La stella umana di Knausgård

8 Settembre 2026

Con la sola differenza di Jo Nesbø, autore thriller e crime dallo stile incalzante e ritmato, che nulla concede all’analisi interiore e a fumismi di tipo cerebrale, gli altri grandi scrittori norvegesi contemporanei – Jon Fosse, Dag Solstad, Kjartan Fløgstad (di cui si aspetta una compiuta traduzione in Italia, dove è sostanzialmente assente), Johan Harstad e Karl Ove Knausgård – rispondono tutti, sia pure diversamente, alla lezione di Knut Hamsun, l’innovatore assoluto della letteratura scandinava in fatto di misticismo, spiritualità religiosa, legame con la natura, scavo psicologico, dimensione solipsistica, modi espressivi pari a flussi di coscienza.

Knausgård sembrava il più distante dopo la monumentale autobiografia in sei volumi La mia lotta, ma con la quadrilogia delle Stagioni e soprattutto con il successivo ciclo in forma di esalogia, inaugurato da La stella del mattino e giunto quest’anno in Italia al terzo titolo, Il terzo regno (Feltrinelli, traduzione di Margherita Podestà Heir), la sua filiazione si è legittimata più che per gli altri.

Certamente Knausgård è il più singolare oltre che uno spericolato acrobata, la sua caratteristica acribia rendendolo il re del pleonasmo e il sacerdote dell’accidentalità, a dispetto dei precetti aristotelici e delle teorie più elementari del giallo, come di ogni romanzo, che pongono un divieto di accumulo all’intreccio e un altro di saturazione alla descrizione. La regola fissata da Chesterton, per cui il gesto di chi si alzi da tavola e vada in cantina deve essere funzionale alla trama e non rimanere un eccipiente esornativo, è del tutto inosservata da Knausgård che anzi si rende maniacale nel dare conto non solo di ogni azione, anche la più futile e prevedibile (“aprire la porta del frigo” ripete per esempio), ma anche di qualsiasi atto scritto, che sia il testo di una canzone o di una preghiera se non il passo di una funzione religiosa. Un modo di scrivere che è un limite e nello stesso tempo un dono.

La descrizione prevale sia sulla narrazione come anche sull’interlocuzione, ma rende vivida e tangibile ogni scena, facendo leva sul senso di voyeurismo al quale i lettori dello scandaloso e fin troppo circostanziato La mia lotta – esorbitante di dettagli minuziosi causa di violenti scontri familiari – si sono abituati. Il prezzo che l’autore paga è però di rendere i personaggi facce di uno stesso prisma, essendo i caratteri non altro che variazioni del proprio io. Tutti parlano e per giunta pensano come lui, segno che Knausgård è rimasto allo spirito di La mia lotta e delle Stagioni, non riuscendo a liberarsi delle pastoie dell’autoreferenzialità soltanto entro le quali, al di là della prova di fiction alla quale qui si vota, si esprime al meglio delle sue doti sia inventive quanto analogiche e realistiche.

Può parlare sempre di sé, sia pure attraverso figure di sua creazione, ma non riesce a mettersi in ascolto dei personaggi definendoli nei rispettivi e distinti tipi. La sua è una variante della “legge di Jante” di Aksel Sandemose, richiamata come “la quintessenza della cultura scandinava”, nel cui ordine rientra la conformità assoluta e l’omologazione della provincia dacché nessuno debba sentirsi migliore degli altri. Knausgård li rende infatti tutti della stessa cotta.

E a poco vale la cura mostrata nel darne per ciascuno l’esatta descrizione fisica, quasi che ciò bastasse a togliere loro la stessa maschera uguale per tutti, per modo che le decine di profili umani che popolano il ciclo vanno riconosciuti non per quello che sono o come appaiono ma secondo quanto fanno. La struttura articolata per tranches successive e intermittenti di diari scritti in prima persona dai tanti protagonisti impone così di ricordare e raccordare le loro azioni e non le loro personalità.

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Il sospetto allora è che l’inesauribile e incontenibile scrittore di Oslo cresciuto e vissuto a Bergen, oggi in pianta stabile nel Sussex con la seconda moglie dopo la guerra con la prima per La mia lotta, abbia voluto fare di una decina di romanzi nani sui quali lavorava separatamente un unico corpus narrativo tenuto insieme da un McGuffin costituito dalla comparsa di una stella “pallida come la sorella malata del sole” sotto la quale cominciano ad aversi fenomeni inspiegabili, primo fra tutti – nel clima di Le intermittenze della morte di José Saramago – la cessazione dei decessi anche nel caso di morti cliniche e di interventi chirurgici senza speranza: sia pure in stato vegetativo e semi-cognitivo, anziani, pazienti dichiarati morti e sottoposti al prelievo di organi, viaggiatori vittime di incidenti mortali continuano senza ragione a rimanere in vita.

Senonché l’apparizione di una grande stella in cielo, capace di una luce notturna da eguagliare la luna, non provoca nessuna crisi collettiva di panico, perché le vicende umane continuano a districarsi nel loro piccolo relegando quell’astro misterioso a una presenza meramente curiosa.

Di qui la sensazione che Knausgård abbia riunito più storie concomitanti e omotopiche (ambientate nello stesso luogo) appendendo in cielo una stella e mandando in congedo la morte, in questo modo passando però dall’iperrealismo quotidiano della fiction al realismo magico del fantastico, ancor più se si pensa che nel titolo del terzo volume, appunto Il terzo regno, è contenuta la profezia di Gioacchino da Fiore circa l’avvento di un tempo dello Spirito Santo ricco di amore e concordia – salvo adombrare nella presenza della stella piuttosto l’apparizione di Satana in persona secondo la profezia di Isaia che chiama proprio “stella del mattino” il diavolo. Egil, uno dei personaggi omodiegetici, scrive nel primo volume: “L’angelo Lucifero, la stella del mattino, era stato cacciato dal paradiso ed era precipitato sulla terra. Adesso la stella risplendeva di nuovo nel cielo. Cosa significava?”. È la domanda che grava senza risposta per tutto il romanzo. E che nondimeno si complica dal momento che Gesù nell’Apocalisse di Giovanni si riconosce proprio come “stella radiosa del mattino”. La comparsa della stella porta dunque sia il male che il bene e Knausgård coglie questa ambivalenza per costruire la sua cosmogonia. Come?

Ricordandosi di Camus e del suo Lo straniero, introduce un permanente e asfissiante clima torrido di uno smeigedag perfetto, la migliore giornata estiva scandinava che di per sé condiziona la condotta generale, ma che non può certo sospendere le regole universali. Serve come cliffhanger per dare ai “cigni neri” (gli eventi inattesi) un volto che è però surrettizio. Con un abile gioco Knausgård indica quindi la stella ma addita il sole nell’intento di comprendere entro cause naturali rivolgimenti che naturali non sono. L’idea è di tenere un registro realistico ma che sia continuamente tentato da quello surrealistico. Un progetto elusivo che dà forza all’ipotesi di un artificiale assemblaggio di micro-romanzi che sembra di leggere saltando da uno all’altro, ipotesi che trova ulteriori indizi in alcune dichiarazioni rilasciate dall’autore quanto al ciclo e al proprio modo di scrivere. «La cosa più difficile con cui ho dovuto lottare» ha detto «è stata la credibilità: fare in modo che i personaggi credessero alla stella e che la stella restasse lì sopra a fare da impatto». E ha ammesso di non pianificare mai le trame e di aver scritto il romanzo in sei volumi di getto, elaborando ciò che gli passava per la testa: «Non ho mai uno schema. Ho accumulato centinaia di pagine senza sapere dove stavo andando. Ho dovuto impormi di scrivere quattro ore al giorno senza fermarmi, lasciando che entrasse qualsiasi cosa arrivasse». In un’intervista poi a “The Guardian”, ha spiegato come la sezione dedicata al black metal di Bergen (la storia dei ragazzi trucidati in un rito oscuro) risalisse a un’idea vagheggiata da decenni: «Avevo la stessa età di quei ragazzi che negli anni Novanta bruciavano chiese in Norvegia. Pensavo da tempo: “Un giorno voglio scriverne”. L’idea di partenza era: loro adoravano il diavolo, ma cosa succederebbe se lui tornasse davvero a Bergen oggi? Quello è stato un singolo punto di partenza».

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Karl Ove Knausgård - Wikimedia Commons.

Gli altri sono derivati da vite borghesi e comuni raccontate con lo stesso taglio dell’io narrante e dentro una prospettiva Pov nel gioco di conflitti interiori, familiari e sociali destinati a svilupparsi in romanzi intimi e confessionali, à la “Min kamp” (dove tutti sono proprietari di belle ville con immancabile giardino, hanno una posizione economica solida, un trasporto ambosesso smodato per vino e birra, godono di notti piccole e auto grandi), per poi piegarsi verso forme di straniamento, ma non di più, per via dell’irruzione nella vita di ciascuno di elementi metafisici e cosmici irrazionali di fronte ai quali la reazione è contemplativa e mai intesa a metterli in rapporto con gli assurdi fenomeni celesti e terreni che si vanno moltiplicando.

Nei prossimi tre titoli attesi in Italia non si avrà una risposta, perché alla fine di Il terzo regno la stella sparisce – più esattamente non brilla più: un gancio lasciato a penzolare? – e il problema rientra senza che ne siano accertati gli effetti prodotti. Com’è stato per I lupi del bosco dell’eterno, l’autore ha scelto di indagare gli antecedenti proponendo prequel di vecchi e nuovi personaggi nella cui sfera siano da ricercare le colpe personali che hanno minato le leggi fondamentali della vita e quindi della morte.

A ben vedere, se si considera che l’autore scrive nella primavera del 2020 in uno stato di isolamento dovuto alla diffusione della pandemia, non è azzardato pensare che la stella ignota e fonte di mutamenti radicali nella vita collettiva sia la trasposizione del Covid capace degli stessi effetti di stravolgimento sulla natura umana insieme con quella vegetale, animale e minerale.

Ma, fatta la tara alle refluenze esoteriche e mistiche per cui le anomalie del ciclo visibile della stella postulano fratture generazionali e traumi spirituali che ne hanno preparato l’arrivo, Knausgård non si allontana dal suo campo d’elezione che è il romanzo borghese di tipo realistico. Stavolta ha voluto innestare motivi simbolici, gotici, surreali, noir, per legare cielo e terra in un’unica visione intesa a disegnare il confine sottile tra la vita e la morte. Ma non si può parlare di esito fortunato. Il ciclo si sviluppa nell’attesa di passare al genere del thriller apocalyptic per rendersi via via conto di essere invece rimasti nella bolla del domestic novel. Non è un guasto.

Il terzo regno (al di là del titolo profetico e del risvolto di copertina dell’edizione italiana che ne assicura una lettura autonoma, invero impossibile) non cambia passo. Riprende il filo dei fatti lasciati sospesi da La stella del mattino, ma si spiega appieno solo dopo I lupi del bosco dell’eterno. La sua importanza nel ciclo è di fare da perno perché i successivi volumi non proseguiranno la narrazione ma diacronicamente visiteranno la costellazione che Knausgård ha voluto creare concependo un mondo chiamato a fare i conti con le proprie oltranze e irrisolutezze. Umane, non stellari.

La stella appare per la prima volta, inaspettata e a romanzo inoltrato, nel titolo eponimo della serie, quando Arne vede in macchina centinaia di granchi attraversare la strada, ben lontana dal mare, e alza gli occhi al cielo. Essendo un po’ brillo, anche lui pensa a un inganno dei sensi. Poi la vede Emil in coincidenza con un uomo che scorge scappare terrorizzato, l’elemento terreno che svia, e quindi tocca a Iselin che prima incontra molti topi e poi, seduta a un bar, crede di vedere, lei sola, un palazzo in fiamme.

Si è portati a legare i fatti, ma Knausgård si preoccupa di caricare di mistero più gli eventi terreni che il fenomeno astrale. Finché Solveig, infermiera, dopo aver scorto la stella entra in sala operatoria per il prelievo del cuore in un cadavere che però si risveglia, mentre Kathrine la pastora si trova a celebrare il funerale di un uomo che più volte ha visto vivo e gli ha pure parlato.

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L’ingresso della morte diventa il leitmotiv che trova coronamento nel capitolo finale “Sulla morte e i morti”, un saggio (ogni libro ne conta uno) di Egil Stray che chiude il volume con le parole: “So cosa significa quella stella. Significa che è cominciato”. Cosa, rimarrà vago. Il tempo dell’Apocalisse forse dove è scritto che “in quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire ma la morte fuggirà da loro”? Knausgård, per voce di Egil, interpreta la profezia di Giovanni dando alla morte un significato soterico: “È la morte che ci ha creati. La nostra presenza è legata più alla morte che alla vita”. E questo perché la morte fa spazio alla vita, rende possibile lo sviluppo umano. Senza di essa la vita si ingolferebbe.

Il tema della morte torna in I lupi del bosco dell’eterno e offre alla presenza della stella, finalmente, il senso di uno stigma che richiede all’uomo una consapevolezza tale da accettare la tesi che materia e divino non sono dimensioni separate e segnate da un confine. Le ricerche di Elevtina sulla micorriza, che crea una forma di consapevolezza sinergica tra funghi e alberi, servono a stabilire come tout se tient e che l’uomo è sempre spinto a spiegare il mistero, a rompere il confine, secondo quanto Marina Cvetaeva scrive dei lupi completando un detto popolare russo: “Non importa quanto dai da mangiare al lupo, guarderà sempre verso il bosco. Siamo tutti lupi dell’impenetrabile bosco dell’eterno”.

Il bosco dell’eterno è il mistero della morte congiunto a quello della vita. Attraverso la consapevolezza che è propria del mondo naturale e che deve essere acquisita anche dall’uomo è possibile fare della morte e della vita un insieme organico. Di qui l’opera di Nikolaj Fëdorovič Fëdorov, il padre del cosmismo russo caro a Tolstoj e Dostoevskij che nell’Ottocento teorizza non solo la sconfitta della morte grazie non alla fede ma alla scienza, ma anche la resurrezione fisica di tutti i morti e la colonizzazione di altri pianeti.

Nel suo saggio “I lupi dell’eterno” Vasilisa Baranov trae le conclusioni: “Il punto di partenza della filosofia di Fëdorov è che la morte appartiene alla natura e la vita agli esseri umani. La natura è una forza distruttiva a cui permettiamo di controllarci. La morte è una conseguenza del nostro rapporto passivo con la natura: lasciamo che la natura ci uccida. Ma non deve essere necessariamente così. Mentre le forze devastanti della natura sono processi ciechi che avvengono secondo leggi e sistemi che la natura stessa non conosce, noi, gli esseri umani, possediamo consapevolezza, volontà e sentimenti. Ergo siamo più della natura”. Ovviamente è sempre Knausgård che parla.

Senonché è la natura, nella forma della stella in cielo, a guidare la partita e a decidere i cambiamenti della vita umana. In Il terzo regno gli effetti diventano più enigmatici: la gente fa sogni diversi, più icastici, mentre Lisa, prendendo un bagno serale a mare, scoppia in un pianto dirotto che non sa spiegare: “C’entrava la stella. Non riesco a capacitarmi. All’improvviso era tutto così terribile. Spaventoso”. Eppure in La stella del mattino i partecipanti a un vernissage continuano a brindare e parlare di quadri pur guardando fuori la stella brillare in alto luminosa e inquietante. La sua presenza, sembra dirci in definitiva Knausgård, non è causa di calamità, ma fonte di cambiamenti individuali. Ognuno ha la sua stella e il suo turno di raggi x.

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