Leone, Agostino e l'IA
Silvestro II, il papa dell’anno Mille, era un matematico. Competenza di primo acchito inconsueta per un successore di Pietro, ma del tutto coerente nella prospettiva medievale dell’unità del sapere, che non contempla soluzione di continuità tra le discipline umanistiche del trivio e quelle scientifiche del quadrivio. Nonostante questo, a Gerberto di Aurillac (così si chiamava al secolo il pontefice) non è stata risparmiata la leggenda nera dello stregone e necromante, in buona parte alimentata dall’equivoco sul termine latino astrologia, che nello specifico si riferisce allo studio degli astri, la nostra “astronomia”, e non alla compilazione degli oroscopi. Tra le opere di Gerberto figura il Libellus de numerorum divisione, che è un piccolo manuale per l’uso dell’abaco. Per far di conto correttamente, si spiega, occorre anzitutto stabilire quale valore attribuire al digitus, che nel linguaggio dell’epoca è l’unità di calcolo basilare.
Le suggestioni vanno prese per quello che sono, però non passa inosservato il fatto che anche nella formazione di Leone XIV la matematica occupi un posto di rilievo. In un millennio abbondante, il digitale ha cambiato di significato, per quanto l’etimologia dell’inglese digit rimandi proprio al digitus delle artes liberales. In ogni caso, è ancora un papa a occuparsene, e con indiscutibile chiarezza. L’impressione che si ricava dalla lettura dell’enciclica Magnifica humanitas, la prima promulgata dal pontefice statunitense, è infatti quella di un’esposizione serrata e difficilmente contestabile. Il tema, com’è noto, è la «custodia della persona umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale», ma a differenza di quanto avveniva in Laudato si’ (l’enciclica del 2014 con cui papa Francesco ha posto la questione ambientale al centro del dibattito ecclesiale e sociale) il documento di Prevost evita i rimandi diretti alla letteratura scientifica e propone un sistema di riferimenti intenzionalmente novecentesco, quasi a ribadire che le contraddizioni del secolo breve non si sono affatto dissolte e, anzi, incombono ancora su di noi, in modalità impreviste ma non per questo meno riconoscibili.
Oltre alle copiose citazioni dal magistero dei papi precedenti e dai testi del Concilio Vaticano II, Magnifica humanitas chiama dunque in causa il Romano Guardini di La fine dell’epoca moderna (1950) e l’Hannah Arendt di Le origini del totalitarismo (1951), il pacifismo evangelico di Giorgio La Pira e la testimonianza di Victor Frankl, lo psichiatra viennese sopravvissuto ad Auschwitz e universalmente noto come iniziatore della logoterapia. Anche il brano tratto da Il signore degli anelli, subito interpretato dai commentatori come risposta neppure troppo implicita alle pretese di controllo globale esercitate dai colossi della tecnologia, va ricondotto a questa costellazione di senso. Leone XIV attribuisce a J.R.R. Tolkien la qualifica di «scrittore cattolico» e fa proprie le parole del mago Gandalf, l'eroe dell’intenzione purificata: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare» (Magnifica humanitas, n. 213). Combattente nella Grande Guerra, Tolkien compone il suo capolavoro sapendo bene che le insidie della tecnologia non si sono esaurite con la fine del secondo conflitto mondiale. Sarà una sottigliezza, ma l’edizione di Il ritorno del re richiamata in nota dall’enciclica è il tascabile statunitense del 1965, che da lì a breve verrà adottato come apologo antimilitarista dai contestatori libertari di Berkeley. Può darsi che Peter Thiel e gli altri ammiratori di Tolkien in chiave apocalittico-tecnocratica sfoglino esattamente le stesse pagine, ma di sicuro le interpretano in maniera molto diversa.
E poi c’è Agostino di Ippona, evocato con sintomatica parsimonia da un papa che pure non perde occasione per rivendicare l’appartenenza alla famiglia spirituale agostiniana (Prevost è stato priore generale dell’ordine dal 2001 al 2013: gli scritti di questo periodo sono ora raccolti in un volume particolarmente utile per la comprensione dell’attuale pontificato, Liberi sotto la grazia). Il passaggio che autorizza a recepire Magnifica humanitas come enciclica pienamente e profeticamente agostiniana si trova al n. 130, dove Leone XIV riproduce una classica formulazione di La città di Dio: «Due amori fecero due città: la città terrena l’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la città celeste l’amore di Dio fino al disprezzo di sé» (De civitate Dei, XIV.28). L’alternativa suggerita a più riprese nell’enciclica discende da questa contrapposizione, che nel grandioso trattato di Agostino viene successivamente riferita al dissidio primordiale tra Caino e Abele, analizzato nel libro XV. Le «due icone bibliche» indicate dal papa già all’inizio di Magnifica humanitas (nn. 7-10) sono invece il celeberrimo episodio della torre di Babele (Gen 11,1-9) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme per iniziativa di Neemia all’epoca della cattività babilonese (Ne 1-2). Quest’ultimo episodio, decisamente meno conosciuto a livello popolare, viene elevato a modello dal papa. Magnifica humanitas non è infatti un generico ammonimento nei confronti dell’intelligenza artificiale, che dell’enciclica rappresenta il contesto e solo di conseguenza diventa oggetto di discussione. «La prima scelta – avverte Prevost – non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna» (n. 9). Come già in Agostino, occorre decidere tra un amore e l’altro.
In Magnifica humanitas non mancano le prese di posizione coraggiose, a partire dall’ampia sezione sulla schiavitù digitale (nn. 173-179) e dall’esplicita condanna dell’impiego dell’intelligenza artificiale con finalità belliche (nn. 197-200). In entrambi i casi, l’ammissione degli errori del passato si trasforma in esortazione alla consapevolezza verso il presente, nel quadro complessivo della tensione in atto «la cultura della potenza e la civiltà dell’amore» (così il titolo del capitolo 5 dell’enciclica, forse il più ricco di implicazioni concrete). Al di là di queste e altre disamine puntuali, il merito principale della riflessione di Leone XIV sta nel rifiuto a considerare l’intelligenza artificiale alla stregua di mero strumento. Si tratta di una fallacia argomentativa ancora sorprendentemente diffusa, mediante la quale si cerca di spostare il problema dalla struttura generale dell’IA al suo impiego pratico, magari con il sostegno di qualche vago e rassicurante principio deontologico. A parte il fatto che uno strumento – in quanto prodotto culturale – non è mai di per sé indifferente, l’intelligenza artificiale eccede largamente ogni requisito strumentale e si colloca semmai nella categoria del dispositivo, che by design ha il compito di tracciare «processi in perenne disequilibrio» (Gilles Deleuze, Che cos’è un dispositivo?, traduzione di Antonella Moscati, Cronopio, Napoli 2007, p. 11).
Uno strumento, insomma, fa quello che si aspetta debba fare; un dispositivo fa anche qualcos’altro, spesso non in corrispondenza alle aspettative. «Non possiamo considerare l’IA moralmente neutra – ammonisce pertanto Magnifica humanitas –. In realtà, ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità: ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza e il modo in cui classifica persone e situazioni. Se un sistema viene concepito o impiegato in modo da trattare alcune vite come meno degne, o da escluderle senza possibilità di appello, esso non è un semplice strumento “da usare bene”: introduce già un criterio che contraddice la dignità inalienabile della persona. Per questo, il discernimento etico non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano» (n. 104).
Siamo nel cuore dell’enciclica, ed è un cuore intenzionalmente politico, nel senso che Leone XIV si premura di illustrare attraverso la vasta sintesi della Dottrina sociale della Chiesa nel suo percorso dalla Rerum novarum (1891) a oggi. Consegnata al capitolo 1 di Magnifica humanitas, questa ricapitolazione programmatica è molto più di un riassunto a beneficio di quanti nel frattempo si fossero distratti, ma può benissimo essere utilizzata come ripasso. Magari anche per non stupirsi più del fatto che i papi se ne intendono perfino di matematica.