, non avesse seguito l’inchiesta. Ma l’anno cruciale, nella ricostruzione di Barone, è il 1972, con l’uscita di un film televisivo diretto da Leandro Castellani, Ipotesi sulla scomparsa di un fisico atomico, trasmesso dalla RAI il 25 Aprile, che fu accompagnata da una tale quantità di articoli su vari rotocalchi da rendere la vicenda di Ettore Majorana consapevole per il grande pubblico. Nelle parole, virgolettate, del film: “L’ipotesi” è che Majorana avesse “avvertito i rischi della scienza”, “previsto gli arsenali atomici”, e fosse rimasto “sconvolto da questa rivelazione”; in quelle del regista, la vicenda di Ettore “… tende a diventare una metafora: la metafora dello scienziato che sa a cosa condurrà il suo lavoro, la metafora del dramma che fu di Oppenheimer per esempio, ma colta allo stato puro, in un periodo storico tormentato, gli anni trenta, in cui la fisica atomica vive il periodo della sua infanzia innocente”.
Senza anticipare le fonti e le argomentazioni, come già ci preoccupavamo di rassicurare, la ricomposizione che Enzo Barone ci offre del dibattito che seguì l’uscita della prima edizione di La scomparsa di Majorana chiarisce senza ombra di dubbio come, sul piano storico, “le tesi di Sciascia e la sua ricostruzione degli eventi sono largamente infondate”: la lettura di Anatomia della “Scomparsa” è assolutamente raccomandabile, già solo per questo. E specialmente nelle scuole, aggiungeremmo, che è un caso “di scuola” di come si possano divulgare contenuti scientifici in una cornice storica e culturale ben definita, tenendo conto anche della dimensione psicologica dei protagonisti e chiarendo quale possa essere il cortocircuito mediatico, ben precedente quello amplificato dai social, nell’affermare una “verità” del racconto che trascende il piano fattuale.
Ma vale la pena ricordare e riflettere su due aspetti. Il primo consegue dalla circostanza per cui, Edoardo Amaldi per primo e più di altri, pur se non da solo, all’uscita del giallo filosofico si sentì “costretto a fare qualche osservazione sullo scritto di Sciascia”, obbligo che non aveva avvertito in precedenza, a seguito della pubblicistica che abbiamo ricordato e, specialmente, della ben più vasta eco suscitata dal film televisivo di Castellani; la seconda, e conseguente, dal rammarico che Barone denuncia per l’occasione mancata di un serio e necessario dibattito sulla responsabilità sociale della scienza e di chi vi opera.
Perché, dunque, Amaldi prende carta e penna solo dopo l’uscita di La scomparsa di Majorana? La ragione che Barone ci offre è semplice e, a parere del recensore, del tutto condivisibile. Fino a quando, sulla vicenda oggettivamente misteriosa della fine (?!) di Ettore Majorana, si misurano inchieste e articoli giornalistici ma anche un prodotto televisivo capace, in virtù della diversa potenza del media, di influenzare una ben più vasta platea della pubblica opinione, lasciandosi sedurre da una ricostruzione assolutamente romanzesca, ancorché comprensibile in virtù della “curiosità” della vicenda, beh… poco male! E ciò nonostante la consapevolezza, in coloro che Ettore Majorana lo conobbero, lo frequentarono, ne condivisero l’impegno e la ricerca, di quanto un’intelligenza pur fuori dal comune – che Majorana fosse un “fisico teorico di gran classe”, addirittura un genio come Galileo e Newton, nelle parole del “Papa” Enrico Fermi, nessuno aveva alcun dubbio – non potesse però prevedere “fatti sperimentali nuovi o valori numerici di costanti fisiche che non erano state definite nel 1937, e che erano quelli che bisognava conoscere per poter concepire la possibilità di costruire un reattore nucleare o addirittura una bomba nucleare”. Ma Leonardo Sciascia non scrive della scomparsa di Majorana per confermare, con la sua arte letteraria, la suggestione dello scienziato che aveva previsto il futuro: scrive invece il suo giallo filosofico “contro Fermi e gli scienziati come lui”, lo scrive dopo aver partecipato a una trasmissione della televisione svizzera per il trentesimo anniversario della fine della II guerra mondiale insieme, tra gli altri, a Alberto Moravia e Emilio Segré, e quando osserva la serenità nel volto dell’ex ragazzo di via Panisperna, alla proiezione del film sull’esplosione della prima bomba atomica. È sconcertato, prova orrore alla vista della sua coscienza tranquilla: “Allora ho ripensato a Majorana, il tormentato, l’incerto, il prodigioso giovane fisico che forse ne aveva avuto invece paura. Avendo intuito, a quanto voglio credere, le conseguenze della fissione nucleare, aveva preferito scomparire […] Da ciò mi è venuta l’urgenza di scrivere la storia di Majorana”. Da un moto di indignazione. Sicché costruendo una simmetria impropria e del tutto destituita di elementi di fatto, per cui da un lato metterà Fermi e Segré, i fisici che fecero la bomba, dall’altro Heisenberg e Majorana, i fisici che si rifiutarono di farla: lo scienziato tedesco, sostanzialmente, rallentandone lo sviluppo, indirizzando il progetto verso un dispositivo utile a produrre energia (portando a testimonianza anche dichiarazioni che Heisenberg rilasciò allo “storico inglese” David Irving: sic!!!), quello italiano decidendo di scomparire (nella finzione di Sciascia, probabilmente ritirandosi in convento). Amaldi e gli altri fisici non alzarono il sopracciglio perplessi alla vista dell’immagine letteraria, indubbiamente poetica, di un ritiro dalla vita secolare, ma non potevano non contestare una ricostruzione storica che Sciascia imponeva come “vera” e indiscutibile, non potevano non difendere l’eredità di pensiero e di conoscenza di una scuola ridotta alla figurina di un Fermi “invidioso e mediocre” e dell’ambiente di via Panisperna, “come un gruppo di individui sciocchi e malvagi”. Altra cosa è quella che scriverà Giovanni Arpino, recensendo il libro di Sciascia, “Lui, Majorana, finì davvero in convento, essendosi dimesso da un’umanità e da studi che non poteva più accettare? Il valore di questa ipotesi sta tutto nella sua bellezza. Dubitarne offre già la macchia d’un peccato “realistico” a cui Sciascia intende fuggire…”. Sicché – fu la consapevolezza di Amaldi allora, e oggi di Barone, e con buona pace di Arpino – proprio dal peccato di realismo Sciascia si lasciò tentare, affermando tra l’altro “Noi non possiamo che elencare dei fatti e dei dati, che riguardano Majorana, e la sua storia della fissione nucleare, da cui viene fuori un quadro inquietante. Per noi incompetenti, per noi profani”. Dei fatti e dei dati… altro che incompetente e profano! Semmai ci fosse un dubbio, così chiudeva la polemica lo stesso Sciascia nell’ultimo articolo pubblicato su “La Stampa”, il 24 Dicembre del 1975: “Non ho scritto la Scomparsa di Majorana per divertirmi a provocare il professore Amaldi. L’ho scritto per rabbia e per paura. La rabbia e la paura – come diceva Camus – di vivere contro un muro, di vedere la vita diventare sempre più una vita da cani […]. Grazie anche alla scienza, grazie soprattutto alla scienza”.
Nell’ultimo capitolo – a parer del recensore in maniera troppo generosa, forse per la signorilità del fisico che lascia l’ultima parola all’“altra cultura” – Enzo Barone mette da parte la pretesa di realismo e l’infondatezza storica delle tesi sostenute da Sciascia, per concentrarsi sul tema etico. Recuperando una riflessione che, all’epoca del dibattito, fu già del matematico Lucio Lombardo Radice, “Non mi importa sapere se Ettore Majorana potesse anti vedere, o meno, la strage atomica. Il dramma del personaggio di Sciascia è autentico e antico”. A Barone, in sostanza, preme cogliere l’occasione che nel 1975 andò persa, accettando la parabola morale della Scomparsa come pretesto per un reale, utile, necessario confronto fra tutte le culture, discutendo l’etica e la responsabilità della scienza e dei suoi protagonisti al tempo dell’ingegneria genetica e dell’intelligenza artificiale, e quando “ …a ottant’anni da Hiroshima e Nagasaki, la memoria di quella tragedia, e degli eventi che la terminarono, sembra essersi pericolosamente attenuata”. Intento lodevole e necessità indifferibile. Sicché, non rivolgendo solo al mondo della scienza quel richiamo alla responsabilità, a patto di non circoscrivere il campo dell’etica. Se, come pensava Leonardo Sciascia, non c’è verità migliore di quella esprimibile dall’invenzione artistica, c’è di che far tremare i polsi dello scrittore, prima di dar forma a qualsiasi parola, enorme è la responsabilità che accetta e, certamente, rifiutando di piegare i fatti e i dati a giustificare realisticamente una metafora, per quanto di simmetrica bellezza. Sicuramente facendo ammenda di un giudizio arrogante nella sua evidente superficialità, che Sciascia rilasciò in un’intervista pubblicata su “Il Giornale di Sicilia”, il 9 Novembre di quel 1975: “C’è poi da combattere in questo senso un alibi o una cretineria venuta fuori nei nostri anni: quella delle due culture […]. La scienza si è arrogantemente separata dall’umanesimo, dall’umanità, dalla vita morale: questo sì. Ma appunto in ciò si è negata come cultura. Esiste una sola cultura: ed è quella che ama l’uomo”.
Per un reale, utile, necessario confronto fra le culture, meglio ripartire da Vittorini, da Calvino, con sgomento anche dai Fisici di Dürrenmatt. O forse, con più leggerezza, ripensando alle parole del biologo Giorgio Tecce: “Sciascia, spedendo Majorana in convento, pensava di riabilitarlo, ma in realtà vuole solo mortificarlo e con lui tutti gli uomini di scienza. Ma in convento non ci vogliamo andare”.