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L'oro africano
Nel mese di settembre il leader della giunta militare del Burkina Faso, il capitano Ibrahim Traoré, ha dato l’annuncio della nascita della Raffinor-BF, la prima raffineria per l’oro del suo Paese. «Vogliamo raffinare tutti i nostri metalli sul posto... vogliamo avere l'intera catena del valore sul posto», ha detto nel discorso di inaugurazione dell'impianto a Ouagadougou, auspicando che il Burkina Faso, Paese tra i più poveri del mondo e privo di sbocco al mare, grazie alla nuova struttura possa trasformarsi in un centro regionale di raffinazione dell'oro. Un dato, questo, che dovrebbe servire a limitare la dipendenza del Paese dall'esportazione di materie prime per la lavorazione all'estero.
Il Burkina Faso è uno dei maggiori produttori di oro dell’Africa, il World Gold Council ha affermato che la produzione è aumentata del 17% su base annua nel secondo trimestre del 2026, ma finora le autorità hanno faticato a regolamentare il settore minerario informale, alimentato da ricercatori singoli e da un’industria mineraria artigianale di piccola scala e segnato da un forte contrabbando. Non solo, il commercio illegale finisce per finanziare l’insurrezione jihadista che ha travolto gran parte del Paese e che ancora oggi controlla gran parte del territorio settentrionale. L'impianto sarà in grado di raffinare 164 tonnellate di oro all'anno, molto di più dell'attuale produzione annuale del paese, e la sua capacità finale potrebbe salire a 515 tonnellate, il che fa pensare che il governo burkinabé auspichi di ampliare il trattamento dell’oro al metallo proveniente da altre parti della regione saheliana.

In una realtà storica come quella contemporanea, segnata da conflitti internazionali, dall’imposizione di dazi, da mercati sempre più incerti, l’oro rimane uno dei pochi beni stabili e per questo attrae molti investitori, dai privati cittadini alle banche centrali e alle grandi istituzioni. I tre stati del Sahel, Burkina Faso, Mali e Niger, producono circa 230 tonnellate di oro all'anno, secondo le stime del World Gold Council, ovvero circa 15 miliardi di dollari all'attuale tasso di mercato. Per questo per le giunte militari che li governano, assediate dalle insurrezioni jihadiste, dall’isolamento regionale e dalle devastazioni del cambiamento climatico, l’oro rappresenta un’ancora di salvezza. I prezzi sono ai massimi storici e i governi militari sperano di poterne beneficiare.
Al di là delle dichiarazioni ufficiali per cui i proventi andranno a vantaggio dei cittadini grazie a una maggiore sovranità, il Burkina Faso e i suoi vicini hanno bisogno di denaro rapido per finanziare le campagne militari contro le formazioni jihadiste che li minacciano. A beneficiarne è innanzitutto la Russia, visto che l’Africa Corps, successore di Wagner, è la principale organizzazione militare presente nella zona. Ecco che l’Africa, ancora una volta, entra pienamente nella storia globale. Infatti, dopo l’invasione dell’Ucraina, l’oro è diventato la valuta strategica del Cremlino, in quanto rappresenta una delle principali difese del Cremlino contro le sanzioni economiche. Grazie all’oro ha potuto comprare droni dall’Iran, arruolare militari nordcoreani, aumentare gli scambi con la Turchia. La Russia sta mettendo pesantemente le mani sull’Africa e non solo quelle armate, ma anche quelle mediatiche, investendo grandi quantità di denaro per insegnare ai giovani studenti tattiche di fact-checking contro la disinformazione occidentale.

All’inizio del XIV secolo il sultano del Mali Mansa Musa compì un pellegrinaggio alla Mecca, che fu celebrato dai principali cronisti dell’epoca, per la quantità d’oro che la sua carovana trasportava. Tale fu l’oro immesso sul mercato al Cairo, da provocare un’inflazione del 12% in tutto il Paese. Il viaggio del prezioso metallo verso l’Arabia sembra non essersi fermato, ma questa volta non avviene sui cammelli, ma portato in bagagli a mano a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti per poi volare verso altri Paesi, soprattutto la Svizzera. Un contrabbando dalle proporzioni enormi, è stato svelato dalla ong elvetica Swissaid con il rapporto “Sulle tracce dell’oro africano”, che ha incrociato dati di import-export con numeri e stime della produzione di oro nel continente. Quell’oro di dubbia origine importato negli Emirati Arabi Uniti viene spesso fuso per produrre gioielli nel souk di Dubai, nota come “la città dell’oro” o in altre raffinerie del Paese. Dopodiché viene importato da altri Paesi come oro “riciclato” e, con una tipica operazione di greenwashing, pubblicizzato come a basso impatto ambientale. In realtà sono pesanti i danni provocati da una miniera di oro informale, dove i ricercatori, spesso bambini, lavorano per pochi euro al giorno a contatto con il mercurio. Questo metallo, bandito dall’ONU, viene usato per separare l’oro dai sedimenti, in realtà provoca danni cerebrali e malformazioni alla nascita.
Se Mansa Musa aveva portato il Mali medievale nella rete dell’economia mondiale grazie all’oro, anche oggi, nel bene e nel male, quella rete è ancora attiva, ma forse era così già allora.
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