Come un madrigale: riscrivere Čechov
Avete presente un madrigale a parti reali? È un brano di musica vocale, composto tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento, in cui ogni cantante interpreta una linea musicale diversa, combinando variamente, nell’intreccio delle voci, frasi del testo poetico, e inserendo, a volte, dissonanze che rendono la composizione estremamente moderna. Gesualdo da Venosa, per esempio, ne compose. Le tre sorelle di Čechov riscritte da Liv Ferracchiati e con la sua regia possono ricordare quelle composizioni. Naturalmente non c’è musica, se non quella data dal ritmo delle parole del testo in prosa. In questa pièce sul tempo, sull’attesa, su una forma di immobilizzazione della vita che assomiglia alla fotografia, sulle speranze e sulla loro inevitabile disillusione, il regista umbro compie un lavoro di tessitura simile a quello del madrigale, facendo spesso sovrapporre o incastrare le voci dei personaggi, ognuno dei quali assume un ruolo di solista che ne evidenzia, ancora più che le parole dello scrittore russo, la solitudine senza salvezza.

Tre sorelle. Nevica. Che senso ha? ha debuttato per il Teatro Stabile di Torino nel magnifico teatro Carignano e ha iniziato una tournée che lo porterà in molte parti d’Italia (vedi in fondo all’articolo le date). Ferracchiati aveva già affrontato Il gabbiano di Čechov, arrivando a una radicale riscrittura, che ne cambiava il titolo e lo avvicinava ai nostri giorni. Quello spettacolo, rappresentato al Piccolo Teatro di Milano, nello spazio grande e modulabile del Teatro Studio Mariangela Melato, si intitolava Come tremano le cose riflesse nell’acqua (leggi qui la recensione di Alessandro Iachino). In questo caso, invece, non si tratta di totale riscrittura e di modernizzazione: Ferracchiati prende atto dell’universalità dell’autore russo e mira piuttosto a estrarre le linee portanti del testo. Ha lavorato a lungo a preparare lo spettacolo, con la drammaturga Piera Mungiguerra e con la consulenza letteraria di Margherita Crepax. Ha chiesto ad attrici e attori inizialmente di improvvisare, per poi riportarli alla lettura a tavolino e quindi all’approfondimento del testo, e poi di nuovo in scena.
Scrive nel copione: “Nota di premessa ovvero mettere le mani avanti: riscrivere Tre sorelle di Čechov è un atto contronatura. È un testo perfetto, una vertigine filosofica. Qui sta la ragione dell’entrata impropria tra le pieghe della drammaturgia originaria e portarlo a noi, quasi fosse un testo nuovo: scandagliare ancora oggi certe pose esistenziali, ragionare sui concetti di tempo e di vita, poterne morire o sorriderci sopra. Non garantisco sull’esito, ogni nuova scrittura si fonda su un’altra vertigine: il fallimento”.
E molto čechoviana è l’idea di fallimento, come quella dominante nello spettacolo di sospensione del tempo, di rovesciamento del vettore che dal passato porta al futuro, con una società incartata al passato e che vede il futuro come avvolto nelle nebbie o come continente di utopia.
Ferracchiati si era fatto conoscere per una trilogia sull’identità, in cui si interrogava, percorrendo diverse età della vita, sulle tensioni a una fluidità di genere, a scrollarsi di dosso stereotipi incasellanti e a lasciar parlare il desiderio (leggi qui).
In questo caso l’idea di fallimento, la sospensione e la frantumazione del tempo si collegano all’idea di realtà come illusione. Dal testo il copione estrae questa frase come epigrafe: “E così anche noi sembra solo che esistiamo, in realtà è solo un’illusione”. Ferracchiati accentua gli intrecci tra i personaggi che portano a un unico risultato: all’immobilizzazione, al ritaglio dal flusso della vita nella fotografia che blocca l’istante, alla polverizzazione e alla solitudine di ognuno, che può appoggiarsi a un altro solo per convenienza, per cercare una solidarietà che presto per i più diversi motivi svanisce. Le mogli si stancano dei mariti, gli amanti partono con la guarnigione, Irina, che alla fine si accomoda a sposare Tuzenbach pur non amandolo, lo vede morire in duello. Non resta altro che una impalpabile, profonda e lacerante sofferenza, simile a un inevitabile fenomeno naturale, alla neve che cade.

Dal testo di Čechov Ferracchiati estrae, dicevo, le linee portanti. L’orologio non si rompe nel terzo atto, ma subito, prima dell’inizio primaverile in cui assistiamo alle speranze di Olga e Irina di tornare a Mosca col fratello Andrej diventato docente universitario, e al disincanto della terza sorella, Maša, sposata a un uomo mediocre e noioso. Ogni dialogo è interrotto dal fischiettare di Maša, stesa scomposta a leggere sul tavolo di casa, in un salotto costruito dallo scenografo Giuseppe Stellato su un piano inclinato, che rende difficili i movimenti. Sul salotto campeggia un quadrato di luce al neon che verso la fine, con il naufragare delle esistenze, scenderà a invadere il palco. E ogni mobile, il pianoforte, le sedie, il tavolo, è dipinto come se fosse marmorizzato, come se si trattasse di pietre radicate nella terra da infinite ere geologiche. Con questo ambiente confliggono i desideri delle sorelle, invecchiate dal regista di una decina d’anni rispetto al testo, sì da risultare più credibili, oggi, come in cerca di una realizzazione futura: donne ormai adulte, trentenni e oltre, che si affacciano alla vita.
L’orologio si rompe subito e si romperà, si fermerà, si citerà altre volte. Così si spezzettano i discorsi, le aspirazioni, dei militari che gravitano nella casa, e quelle delle ragazze. Ogni tanto uno dei giovani ufficiali ferma un momento con la macchina fotografica, lo ritaglia dal flusso vitale, lo immobilizza.
Passa il tempo, variano le stagioni: la primavera diventa carnevale, poi si finisce in autunno: sono trascorsi tre anni e mezzo e nulla è cambiato. Solo la speranza è svanita e la casa è stata invasa sempre di più da Nataša, la moglie di Andrej, che si è adattato a un oscuro impiego nella cittadina e non andrà più a Mosca, togliendo così aria, ossigeno, alle sorelle, smorzando perfino il desiderio in loro, costrette a rinchiudersi in un’unica stanza, perché quella di Irina, su insistenza di Nataša, serve ai figli della coppia. Come nel Giardino dei ciliegi una nuova classe incombe, prende il dominio, una borghesia senza cultura, senza sensibilità, desiderosa di impossessarsi dei beni del vecchio ceto dominante. La volgare moglie di Andrej farà tagliare le betulle che circondano la casa e le sostituirà con fioriere, addomesticherà la natura come ha preso il dominio della famiglia.

La primavera, il carnevale, un incendio, la partenza della guarnigione si susseguono. E alcune visioni del futuro, che nel giro di duecento o trecento anni, sicuramente, sarà migliore. L’attesa incombe come un sudario sulla furiosa voglia di vivere di questi personaggi sbattuti a curare le proprie ferite guardandosi indietro, vagheggiando un passato migliore del presente, intenti a cercare di ricostruire un motivo dei Joy Division mentre la radio trasmette notizie delle nostre guerre, la Palestina, l’Iran, tutte le nubi che incombono anche sul nostro futuro incerto, negato.
Cosa resta a queste fragili sorelle, anche alla volitiva Maša che ama il colonnello per sfuggire la rassegnazione a un infelice matrimonio? Cosa rimane al barone Tuzenbach, all’indisponente cinico Solënyj, che spesso risponde con un “pio-pio” alle domande degli altri, al dottore ormai anziano che riprende a bere e che sogna un futuro senza crederci troppo? In questo testo che debuttò al Teatro d’Arte di Mosca nel 1900 Ferracchiati introduce frasi di altri poeti di quel momento storico di sospensione, che sembrava aspettare quell’evento sconvolgente che sarà la rivoluzione, e di poeti che vissero intensamente l’Ottobre, come Majakovskij, citato con il desolato finale di A Esenin: “In questa vita non è difficile morire. / Vivere è di gran lunga più difficile”.
Alle sorelle resta quella speranza infondata di poter andare a Mosca, che via via si smorza. A tutte loro e ai personaggi che le stanno intorno rimane un cadere continuo, che il regista rende con quel parlarsi addosso e l’uno sull’altro, sovrapponendo le voci, staccati l’uno dall’altro, frontali rispetto agli spettatori come in un concertato d’opera, polverizzati, loro che avrebbero voluto entrare in relazione con gli altri e sono rimasti chiusi, ognuno in sé, immobili come figure di una fotografia. Le sorelle vorrebbero vincere l’inedia lavorando, Irina arriva a dire che preferirebbe trasformarsi perfino in bue, ma nulla avviene. Tutto torna nella norma, la passività trionfa, qualcuno muore, i sogni naufragano. Alla fine, le sorelle indosseranno cappottoni: saranno marmorizzate come la scenografia, si straformeranno in statue. E la neve che cade sarà cenere, residuo di fuochi inutili, di vite sprecate.

I costumi di Gianluca Sbicca e le luci di Pasquale Mari accompagnano questo svanire, questo pietrificarsi, con una compagnia con due giovanissimi, Riccardo Martone e Francesco Aricò, nei ruoli di Tuzenbach e Solënyj, attori di esperienza e caratura come Rosario Lisma (il colonnello) Giovanni Battaglia (il dottore), Marco Quaglia (il marito di Masa), con la Nataša stridente nei vestiti e invadente di Giordana Faggiano, il rassegnato suo marito di Antonio Mingarelli. Le tre sorelle sono attrici dalle molte sfumature: perentoria e disincantata è la Maša di Valentina Bartolo, rassicurante e via via sempre più spenta la Olga di Irene Villa, giovane piena di speranza e già convinta, nell’intimo, della propria irrimediabile sconfitta l’ingenua Irina di Livia Rossi. In uno spettacolo molto applaudito, che incanta e inchioda a un dolore, che è quello nostro attuale della frammentazione, dell’assenza di orizzonte.
Tre sorelle di Liv Ferracchiati si può vedere ancora al teatro Alighieri di Ravenna dal 16 al 19 aprile, al Lucio Dalla di Manfredonia il 23 aprile, al teatro India di Roma dal 28 aprile al 3 maggio, al teatro Eleonora Duse di Genova dal 7 al 10 maggio.
Le fotografie sono di Luigi De Palma.