Kiwi Chow, Revolution of Our Times

9 Giugno 2022

Revolution of Our Times, è un documentario di Kiwi Chow, regista hongkonghese, che racconta, nella buona sostanza, l’ultimo tentativo del Porto dei Profumi di reagire all’omologazione alla madrepatria cinese, le proteste del 2019, a cui fece seguito l’obliterazione di ogni speranza di democrazia e di suffragio universale, la chiusura degli spazi di libera espressione, libertà di stampa e manifestazione. Il film è stato presentato a Cannes nel 2021 e ora portato in Italia da una collaborazione tra il FESCAAAL, Festival del Cinema Africano d’Asia e d’America latina e Pordenone docs festival. Il film è sicuramente troppo lungo – bastava tagliarne una mezzora – ma capace di portarci dentro alla concitazione dei cortei non autorizzati, delle fughe dei ragazzi rincorsi dalla polizia.

Siamo lì, nelle strade di Hong Kong, in mezzo alle azioni mordi e fuggi dei piccoli gruppi, immersi tra i corpi in movimento, trascinati dai loro sentimenti, il desiderio di libertà, la disperazione per la sua negazione: roba che noi nemmeno riusciamo a immaginare, tanto la diamo per scontata. Un film commovente per chi abbia ancora la capacità di commuoversi, io ce l’ho perché ne conosco tanti, di hongkonghesi, qualcuno giovane che a queste manifestazioni ha partecipato e i molti più anziani, rassegnati e malinconici di fronte alla zampata del governo di Pechino, e portati – ero lì ad ascoltarli nel novembre del 2019 – a provare letteralmente pietà per quei ragazzi, universitari destinati a vite comode e a buone carriere, pronti a sacrificare se stessi come si fa a vent’anni, a buttar via il futuro materiale per non perdere quello dell’esistenza: diecimila arresti, e, sicuramente, tanti più nomi sulle liste nere dei poteri politici ed economici, tutte persone costrette all’emigrazione quando non buttate poi semplicemente dentro alle galere hongkonghesi o peggio della Repubblica Popolare Cinese. È retorica? No, questi sono fatti. I miei amici e conoscenti più anziani tutti avevano partecipato alle enormi manifestazioni della primavera-estate, si disse di un milione e mezzo di persone in corteo – su sette milioni di abitanti! – c’è una grandiosa ripresa video ancora su youtube.

presa da un ponte pedonale sotto al quale scorre la fiumana, accelerata e compressa entro un paio di minuti, e si vede il sole girare nel cielo ora dopo ora, specchiarsi in movimento nelle facciate dei grattacieli fino al sopraggiungere del buio, e ancora passa il corteo con le luci dei telefonini accesi. Poi i cortei furono vietati e la palla passò ai più giovani, ai coraggiosi che sfidavano gli arresti, alle prime bottiglie incendiarie e allo spettacolo delle fiamme fino all’assedio all’università, una cosa medioevale di lacrime e sangue che fu la pagina finale. Per noi vecchietti occidentali, due ore di immagini di scontri con la polizia che portano la memoria al maggio francese, a stagioni più epiche delle nostre vite, fine sessanta-inizio settanta – prima dello schifo che i gazzettini han chiamato anni di piombo. Lì, a Hong Kong, nonostante la resistenza dei ragazzi hanno stravinto i cattivi, altro che i golpe minacciati nei nostri settanta, altro che riflusso, lì è il predominio di uno stato oppressivo sulle vite di ciascuno, in pieno accordo con l’establishment finanziario: la dittatura. 

Revolution

Ecco dunque. Presento il documentario al FESCAAAL di Milano davanti a una platea dove tanti li ho invitati io, gente che di Cina si occupa, qualche amico cinese di stanza in città o sinoitaliano, e poi vedo facce dei vecchi tempi che non so bene cosa pensino, ora, di ciò che attiene alla famigerata geopolitica, e cioè: qui e ora, cos’è la Cina? Cos’è l’Occidente? Dove stanno le ragioni e dove i torti? La mia necessità imprescindibile era che i presenti riconoscessero le ragioni degli hongkonghesi, che condividessero la mia emozione. Il mio non detto – non detto a me stesso, intendo – era: quelle quattro bandiere americane ai cortei, che sapevo comparse solo di tanto in tanto, ma sulle quali il regista aveva insistito con un intento, credo, apologetico nei confronti dell’Occidente, tutte quelle bandiere avrebbero distratto i miei amici?

Il risultato è stato un discorsetto di introduzione dominato dall’ansia, quando il respiro si fa corto e il petto resta sempre sollevato, i polmoni non li si lascia svuotare. E le mie parole, per fortuna mi ero preparato, uscivano come un temino delle medie. Chi mi conosce ha detto: discorso okay, ma non comunicavi. Chi mi conosce poco non si è accorto di niente, si è preso il temino e poi ha visto il documentario e l’unico giudizio, l’unico commento che ho ricevuto è: troppo lungo. In effetti sono due ore e mezzo delle quali un bel trenta quaranta minuti esondano, ripetono un già visto. Devo dire che l’ora e mezza di scontri con la polizia a me vecchio arnese è piaciuta parecchio, ma il giudizio altrui era corretto: un po’ troppo lungo, e non potevo negarlo.

E così, beh, nessuno mi ha invece rimproverato: quante bandiere americane. Tanto meno nessuno mi ha rivendicato: la Cina, la Cina ha ragione. Durante il discorsetto ho spiegato che io per la Cina userei il termine dittatura: usiamo il termine dittatura militare in Egitto o in Birmania, ricordiamo che gli emirati del golfo sono dittature, usiamo quel termine anche per stati democratici dove un autocrate o un’oligarchia, vincendo le elezioni, impedisce poi l’opposizione: in Cina per qualche motivo non riusciamo a dire dittatura, del partito unico. E quindi mi esibisco con una frase: so che questo termine dispiace a chi studia la Cina, e quindi lo userò una volta sola. Pensavo: verrà qualcuno a chiedermene ragione? Non è successo. Ma quel che davvero a me è mancato, quel che nessuno mi ha detto, è: mamma mia, li capisco quei ragazzi. E mi è dispiaciuto, nessuno ha raccolto l’occasione del documentario per comunicare, nessuno si è mosso. Mi ha ferito il disincanto: un po’ troppo lungo, il docu, dicevano. E chi lo sa dunque, cosa han poi pensato della battaglia di Hong Kong.

Trovo invece su whatsapp un amico sinoitaliano, la sera stessa, era appena uscito dalla sala. È un vocale, mi prende come una sberla la frase: mi hai fatto incazzare. È quello che temevo. Ma no, riascolto con più calma: dice sono scosso, colpito dalle ragioni della rivolta. Aggiunge: in positivo e in negativo. Dice, mi hai fatto incazzare perché dentro di me ho anche una parte che non vuol sentir ragioni, una parte che è cinese: che è antidemocratica, e mentre lo dice sento una mezza risata, come di chi si deride, perché vorrebbe la democrazia ma non se lo può permettere. Capisco l’ambivalenza, irrisolvibile. Poi mi ringrazia per la proiezione, dice che l’entusiasmo di questi cinesi, e intende quelli a Hong Kong, lo ha contagiato. Lui conosce l’autoritarismo, mi dice: so che non parla solo della dittatura. Mi riprende: Andrea tu hai detto: un paese di sette milioni di abitanti. Ha ragione lui: non è un paese, è parte della Cina. Mi è scappato, ma io l’avevo premesso, ricordando la dominazione coloniale britannica, la sua sacrosanta fine, la restituzione alla madrepatria come atto dovuto. Glielo scrivo, lui lo ricorda. Ne parleremo poi, di faccia al nostro bar. Mi spiegherà la sua anche qui sacrosanta ambivalenza, la difficoltà di coniugare la sofferenza per l’autoritarismo e un ovvio, inderogabile legame con il paese d’origine. Legame sacro, e vorrei anche vedere. 

E così ritorno a me, alla mia, di percezione. Penso: altro che i nostri anni sessanta, e suggestioni da paesi lontani. Oggi per me molto mondo lontano è più reale, vicino, un pezzo d’Asia è anche casa mia. Gli anni passati là. La Cina non è più un paese studiato sui libri, è dove ho amici con i quali ne parlo, o non posso parlarne per la loro autocensura: me lo scrivono loro, che preferiscono non parlarne – e non è solo l’Asia: l’invasione dell’Ucraina me la racconta un conoscente, sempre in un bar, mi dice delle cognate scappate qui, che decidono dopo poche settimane di tornare, per insegnare nelle loro scuole. Un tempo si andava in corteo per il Vietnam: era lontano. E i missili in Europa negli anni ottanta sì, ci facevan paura per l’azzardo nucleare, ma le persone sono più preoccupate adesso. Anche le guerre americane erano per noi dentro al televisore. Ora davanti a un caffè c’è tanto da dire, e non si può sgarrare troppo, voli pindarici zero: questo mondo lontano è reale.

Revolution

Ed è dura districarsi tra le diverse tentazioni: contenti nel vedere il mondo cambiare, il terzo mondo farsi potenza diffusa, proposta, ma troppo spesso anche dittatura o autoritarismo efferato: la Cina, l’India, la Turchia, dove chi si batte per gli spazi di libertà spesso ha tra le mani le bandiere dell’occidente. Ma tra tanti dubbi poi la scelta giusta bisogna farla. Una frase va messa giù: libera Hong Kong – e di conserva, libera Ucraina.

Nel Porto dei Profumi, ho spiegato nel mio discorsetto, oggi va male, malissimo. Il covid, dopo la brutale repressione poliziesca e gli arresti, ha spento ogni protesta. E il maglio di Pechino si è abbattuto implacabile, non con i carri armati ma banalmente con la legge: chi dirà qualcosa passibile di essere considerato anticinese, cioè chiunque dissenta, verrà portato a giudizio, e saranno anni di reclusione. A Hong Kong, questa è la sensazione, la malinconia si è impossessata dei più: non c’è niente da fare, mi dicono, storia conclusa. 

Io rispondo che non può essere finita. Sembrava game over dopo la rivoluzione degli ombrelli nel 2014, e dopo cinque anni abbiamo visto erompere le grandi manifestazioni della primavera 2019. Non si cancella così, come se niente fosse, lo spazio di libertà di sette milioni persone. Poche settimane dopo la conclusione dell’assedio all’Università gli hongkonghesi sono stati chiamati a eleggere i consigli di distretto: poca roba, come i nostri consigli di zona nelle città, si occupano di manutenzione del verde, del traffico. E per questo, unicum a Hong Kong, sono eletti a suffragio universale, senza preselezioni alle candidature: elezioni libere che hanno visto il trionfo dei candidati del campo democratico, finendo col rappresentare il vero e unico sondaggio sulle opinioni dei cittadini. 

A me restano impresse le parole di una ricercatrice universitaria, sgomenta alla chiusura degli spazi di libertà. Io sono ancora giovane, diceva, sono gli anni in cui uno forma sé stesso, le sue opinioni, sceglie i valori in cui radicarsi. Per farlo ho bisogno di comunicare, di parlare con gli altri, di scriverne. Se non ho la libertà di parola, in sostanza, non ho la libertà di essere me stessa. 

Revolution of our times
TAGGED: documentario , Cina
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