L’arte di collezionare insetti
Forme simili tra loro, variate nei dettagli, spingono il soggetto a desiderarne la collezione. Isolata la figura dallo sfondo, attribuito un nome, il gioco è fatto: il processo può essere ripetuto con sempre nuovo godimento. Ciò accade anche con gli insetti. Dotati di struttura corporea tripartita sulla quale si innestano sei zampe, due antenne e quattro ali, hanno dimensioni spesso maneggevoli, sono duri, simmetrici, colorati. Catturano l’attenzione in modo irresistibile.
Tutto il mondo è collezionabile. Fin dall’antichità, non meno degli insetti, lo sono state conchiglie, piante, metalli e pietre, in particolare se brillanti. La specie umana è attratta da animali e cose – o da animali ridotti a cose – che possano essere tenute in mano, strette tra pollice e indice. Tale istinto discende forse dal cacciatore-raccoglitore preistorico e invita a prelevare dall’ambiente singole forme, a nominarle, a trasportarle in appositi contenitori fino a dimora dove, ordinate per qualità, acquistano valore.
Secondo Elio Grazioli collezionare è un esercizio estetico e la collezione stessa è assimilabile a un tipo di opera d’arte. Ogni epoca imposta un proprio sistema degli oggetti: quello contemporaneo è legato, con reciproco legame, alla pratica artistica e alla tassonomia naturalistica. Da Joseph Cornell, cacciatore di bizzarrie con cui compose scatole divinatorie, a Fredrik Sjöberg, autore di L’arte di collezionare mosche che ha esposto la sua raccolta di ditteri alla 53a Biennale di Venezia. Classificare forme e immagini, raccogliere dati, informazioni e storie, diventa una modalità espressiva per costruire opere secondo il principio del montaggio del catalogo ideato da Aby Warburg.
Pensare/classificare, per Georges Perec, sono due attività legate da un rapporto problematico, paradossale e ossessivo. La barra obliqua – citazione da Roland Barthes – simboleggia una spaccatura e una tensione continua, non un’uguaglianza. Lo stesso entomologo è un artista che si esprime tramite immagini dotate di un potere simbolico – gli insetti stessi, o le loro raffigurazioni – tanto da diventare un’estensione della sua persona.
Non appena l’occhio cattura un insetto quest’ultimo si carica di qualità supplementari. Diventa un indizio che rivela le relazioni con l’ecosistema, la catena trofica che lo lega a piante e animali svelando, a chi le sa leggere, le relazioni con altre specie e con l’uomo stesso, la storia della scienza e dell’arte. Ciascun esemplare, se correttamente nominato, dialoga con gli altri. Nella collezione, tramite l’accostamento coi consimili, nelle scelte di allestimento, gli insetti mostrano i gradi di parentela e affinità, le caratteristiche morfologiche, la storia dell’evoluzione e quella del mondo intero, creando un sistema coerente che trasmette emozioni e innesca riflessioni filosofiche.
Alla collezione di insetti può essere riconosciuto lo statuto di opera d’arte. Trasversa con la storia, la botanica, l’illustrazione e molte altre discipline. È inoltre dotata del tratto personale del curatore, che vi imprime la sua abilità manuale nel realizzare cartellini, nella disposizione delle figure, nella preparazione degli esemplari, la scrittura dei legit con le indicazioni di reperimento. È opera viva, privata e creativa, una Wunderkammer di collage e assemblaggi. Racconta come il collezionismo non utilitarista ma passionale diventi testimonianza viva di cultura, spunto didattico ed educativo.
Le collezioni entomologiche rispondono a una personale logica di ordinamento anche quando sono inserite nelle griglie mobili della tassonomia scientifica. Senza contare i complementi d’arredo che adornano il gabinetto di curiosità, la stanza di meraviglie: dalle farfalle esposte alle pareti agli armadietti in legno costruiti per alloggiare i vetrini, i preparati in resina. Sono inoltre affiancate da libri e saggi, disegni, illustrazioni, sculture o oggetti a tema.
Se correttamente strutturata e conservata una collezione di insetti mostra la complessità delle relazioni naturali, l’evoluzione non indirizzata da un fine, oltre ad un desiderio sentito, l’amore per l’osservazione e lo studio dei dettagli. L’allestimento è testimonianza non solo sentimenti, ricordi e memorie, ma d’una specifica episteme entomologica.
Esistono da sempre persone che desiderano accumulare oggetti, pietre, piante e, appunto, insetti al fine di rivelarne le relazioni. Vi sono pure “collezioni di sabbia”, come ricorda Italo Calvino, il cui fascino sta in quel tanto che rivelano e in quel tanto che nascondono della spinta segreta che ha portato a crearle.
Non stupisce quindi che esistano entomologi collezionisti di specie tenute in ordine tassonomico e delle quali godono appena ne hanno il tempo e l’opportunità. Le hanno tutte registrate con estrema precisione, queste specie, che vengono mostrate agli occasionali, fortunati visitatori. Intorno ad esse si catalizzano aneddoti e riflessioni, storie e conoscenze che suscitano vertiginose emozioni.
Gli entomologi sono tipi curiosi, talvolta simili tra loro ma decisamente diversi dagli altri. Se ogni pianta, ogni foglia, ciascuna pietra e ogni insetto raccontano la storia naturale e dell’umanità, essi sanno riconoscere nel flusso della vita in cui tutto è collegato, in movimento, ciò che catalizza l’attenzione, sanno scorgere i particolari, certi punti sulle elitre lucide come selce, fino a decifrare il disegno che si cela dietro il geroglifico.
Nella collezione si apre un mondo nel mondo. Così gli insetti, con la loro carovana di rimandi e citazioni invadono gli spazi della mente e la casa del collezionista diventa un museo di meraviglie. Le scatole entomologiche si assommano ai libri, ai manuali, ai dizionari, libri che contengono insetti e teche che contengono a loro volta fantasie, proiezioni di desideri.
La collezione accumulata nell’arco di un’esistenza è un’ex-posizione, capsula del tempo colma di foto di viaggi e souvenir, lettere, carteggi, taccuini e quaderni, diari e corrispondenze con altri naturalisti. Testimonianza unica nel suo genere, riassume la vocazione paleolitica – tra arte, evoluzione e bricolage – il suo impulso a mettere nella bisaccia e portare nella caverna gli esemplari che si fanno poi nomi, idee, tesori, generando racconti che risalgono alle origini della storia ominide.
Neander Tales, per citare un’opera di Pablo Echaurren. Le collezioni entomologiche rappresentano epoche evolutive, campionano secondo una specifica sistematica e una particolare estetica. Le scatole a loro volta possono essere conservate in orizzontale come vassoi, oppure in verticale come libri nei quali gli insetti sono caratteri di una narrazione.
Agli albori le farfalle venivano pressate tra le pagine come piante d’un erbario. Gli anglosassoni spillano qualsiasi specie di insetto, anche la più minuta, mentre i tedeschi lasciavano un tempo le zampe rattrappite sotto il corpo dell’esemplare, i più preferiscono oggi il cataletto dei cartellini. La sorpresa di fronte a mondi altri, la scoperta di nozioni scientifiche, si unisce al fatto privato, al gusto personale.
Spunto di riflessioni per eruditi e cultori della materia, la collezione è un tutto unitario, ma aperto e non finito. Un’isola di resistenza, un superorganismo complesso. Possono darsi certe scatole di miscellanea, ordinate in base a spedizioni, o viaggi, per luoghi di raccolta, testimonianza di prelievi in aree circoscritte.
Oppure collezioni tematiche, basate sulla passione di un entomologo: ciascuno ha un campo preferito di ricerca. Se nei boschi provi l’istinto a curiosare sotto le cortecce, nella raccolta avrai cerambici, scolitidi, anobidi ma anche elateridi e non potrai trascurare i buprestidi, dei quali avrai di certo allevato le larve. Se preferisci osservare rami e foglie, avrai una collezione di crisomelidi e curculionidi. Se cacci sui fiori, amerai cetonie e cleridi, ma non potrai fare a meno di interessarti degli imenotteri, delle farfalle e dei sirfidi, dei quali terrai una piccola rappresentativa. Se invece preferisci alzare sassi, scoprire cosa c’è sotto terra, in collezione avrai molti carabidi e tenebrionidi, ma non potrai fare a meno di tenere sotto alcool e di studiare occasionalmente degli isopodi.
Oppure, per una semplice affinità cromatica, quasi infantile, se acquisti Carabus per la bellezza del loro abito non disdegnerai i buprestidi, le cetonie e i coprofagi splendenti come i Phanaeus. In mezzo ci sono anche collezionisti fuori dalle regole, che per tutta la vita raccolgono tutto, indifferentemente, tesaurizzando ogni cosa in maniera complessa e caotica, quasi erotica. Sono collezioni eterogenee che suscitano meraviglia come le composizioni ideate da Frederick Parkhurst Dodd, l’uomo farfalla di Kuranda.
Oggi molte raccolte sono strutturate per campionamenti di habitat, a fini ecologici e ambientali. Richiedono un metodo di prelievo, assai diverso da quello compiuto a fini personali, massivo e rispondente alle esigenze del progetto istituzionale. “L’insetto come insetto” diventa numero, statistica. La tecnologia informatica riduce il nome a un dato anonimo.
Le collezioni cambiano di continuo, come i movimenti artistici, a seguito delle revisioni tassonomiche. Tribù, generi e sottogeneri, nomenclature del ramificato albero evolutivo variano con l’avanzare delle ricerche. In base all’analisi del Dna intere sezioni vengono rimescolate, stravolte. L’avanguardia fa irruzione a sovvertire i precedenti valori. Certi insetti che un tempo appartenevano a una famiglia vengono spostati, intere tribù migrano sprofondando a ranghi subalterni. Si creano super-famiglie e nuovi infra-ordini.
I collezionisti si fanno a loro volta mercanti. Gli insetti vengono scambiati, venduti o riacquistati. Certi esemplari finiscono in collezioni altrui, fotografati in Giappone, repertoriati in musei lontani. Come le monete, circolano tra gli appassionati, si diffondono, viaggiano più da morti che da vivi. Campioni raccolti durante la medesima spedizione si disperdono in innumerevoli salotti, studi, camere.
Ciascun esemplare, per lo studioso puntuale, è una traccia dell’adattamento a uno specifico contesto, rispecchia le attese, le aspettative, i sogni. Sia esso un carabo estinto endemico dell’isola di Sant’Elena o l’oscura e enigmatica Crowsoniella relicta, ogni nome testimonia un discorso, è dedicato a uno scienziato, acquista senso in relazione al desiderio che il soggetto ha di dare un’interpretazione quanto più rispondente sia all’ordine evolutivo che alla proiezione dei propri desideri.
Gli insetti diventano le chiavi per il fantastico, l’inconscio, il meraviglioso. Lasciano un imprinting in giovane età e non è solo per estinguere il debito col bambino di un tempo, come sostiene Pierre Bergounioux, che si prosegue nella ricerca, ma per un gusto adulto e consapevole di approfondimento, di scoperta, di avventura.
Come per i ready-made di Marcel Duchamp, ciascun insetto rappresenta un incontro, un’occasione. C’è la sensazione che esso chiami dalle profondità dell’inconscio, faccia segno, attiri da un al di là misterioso promettendo coincidenze sincroniche, entanglement quantistici. Epifanie entomologiche appunto, come stigmatizza l’omonima e preziosa antologia di saggi entomologici curata da Daniela Bombara.
Si creano nessi fortuiti: l’odore di un’essenza, l’aroma di una pianta, la consistenza del legno morto, la resina di quello vivo, l’odore della terra, dell’etere, il riverbero del sole, l’ombra di una farfalla che si stacca da terra, il ronzio di un imenottero, creano nessi percettivi indelebili, segnano nel profondo i ricordi e le trame percettive.
Ogni volta che capiterà di trovare un’Aromia sentiremo forte e distinto, per riflesso, il profumo di rose che sentimmo la prima volta e sarà come riviverlo sempre e per sempre, ogni volta che troveremo un cerambice, in ogni parte del mondo, e uno e uno ancora, collezionando, all’infinito.
L’insetto diventa oggetto primario, originariamente perduto. In termini lacaniani è l’oggetto piccolo a, ciò che contrassegna il buco dell’Altro, l’impronta che rimane come buco dell’Altro. Il desiderio che suscita è spiegabile come il residuo di godimento o, più precisamente, il resto della rinuncia a un godimento pieno, compiuto.
Nel Seminario XVI, Da un Altro all’altro, è attraverso l’oggetto piccolo a che diventa possibile sapere qualcosa del godimento estratto dall’informe. Nella collezione l’insetto diventa una traccia del godimento perduto, congiunge l’intimità alla radicale esteriorità. Le scatole entomologiche diventano collages di desiderata legati assieme l’un l’altro sia da una sistematica scientifica sia da una narrazione soggettiva che ripercorre le origini il desiderio fino agli archetipi della materia dai quali questi tratti elementari sono emersi.
Decostruendo il discorso sul loro conto, gli insetti sono appunto semi, unità elementari di senso nel discorso scientifico, antropologico e artistico che ne consegue. Nella collezione significano un discorso più vasto, un Atlante Entomologico dotato di una geografia di rimandi, intersezioni, citazioni, convergenze evolutive, affinità elettive. Gli intervalli lasciati dal curatore – dotati di un loro valore iconologico – separano tribù e generi, la forma e il colore delle etichette e dei cartellini, pieni e vuoti, accostamenti spaziali e prossimità morfologiche, provocano un’emozione, il brivido sottile che provoca una scatola entomologica piena di esemplari simili e diversi al tempo stesso.
Indagine filologica e analisi genetica si uniscono nello stesso stemma codicum, sotto il nabokoviano spirito per l’osservazione del dettaglio, l’attenzione – talvolta malinconica e pensosa, come davanti a una vanitas secentesca – ai più sottili arabeschi, siano essi di una ninfa che di un edeago. Non si tratta solo di riempire caselle in uno schema, ma di acquisire attraverso lo studio, sapere e conoscenza. Ciò accade compiutamente solo attraverso il montaggio della collezione.
Osservando le costellazioni d’insetti tutto diventa più chiaro, o più oscuro, a seconda del punto di vista, come in certe acqueforti di Patrizio di Sciullo: dal disegno della scatola, inciso a bulino, la sagoma dell’insetto emerge attraverso un intrico di linee e di tratteggi. Sono rilievi cartografici di regioni della storia naturale, una storia di “fantasmi per adulti”, che testimonia estinzioni, mutamenti, evoluzione di specie e di ecosistemi. Tenere in mente i collegamenti tra elementi disparati – ricordi di esperienza personale, reminiscenze letterarie e filosofiche, nozioni di biologia, chimica, scienze naturali – crea cortocircuiti sinaptici, connessioni creative, elettrizzanti.
Un esemplare dell’Ottocento, come per il bibliomane un vecchio tomo, rappresenta la rinascita di memorie altrimenti destinate alla dissoluzione, restituite a nuova vita intellettuale, generatrici di conoscenza. L’aspetto infantile del collezionismo si compenetra con quello paziente dell’anziano.
Come nelle note sul collezionismo nei Passagenwerk di Walter Benjamin il possesso non è un vizio feticista, ma il rapporto più profondo che si possa avere con le cose, il modo più elevato di abitarle. Il collezionista d’insetti può diventare un inquilino della natura, che è il rifugio stesso dell’arte: toglie alle cose il loro carattere di merce, dalla schiavitù di essere utili, restituendo un senso di completezza all’esistenza.
La raccolta di insetti completa un circolo ermeneutico, la lotta contro la dispersione, il ricomponimento di parti scisse e frammentarie, il punto in cui si ricompone in una visione d’insieme, seppur parziale. Da questa Specola, l’entomologo può andare oltre. Il brivido dell’acquisto e del possesso dell’esemplare è il primo passaggio verso la liberazione e l’acquisizione di una consapevolezza superiore. La manifestazione di un Amour fou.
Matto per gli insetti è, non a caso, il titolo di un delizioso libro di Gianfranco Curletti. Mario Sturani, in Caccia grossa tra le erbe, raffigura l’entomologo come il matto nelle carte dei tarocchi: un folle che corre dietro ai sogni con un retino. Ogni specie che entra nella collezione è un’immagine dialettica che risponde a stimoli conoscitivi, costituendo un’ermeneutica.
La collezione di insetti è anche una storia della follia entomologica. L’immagine dialettica è per Benjamin un’immagine che folgora, alla stessa maniera del mimetismo descritto da Roger Caillois, nel fulgoride, nella mantide, nel fasmide. Si rimane abbagliati dagli ocelli impressi sulle ali posteriori, dai lampi che emettono le chitine, dai movimenti convulsi e dalla tanatosi che li rende a loro modo consapevoli della morte. Sono lampi che generano collisioni di significato.
Ciascun entomologo diventa autore d’un museo immaginario nel quale gli insetti non sono oggetti ma voci che raccontano storie, avvicinano alla scoperta dell’altro. Tale museo è artificio e fonte di stupore. Cornell costruiva scatole contenenti materiali d’affezione di ascendenza surrealista e schwittersiana, ma con atteggiamento intimo. Senza la necessità di esibire i corpi degli insetti volgarmente smembrati – come in Damien Hirst e Jan Fabre – senza svilirli a mero pigmento in un’installazione, l’esposizione scientifica, l’ordine tassonomico della collezione sistematica è già in sé un’opera d’arte.
Senza contare il contorno della collezione: scatole, mobili e arredamento, opere di ebanisteria o forniture specifiche per determinati settori di ricerca realizzate su commissione o dall’entomologo stesso. Si creano complesse installazioni in cui, intorno agli insetti, stratificano libri, rappresentazioni grafiche, e strumenti come pinze, spilli, microscopi, lenti, retini, vagli, flaconi, cassette. Dispositivi di cattura scelti con attenzione tra le svariate marche disponibili. L’insetto viene osservato, poi rappresentato e messo infine in mostra nella rappresentazione che è anche la sua celebrazione. Per traslato la natura diventa metafora di sé stessa nel cabinet d’amateur dell’entomologo.
C’è anche una mnemotecnica applicata alla tassonomia: la collezione è un teatro della memoria, alla maniera di quelli di Giulio Camillo. Ogni stanza, mobile o scatola contiene nozioni e memorie, ciascun esemplare diventa il punto focale del panopticon. Anche per questo motivo le collezioni devono essere composte da campioni reali: il corpo dell’insetto studiato diventa pietra di paragone. La differenza si definisce tramite il confronto fisico, la giustapposizione, per sensazione tattile e non solo visiva.
Museo in scatola o boîte en-valise, la collezione entomologica racconta mille e una storia, come Perec ha scritto in Un cabinet d’amateur. Histoire d’un tableau. Collezione di collezioni, quadro di quadri, insieme di un mosaico di citazioni, metodi e stili di ricerca. Mania, nevrosi, ostentazione, stravaganza, orgoglio, compensazione, ma anche curiosità e amore, sete di conoscenza. Il collezionista è un possessivo e solitario. Che si tratti di una raccolta aperta o chiusa, la giustapposizione di corpi sulla montatura di spilli e cartellini, il raffronto di elementi simili, fa emergere la differenza e l’intertestualità della sua ricerca.
Il personaggio dell’entomologo collezionista, o ancora meglio dell’Aureliano nella tradizione inglese settecentesca, iscritto a un club di appassionati suoi consimili, racconta un Entretien entomologique che dura fino alla morte.
Spesso le sorti delle collezioni, edificate con tanta cura da tali appassionati, sono tragiche. Si riducono col tempo a cimiterini di spilli, carcasse divorate dai dermestidi, lapidi allineate senza più neanche l’ombra dei corpi. Resta solo la polvere. Vengono dimenticate in soffitte o cantine. Neglette. Occorre ricordare le zigene che Ernst Jünger comprò dall’antiquario nazista in Cacce sottili? Oppure le scatole schiacciate dalle ruote del carro, nell’Adalgisa di Carlo Emilio Gadda. Vendute all’asta, smembrate sui banchi delle fiere. In tal caso almeno altri entomologi potranno godere, a loro volta, del rinnovato gusto per il possesso.
Oppure, nella migliore delle ipotesi, donate ai musei, dove si esercita l’archeologia dell’entomologia, lo scavo delle strutture impersonali della conoscenza, l’analisi dei discorsi scientifici, letterari e filosofici in forma di reperti. Della memoria del collezionista allora – catalogato a sua volta – non resta che il fantasma. Si sa che era un tipo bislacco, segnato da un lutto, una persona solitaria, un compulsivo.
Altri insetti intanto continuano ad essere accumulati, tasselli in una commedia di tipi umani. Quando i vecchi pezzi entrano in una nuova raccolta si caricano di nuovi significati. Il luogo in cui vengono traslati ne determina il significato. Ma anche passando di mano realizzano sogni, fantasie, suscitano emozioni profonde dell’inconscio.
Sia Freud che Breton erano collezionisti. Rarità soggettive e oggettive, ricordi di storia e esperienze personali protetti dal cristallo delle scatole, gli insetti, anche da morti, parlano: le loro chitine sono lettere d’un alfabeto naturale. Conservate con cura, protette dall’azione distruttrice del tempo, significano la storia di molti mondi possibili. E collezionarle è un modo di agire nel mondo (e di disporre del mondo), di disporre e saper trarre ispirazione da tale assemblaggio.
Chi ha tempo per allineare con metodo insetti e soddisfare gusto estetico e curiosità scientifica dev’essere in qualche modo nobile, benestante, o almeno non assillato dalla necessità, simili al Conte Francesco Guicciardini la cui collezione è ancor oggi visibile alla Fondazione Scienza e Tecnica a Firenze. L’amore per la curiosità e il desiderio di fare esperienze, di osservare in modo disinteressato, deve essere superiore alla contingenza delle scadenze, non tollera debiti, distrazioni, grattacapi pratici.
Una serie di insetti acuisce il desiderio di averne altri e altri ancora, in un crescendo poetico e trionfale che richiede tempo, soldi, energie. Non si è mai sazi del fare esperienza. La passione di trovarne in natura e di possederne uno specifico o di essere posseduto da lui – parafrasando una massima del Sistema degli oggetti di Jean Baudrillard – permette di riconoscersi in esso come esseri altrettanto particolari.
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In copertina, Tommaso Lisa "Papilio machaon. Collezione" (linografia, 2026).