Il Covid? Un’amara commedia animale
La frenesia melodrammatica, la filosofica calma, il girare continuamente in tondo come in una trappola delle tre attrici non riescono a colmare il vuoto che incombe su una scena ingombra di indumenti sparsi per terra in disordine. La casa è stata abbandonata in fretta: sono rimasti solo i tre animali domestici, tre femmine: la cagnetta Briciola, la gatta Luna, il pesce Wanda. Senza cibo, senza alcuna possibilità di uscire da quell’appartamento, rifugio e prigione.
Subito le relazioni tra le tre acquistano i colori di una commedia amara. Si ride molto nelle dinamiche tra i tre animali, perfettamente descritti, interpretati, introiettati. Ma intorno alle risate aleggia l’insidia della paura, il timore che il padrone non torni e che abbia abbandonato senza cibo e senza possibilità neppure di uscire nel giardino, di cui si parla oltre una porta a vetri, il cane fedele, il gatto che se ne sta per conto suo, il pesce che gira nella sua boccia piena d’acqua dimenticando subito quello che aveva pensato, quello che avrebbe voluto dire.
Resteremo per sempre qui buone ad aspettarti è un testo di Diego Pleuteri, classe 1998, drammaturgo e da qualche mese direttore junior del Teatro Stabile di Torino. Un suo testo, Come nei giorni migliori, con la regia di Leonardo Lidi e l’interpretazione di Alessandro Bandini e Alfonso Devreese, una delicata storia d’amore e di baruffe tra due uomini, gira ormai da tre anni con sempre crescente successo (leggi qui). Pleuteri ha frequentato la scuola per attori del Teatro Stabile di Torino, e là ha conosciuto Leonardo Lidi, che ha firmato la regia di quel lavoro e che torna a collaborare con l’autore dirigendo al Teatro Gobetti questo ultimo testo, creando un filo tra le due opere. Sullo sfondo dell’appartamento dove sono costretti i tre animali appare una gigantografia dei due attori di Come nei giorni migliori. Sono i padroni? O semplicemente è un collegamento tra quel testo che finiva guardando in televisione La signora in giallo e questo che inizia con il gatto che si infervora vedendo un episodio della stessa serie? Perché l’unica presenza umana nella casa abbandonata è quel “muro con le persone dentro”, che è la televisione, con citazioni di vari programmi, in uno zapping continuo di bestie esperte di telecomandi
Come nei giorni migliori finiva dalle parti del Covid e del lockdown. Qui siamo proiettati in quel deserto che sono state le nostre vite in quei mesi di angoscia. Nel testo originale, però, non c’erano collocazioni esplicite: a un certo punto entrava in scena una rondine che, ritornando dalla migrazione, trovava una città svuotata di presenze umane, una specie di mondo simile a quello di Dissipatio H. G. di Guido Morselli. Qui, nello zapping televisivo, a un certo punto si sente la voce di un cronista di telegiornale che racconta le file di camion che portano via i morti per Covid da Bergamo. Ma questa contestualizzazione non inficia la bella astrazione dello spettacolo, che mantiene un’atmosfera beckettiana, sospesa tra Aspettando Godot (l’attesa ritorno del padrone) e Finale di partita, con quella devastazione che si intuisce intorno. Con in più l’idea di far raccontare l’angoscia a tre animali, buffi nelle loro idiosincrasie, nelle loro fissazioni, nei loro scatti o nella loro calma placida e inconsapevole. Anche qui, come in I miei stupidi intenti di VicoQuartoMazzini, di cui ha parlato Rossella Menna qualche settimana fa (leggi qui) non ci sono maschere, travestimenti, animalizzazioni esteriori. La caratterizzazione è affidata a tre attrici giovani (e bravissime) e ai commenti di una “Vicina” che fa da coro, seduta in mezzo al pubblico, con un microfono.
Gli scatti e le apprensioni della cagnetta Briciola (Marta Malvestiti), sperduta senza padrone, la distanza sapiente e graffiante della gatta Luna (Beatrice Versotti), l’attonito girare in tondo a braccia aperte con gli occhi sempre sgranati del pesce Wanda (Teresa Castello, ma come non ricordare, con quel nome, Wanda, il film con John Cleese dei Monty Python?) disegnano tre caratteri screziati per pura virtù attoriale. Leonardo Lidi imprime alle loro azioni il ritmo frenetico, molto pop, e gli abbandoni malinconici che abbiamo conosciuto in interpretazioni di opere di autori classici come Čechov, Tennessee Williams e più di recente Shakespeare, nel suo clownesco Amleto (leggi qui). Alternando grandi testi e nuove pièce persegue sempre l’idea che il teatro deve essere ‘teatrale’ e popolare; procedere svelto; mirare a colpire l’emozione dello spettatore con un ritmo dei nostri giorni. E qui vi riesce con sottigliezza, valorizzando un testo già di per sé smagliante e lavorando con attrici capaci di creare maschere vivissime senza l’ausilio di nessun orpello.
Briciola si dispera. Sente che senza il padrone è nulla. Vi sembra di vedere il vostro cane, o quello di un vostro conoscente, nella gestualità, nelle accelerazioni, nel mettersi seduti aspettando un crocchino, negli scatti convulsi che compie ogni volta che pensa al postino, notorio nemico dei fedeli animali. Si preoccupa perché non c’è più qualcuno che la porti fuori, non sa dove fare i propri bisogni, sa che non c’è nulla da mangiare e questo è strano. Quando non ce la fa più si adatterà a liberarsi in un secchio e quando capirà che corre il rischio di morire di fame con disgusto mangerà le proprie stesse deiezioni. La gatta, con un passato di strada, ama la solitudine: ma quell’assenza, anche per lei che sa tenere a distanza l’affezione ai padroni, che si sente libera, diventa pesante. Il pesce, con maglia e pantaloni rossi, continua a essere, come sempre è stato, stupito, attonito, stordito, con quei suoi occhioni spalancati. Morirà perché Luna beve parte della sua acqua.
I tempi comici sono perfetti, ma poi, quando capiamo che la casa rassicurante sta diventando una galera senza scampo, diventano sempre più ansiogeni. I controtempi, i salti in schizzi di follia prendono il sopravvento, senza far mai perdere di leggerezza e godibilità a uno spettacolo che ha il merito di spostare fuori dall’umano nostre paure, nostri terrori.

La Vicina (Hana Daneri) racconta qualcosa. Poi, invece del monologo della rondine, canta. Canta una canzone che porta la mente e la fantasia lontano, in terre distanti, in paesaggi misteriosi del sentimento e dell’immaginazione.
Quando l’aria diventa simile a quella che si scatena prima di un temporale, le tre bestie si lanciano in un divertito balletto, su una musichetta pubblicitaria, che spezza l’ansia e richiama qualche disperato alleggerimento dei giorni cupi della pandemia (cura dei movimenti scenici di Riccardo Micheletti).
Il dolore è in agguato, ma anche quel filo d’Arianna delle nostre esistenze che è la televisione, a dirigere movimenti, a darci notizie e tempi di vita. In questa evocazione della reclusione, della perdita della socialità, la possibilità per uscire è ridere, spingere sulla distanza dalle cose che il comico induce. Mentre le forze degli animali si esauriscono rimane viva la speranza che qualcuno aprirà la porta-finestra e darà aria e cibo. Il pesce Wanda in tutto questo non è fatto per sopravvivere. La gatta Luna ci perde la quarta vita (altre tre le aveva spese nella precedente esistenza raminga). Briciola aspetta il padrone, e con gli occhi sgranati si ripete. “Tornerai? Tornerai!” E quelle povere bestie le riconosciamo così simili a noi, smarriti nei tradimenti degli eventi, continuamente in cerca di ragioni per sopravvivere.
Le fotografie sono di Luigi De Palma; le scene di Fabio Carpene; la produzione del Teatro Stabile di Torno – Teatro Nazionale.