Decarbonizzare l'immaginario

3 Novembre 2026

Si ha timore di dire “ma che bella giornata”, perché anche se i cieli sono tersi e i fondali trasparenti l’insidia ormai è evidente dappertutto. In alto, sulle montagne senza ghiaccio né neve, in basso, nella struttura sotterranea della barriera corallina ingrigita. E ogni viaggio, in qualsiasi parte del mondo, è una conferma: il disastro ambientale non evoca un futuro apocalittico ma riguarda la nostra quotidianità.

La natura non è più né matrigna né indifferente, e non è stata l’evoluzione della civiltà e della tecnica, come pensava Freud, ad aiutare l’uomo a proteggersi dalla sua crudeltà. Uomo e natura sono diventati una coppia disfunzionale che rischia l’autodistruzione. L’inconscio agisce nell’ambiente, dove l’Es impazza. L’inconscio climatico. Figure della negazione (a cura di Alfredo Lombardozzi, psicoanalista e antropologo, e Cosimo Schinaia, psicoanalista, Jaca Book, 2026) è un testo collettaneo che raccoglie interrogativi e riflessioni di ingegneri ambientali, economisti della sostenibilità, climatologi, letterati, teologi e psicoanalisti. Studiosi di formazioni diverse il cui intento etico e politico è quello di superare l’immobilismo generato da una postura che oscilla tra catastrofismo e negazionismo – un senso di impotenza che si rispecchia in un atteggiamento diffuso anche nei confronti dell’incombere delle guerre. Cosimo Schinaia ha da poco curato un altro testo collettaneo, Contro il catastrofismo. Psicoanalisi in dialogo (Jaca Book, 2025), i cui autori oppongono al vissuto di una fine del mondo la speranza. Una speranza radicale. Perché “la speranza radicale, come scrive la psicoanalista iraniana Gohar Homayounpour, è il desiderio di comunità, di un senso di socialità, di un Io che diviene possibile soltanto tramite l’Altro. La speranza radicale è essenzialmente l’etica del sociale”.

La dimensione planetaria e collettiva sperimentata durante la pandemia – un periodo che appare sempre meno una parentesi –, richiede una nuova alleanza tra scienze umane e scienza della natura per favorire un ecoantropocentrismo dove l’uomo e il suo ambiente non siano in continuo conflitto. I due testi socio-culturali di Freud, L’avvenire di un’illusione (1927) e Il disagio della civiltà (uscito nel 1929!), seppure molti passaggi oggi non ci convincano, cercano le connessioni tra gli stati della psiche e la crisi di civiltà. Forse, non sono poi troppo lontani dall’idea antropologica che ogni cultura abbia una sua psiche. Che oggi si esprime nei vissuti di ecoansia. L’emergenza angoscia soprattutto le generazioni più giovani: non ci sarà futuro perché, se impazzisce il clima, non ci sono bunker dove potersi rifugiare.

È stato lo psicoanalista americano Harold F. Searles a sostenere tra i primi la necessità che gli psicoanalisti offrano un contributo concreto per affrontare la crisi ecologica. All’epoca del pericolo atomico, quando la relazione tra terapia ed ecologia appariva un po’ una stranezza, parla del rapporto con l’ambiente fisico in un testo che aveva chiamato L’ambiente non umano nello sviluppo normale e nella schizofrenia (1960). Ignorare il valore della colleganza con l’ambiente non umano che, a livello conscio e inconscio, agisce in ogni individuo, mette a rischio il benessere psicologico. Per Searles la qualità della personalità globale ha molto a che vedere con l’ambiente esterno che contribuisce a trasmettere all’individuo la forza indispensabile per guarire da diverse forme di malessere. L’avvicinarsi di un momento di smottamento psichico può dunque essere percepito come la perdita dell’ambiente non umano familiare. A conclusione del saggio Processi inconsci e crisi ecologica (contenuto in Il controtransfert, 1979) Searles scrive: “Penso che il pericolo maggiore non risieda né nella bomba all’idrogeno, né nell’effetto più lentamente letale dell’inquinamento che deriva dal complesso della tecnologia. Il pericolo maggiore risiede nel fatto che il mondo si trova in una condizione tale da risvegliare la nostra reale angoscia primitiva e, nello stesso tempo, da offrire la ‘delirante’ promessa, questa davvero mortale, di alleviare tali angosce, cancellandole attraverso la completa esteriorizzazione e reificazione dei conflitti primitivi che le producono”.

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La bolla climatica, che ha permesso a lungo di mettere la condizione della natura in fondo alla lista dei problemi, non riesce più a proteggere dai danni e dagli effetti di un aumento delle temperature globali di circa 1,3°C rispetto all’epoca preindustriale. Confrontarsi con la gravità di questa situazione dà origine a una nuova semantica. Eco-angoscia, eco-rabbia, eco-futilità, eco-lutto, eco-vergogna, solastalgia. “Il termine solastalgia indica il disagio causato specificamente dai cambiamenti ambientali, è un neologismo inglese composto da solacium (conforto, consolazione) e nostalgia, che designa il lutto ecologico con il vissuto di perdita di un paesaggio, di un luogo e di una forma di identità, che può esitare in una vera e propria depressione”. La “melanconia ambientale” è una delle nuove malattie dell’anima. Sally Weintrobe, psicoanalista inglese membro della Climate Psychology Alliance e del consiglio di amministrazione di Ecopsychepedia, una risorsa online gratuita sugli impatti del riscaldamento globale, riprende il paragone con il trauma bellico. Descrive lo stress anticipatorio dell’imminente crisi climatica in Occidente come una forma di disturbo da stress pre-traumatico: le persone cominciano a chiedersi dove potranno sentirsi al sicuro e chi si prenderà cura di loro. Dalle ricerche rivolte ai piccoli emerge che in molti immaginano il cambiamento climatico come un mondo che esplode. Se si chiede ai bambini dai 6 ai 12 anni di fare un disegno sul futuro dell’umanità prevalgono immagini rovinose.

Adelle Abella, medico psichiatra, presidente del comitato crisi climatica ed ecologica della Federazione europea di psicoanalisi, mette a confronto la crisi attuale con la minaccia nucleare durante la Guerra Fredda. “Interviene un meccanismo tipico del funzionamento dei gruppi: la loro tendenza alla regressione. Il gruppo si comporta quindi in modo nettamente più patologico di quanto potrebbe fare ciascuno dei suoi membri presi isolatamente. In breve, il gruppo può mostrare atteggiamenti che sarebbero definiti pura follia se fossero osservati in un singolo individuo”. E, soprattutto, si pensa che succederà agli altri, come è capitato a Hiroshima e Nagasaki, non a noi: noi ci salveremo.

In L’inconscio climatico. Figure della negazione gli interventi degli psicoanalisti riportano i racconti delle tante e diverse ripercussioni della crisi ecologica alla dimensione clinica. Il rapporto con l’igiene, con la plastica, con l’acqua, con i mezzi di trasporto – prendo il treno o l’aereo? – esprime le contraddizioni sia di quanti negano il problema sia di quanti, a volte con modalità esasperate, cercano di fronteggiare il pericolo. Anche semplici gesti, Schinaia li chiama “piccole verità in transito” o “mini–utopie”, possono stimolare una diversa visione del mondo. Come nuove forme di sobrietà energetica riescono a indicare la connessione a una diversa idea di collettività. Perché non è possibile, afferma l’antropologo Mauro van Aken, pensare di arrivare alla decarbonizzazione dell’economia senza decarbonizzaare il nostro immaginario.

Per la psicoanalista indiana Jhuma Basak “Ripensare la psicoanalisi come pratica pubblica, politica e comunitaria rende necessario un rinnovato impegno in relazione alla polis. La polis, cioè la sfera pubblica – la strada, sul piano simbolico – non è soltanto uno spazio fisico, ma un’arena psichica e simbolica (…) l’inconscio si manifesta nel lavoro clinico ma anche nei tumulti di piazza”.

Di fronte a effetti di sistema che invitano a un “allarme etico”, di fronte a un imperante processo di disumanizzazione nel quale la distruttività, anche nei confronti del clima, predomina, gli autori del testo arrivano a conclusioni molto simili. Negare ha a che fare non solo con il piano politico degli interessi economici globali, ma con un bisogno, più o meno consapevole, di preservare un’idea di civiltà, di uno sviluppo che non guarda in faccia le sue conseguenze.     

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