Un senso all’odio

2 Gennaio 2026

Che cosa succede quando due persone discutono? Apparentemente si scambiano delle parole, ma spesso è qualcosa di più profondo. Il dialogo è un modo per dare voce ai valori che muovono la nostra esistenza. Quando parliamo di questioni profonde, esistenziali, non stiamo semplicemente articolando degli enunciati, ma stiamo mettendo alla prova la forza delle cose per le quali viviamo. Questi valori, tuttavia, non sono contenuti nelle frasi: come il burattinaio nascosto dietro il palcoscenico della rappresentazione linguistica, tirano i fili delle nostre azioni e delle nostre parole.

Credere che la nostra esistenza sia riducibile a una serie di enunciati razionali è un grave errore, che svuota la nostra vita e le nostre parole di significato. I valori sono quei principi che definiscono chi siamo. Siamo persone oneste? Siamo persone vincenti? Siamo persone che amano? Chi può dirlo? Soltanto attraverso le nostre azioni si possono scorgere i valori che hanno animato il nostro agire. Il linguaggio è un palcoscenico verbale su cui si rappresenta questa lotta e sul quale le persone possono confrontarsi e mettere alla prova chi sono, prima di tradurre in pratica la loro natura.

In questo senso, parlare non è mai qualcosa di neutrale rispetto alla propria esistenza. Allo stesso tempo, il parlare crea uno spazio non innocente, ma neppure colpevole, in cui può avvenire il confronto tra persone diverse e, quindi, tra valori diversi. Su questo tema cruciale per la nostra società e per l’attuale momento di crisi politica mondiale, Michele Silenzi, giocando con quello che Luciano Floridi definirebbe il distant writing con l’IA, ha appena pubblicato un testo scomodo ma importante, dal titolo ruvido e leggermente urticante, Il diritto di odiare (Liberilibri, 2025). Capisco il gioco, ma per semplicità mi riferirò a lui nel seguito.

Nel suo testo, agile e diretto, la tesi principale è che quando la società nega il diritto di odiare, imponendo una pax valoriale, soffoca la possibilità di esistere e di confrontare pubblicamente ciò che si è e ciò che non si è. La società, a supposto fin di bene, imporrebbe un conformismo che non si limita a impedire forme di violenza e aggressività, ma diventerebbe anche il pretesto per medicalizzare il dissenso e quindi per neutralizzarlo. Il testo è coraggioso e chiaro e offre un’occasione di riflessione profonda. Come si legge, «si è spostata la frontiera del lecito: non conta più ciò che si fa, la dimensione oggettiva dell’atto, conta ciò che si prova, la qualità morale del sentimento. È una trasformazione culturale che merita attenzione, perché segna la vittoria dell’etica terapeutica sulla responsabilità individuale». Eppure Dante stesso aveva scritto nel Convivio, in epoca lontanissima, che lui «li errori della gente abominava e dispregiava, non per infamia o vituperio delli erranti, ma delli errori, li quali biasimando credea fare dispiacere”. E cioè che gli errori sono cosa umana e si devono pur odiare, ma non per questo punire gli erranti! Nel testo è chiara la differenza tra «tra odio come emozione e odio come istigazione all’aggressione».

Come dicevo all’inizio, l’esistenza non è soltanto una declinazione di ragionamenti corretti, ma è anche una scelta tra valori incommensurabili. Per esempio, è meglio vivere un’esistenza intensa e correre qualche rischio, oppure cercare di allungare il più possibile i propri giorni? È più importante l’onore o il divertimento? Jack London non avrebbe avuto dubbi: il suo famoso credo dichiarava senza incertezze che «non intendo sprecare inutilmente le mie giornate cercando di prolungarle». Don Abbondio avrebbe senz’altro avuto una diversa opinione. Ed è qui il punto cruciale: i due non dovevano per forza pensarla nello stesso modo, né arrivare a un accordo. Ognuno è libero di scegliere i propri valori.

Ma se si sceglie un valore che si ama, è possibile non provare odio per il valore opposto? Odio, disgusto o disprezzo? È possibile abbracciare sinceramente uno o più valori senza provare repulsione per il loro opposto, in nome di una presunta inclusività che tutto abbraccia e tutto rende uguale? Non pare che sia possibile. La società inclusiva è, per dirla con Hegel, una notte in cui tutte le vacche sono nere. Silenzi ci scuote e ci invita a risvegliarci e, uscendo alla luce, a renderci conto che ogni valore ha inevitabilmente un’ombra, verso la quale non possiamo che provare un sentimento di rifiuto. Come scrive Silenzi, «una società che equipara l’offesa alla violenza si condanna a vivere in una perenne infantilizzazione degli individui, […] La storia dimostra che ogni regime che ha preteso di educare i sentimenti ha finito per esercitare un potere oppressivo», che è tanto più giustificato paradossalmente, in quanto si accetta di trattare le persone come minori che devono essere educati e repressi nei loro giudizi morali. Sfortunatamente però, una società che ha paura delle passioni negative «non diventa più pura, diventa più fragile».

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Silenzi ci fa riflettere sul fatto che questo buonismo inclusivo, nel quale dovremmo accettare i valori altrui ma non amare veramente i nostri, è una forma di suicidio esistenziale che tradisce il principio fondativo della società liberale: la libertà di pensiero e di parola. A parte una mia diffidenza ontologica sul concetto di pensiero, sulla quale qui glisserò, il punto è decisivo. Se la società ammette la diversità, non deve farlo sottoponendo le persone a una forma di anestesia perenne, nella quale ci si sente obbligati a non provare mai sentimenti di repulsione per i valori contrari ai propri.

Se è importante che questi sentimenti non si traducano in azioni che ledono l’esistenza delle persone, la soluzione non può essere né quella di sopprimerli né quella di reprimerne l’espressione, sia perché ciò violerebbe due principi fondamentali — la libertà di pensiero e di parola — sia per un motivo pratico. Si dirà che oggi l’odio non manca, anzi è amplificato dalle echo chambers dei social network e dall’uso strumentale che la politica ne fa (come del resto ha sempre fatto). È vero. Ma questa manifestazione rimane qualcosa di illegittimo e deprecabile, che viene strumentalizzata e incanalata per fini opportunistici: non è quasi mai un’espressione trasparente e legittima del rifiuto di posizioni diverse. L’odio sui social network sta al vero dissenso come il complottismo sta alla legittima competizione tra teorie scientifiche alternative. Anzi, proprio questa forma di odio, spesso cieca e malinformata, delegittima la capacità di esprimere la propria alterità rispetto a posizioni diverse dalle nostre.

La società liberale deve consentire il confronto dei valori, e i valori non vivono all’interno di uno stesso insieme. Ma come possono confrontarsi se si soffoca quella adesione intima che consiste nel fatto che li amiamo e li odiamo? Eliminare l’odio, il disgusto e la repulsione implicherebbe eliminare anche il nostro sincero consenso e dissenso. Poiché non è pensabile essere tutti uguali in una società pluridimensionale come la nostra, occorre chiedersi che cosa accade quando si considera disdicevole e persino colpevole l’espressione di punti di vista radicalmente diversi dai nostri. Si finisce allora o per lobotomizzare le persone o per spingere in profondità quelle forze che non hanno accesso alla discussione pubblica. Prima o poi, laddove i valori non possono scontrarsi sul palcoscenico offerto dal linguaggio e dal confronto dialettico pubblico, si scontreranno sul piano della forza e della violenza.

Il caso di Charles Kirk, cui Silenzi dedica la parte finale del suo breve saggio, è emblematico. Personaggio scomodo e discutibile, è stato ucciso da chi non sopportava che qualcuno esprimesse punti di vista diametralmente opposti ai propri. Si potrebbe dire che Kirk sia stato ucciso dall’odio che Silenzi difende nel suo testo, ma non è così. Per Silenzi, l’odio deve potersi esprimere proprio per evitare che si traduca in atti di violenza. Il buonismo inclusivo — che ha per valvola di sfogo l’onanismo vuoto dei leoni da tastiera o, in casi terribili, la violenza dei singoli, di gruppi o persino di intere nazioni — non è uno stato di salute, ma la soppressione dei sintomi, mentre le radici dello scontro continuano ad approfondirsi.

Questo vale anche nelle relazioni di coppia, che in fondo sono una società microscopica. La convinzione di non poter esprimere dissenso e di dover mantenere, per il bene della coppia, una facciata di buonismo porta le persone a sviluppare realtà incompatibili, che rimangono sommerse fino al giorno in cui emergono in modo irreparabile, segnando la fine della relazione. Odio e amore — e tutta la gamma di sentimenti connessi — sono legati al conflitto tra valori incommensurabili che, in quanto tali, hanno una valenza esistenziale. È questo conflitto, mediato dal dialogo, che permette a una società libera di integrare la diversità. Il dialogo non è soltanto uno scambio di parole, ma un campo di battaglia in cui ciò che muove il linguaggio, e che non è mai del tutto espresso da esso, può confrontarsi. Condivido il testo quando dichiara che «cancellare il diritto di odiare […] il primo passo verso un relativismo stanco in cui ogni differenza si appiattisce e ogni apertura si confonde con l’indifferenza. In cui ogni cosa vale quanto un’altra, e quindi niente vale davvero qualcosa». Se i valori non possono entrare in conflitto nel linguaggio, lo faranno altrove. Se i valori non possono esprimersi, la prima vittima è chi li sceglie. L’impossibilità di dare voce a valori conflittuali porta a un suicidio esistenziale che genera eserciti di zombie inclusivi, morti senza saperlo.

Se non possiamo provare odio per ciò che nega ciò che amiamo e che abbiamo scelto di essere, forse non esistiamo davvero. Ma in una società non possiamo essere tutti uguali. Negare l’odio non significa abbracciare l’amore: significa scegliere l’indifferenza in nome di una falsa innocenza che ci fa vivere in una perenne condizione di minorità. In questo modo non si difende la diversità, la si annulla.

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