La tigre e la nuvola

17 Luglio 2014

È arrivato alla quarantaquattresima edizione il Festival Internazionale del Teatro in Piazza di Santarcangelo, affascinante borgo medievale a pochi chilometri da Rimini. Questa edizione segna l’ultimo anno del triennio di direzione di Silvia Bottiroli e Rodolfo Sacchettini e il termine di un percorso iniziato nel 2012. Come nell’edizione precedente si è scelto di non adottare un tema che potesse essere il filo conduttore di tutta la programmazione, bensì si è continuato nell’idea di tracciare traiettorie e percorsi in grado di fare fluttuare il festival nel nostro tempo e nello spazio “mondo”. Emblema di questa edizione 2014 è una tigre, forte, fortissima della sua capacità di trasformare in foresta ogni ambiente che abita, simbolo di come una rassegna abbia la capacità di modificare lo spazio in cui è immerso. Ma il festival vuole essere anche un invito a divenire “nuvola”, instabilità, leggerezza, impercettibilità, ma anche situazione di squilibrio per meglio lasciarsi andare a nuove esperienze. È da questa duplice condizione che Santarcangelo dei Teatri vuole lasciare un segno e creare ponti sul territorio che lo ospita in un costante atteggiamento di interrogazione e ascolto. E lo fa con intelligenza e bellezza invitando numerosi artisti: dalla danza con Cristina Rizzo, Fabrizio Favale, Michele Di Stefano, alla storia del nostro teatro nazionale con nomi tra i quali spiccano Danio Manfredini e Claudio Morganti passando per i percorsi più intriganti della scena contemporanea come Fanny&Alexander, Motus, Kinkaleri, Teatro Sotterraneo, Ateliersi. Senza dimenticare quello sguardo alla sfera internazionale che è sempre stata una vocazione del festival.

 

ph. Ilaria Scarpa

 

La via cilena

L’inizio del festival ha visto la prima italiana de La imaginación del futuro del gruppo cileno La Re-Sentida, uno spettacolo che ha creato non poche (sane) divisioni nel pubblico dando vita dibattiti e argomentazioni. Resta a mio avviso uno degli spettacoli più interessanti e intelligenti di questa prima parte di festival.

 

La imaginación del futuro è legato fortemente a uno spazio geografico preciso e a un tempo storico dato: al centro del discorso artistico di questa giovane compagnia cilena c’è la necessità di riflettere su una delle eredità più massicce della storia nazionale: la figura di Salvador Allende e il modo in cui, a distanza di quaranta anni, viene visto e percepito nella storia delle idee cilena. Vediamo il Presidente circondato da un team di bizzarri e irrispettosi ministri, intenti nel registrare quello che sarà l’ultimo messaggio alla Nazione (lo storico discorso pronunciato alla radio dagli uffici del Palacio de la Moneda, prima che questo venisse invaso e bombardato dalle forze armate guidate da Pinochet). Allende viene continuamente riportato al tempo attuale e il suo discorso è registrato secondo canoni comunicativi di oggi. Il Presidente si accinge a pronunciare il suo ultimo discorso alla Nazione, ma lo sfondo che si staglia dietro di lui è troppo rosso, troppo comunista; eccolo dunque cambiato per scegliere una immagine più pacifica, dove predomina la Natura, come se questo servisse a rendere più rassicurante quella storica transizione verso la dittatura. Allende è tirato per la giacca, spostato come fosse un soprammobile, gli vengono cambiati gli abiti, viene ridicolizzato in una tuta sportiva che fa tornare alla mente il Fidel Castro degli ultimi anni, malato e invecchiato.

 

La Re-sentida è una compagnia di trentenni che non ha avuto timore e ha sentito il bisogno di riappropriarsi – a livello generazionale e in modo nuovo – di un simbolo determinante dell’identità nazionale cilena: attraverso un percorso fatto di contraddizioni e provocazioni, domande scomode e una giovanile sfacciataggine, riescono a mettere le mani su un mostro sacro con la leggerezza che la generazione precedente, per questioni storiche, non poteva avere. Si interrogano, loro, figli di una dittatura lunga e sanguinaria, su una memoria che hanno ereditato, già costruita e impacchettata. Vogliono interrogarsi per non soccombere sotto il peso della Storia ufficiale. È certamente uno spettacolo post-ideologico, di quelli che possono anche molto indispettire, soprattutto dove la cultura di sinistra ha fortemente difeso alcuni valori e personalità e Allende è certamente uno di questi. L’invito è quello di lasciarsi andare alla visione, senza preconcetti culturali, evitando l’accusa di fascismo (che è la più facile tra tutte) e leggendo tra le righe il bisogno di una generazione che prova a riposizionare i propri modelli e di rileggerli alla luce del tempo dell’oggi. (È lodevole per la direzione del festival avere portato questo spettacolo in Italia - poi andrà anche ad Avignone - allontanandolo dalla sua dimensione nazionale e dando così la possibilità di generare riflessioni nuove e più generali).

 

ph. Ilaria Scarpa

 

Ridi pagliaccio

È tornato al festival anche Danio Manfredini con lo spettacolo Vocazione, presentato nella passata edizione sotto forma di studio. Con questo lavoro riacquista centralità il teatro stesso come luogo e come spazio di vita, lavoro ed espressione artistica. Ci troviamo davanti a un viaggio personalissimo dentro al mestiere di attore, scavando in profondità di quelle che sono le pieghe dell’essere su e giù dal palco. Manfredini ci presenta alcuni ritagli di esistenze: sono attori e attrici che, in un continuo richiamo ai classici, raccolgono le fila delle proprie esistenze, a riflettori spenti. Si guardano intorno, fanno i conti con i propri anni e con i propri corpi usurati e sfiancati. Guardano a quel che resta delle famiglie, guardano all’inconsolabile solitudine che attanaglia il loro essere: una solitudine che è quel che resta di una vita vissuta a privilegiare la vocazione, quella dell’attore, motore dell’esistenza. Sono immagini dure, a tratti emozionanti, come il primo ritratto che dipinge un attore che non sale su un palcoscenico da trenta anni (il Minetti di Thomas Bernhard); è rimasto nascosto in una soffitta in casa della sorella in uno sperduto paesino della Germania. E dopo trenta anni riemerge da quell’oblio e lo vediamo aspettare un fantomatico direttore che non si presenterà e che avrebbe dovuto scritturarlo per il Re Lear di Shakespeare, un’opera che gli ha pervaso la vita, un’opera che ha recitato per tre lunghissimi decenni, alla stessa ora, senza nemmeno uno spettatore, nel silenzio di una gelida soffitta.

 

Sempre lontanissimo da ogni possibile etichetta, Danio Manfredini, tre volte premio Ubu, ci restituisce una riflessione purissima sul mestiere di attore e sul rapporto con la vita e con la realtà, quello che inizia un minuto dopo che si spengono i riflettori. Vocazione racconta di quel disagio, di quello spossamento generato dall’entrare e dall’uscire di continuo dai ruoli, quello scambio continuo di identità che permea la vita di chi vive sul palco, l’andare e venire dell’adrenalina e la fatica di un corpo consumato dalla scena.

 

ph. Ilaria Scarpa

 

Prospettiva danza

La danza occupa un posto di prima fila negli spazi del festival. Ne è un buon indicatore l’invenzione della Piattaforma della Danza Balinese, uno spazio fisico e mentale immaginato dai tre coreografi Michele Di Stefano, Cristina Rizzo e Fabrizio Favale con Silvia Bottiroli. È un luogo/non-luogo, una parentesi all’interno del festival, un microcosmo in cui il movimento è lasciato libero di compiere la propria traiettoria: per tutta la durata di Santarcangelo, giorno per giorno, saranno svelate le attività: dibattiti, incontri, ma anche momenti di improvvisazione e performance.

 

ph. Ilaria Scarpa

 

Il nuovo Spazio Saigi ha ospitato sia Cristina Rizzo sia il lavoro di Fabrizio Favale e della compagnia Le Supplici. La Rizzo ha presentato a Santarcangelo Boleroeffect, suggestioni e immagini dal Bolero mostrato alla Biennale Danza di Venezia: torna così a incantare gli spettatori con una coreografia ispirata a una delle partiture orchestrali più conosciute al mondo. Lo spazio Saigi, effettivamente un incrocio tra un deposito e un luogo post-industriale da anni duemilacento, accoglie alla perfezione la performance delle due danzatrici protagoniste che immaginano lo scenario di una dance hall post-globale. È una danza felice, spassionata, delirante e totale davanti a un pubblico immaginato in visibilio, eccitato, frenetico e ogni movimento sembra volere portare a sé tutta quella pienezza. Nello stesso spazio è andato in scena anche Orbita di Fabrizio Favale, un lavoro che continua a trarre ispirazione dalla natura stessa intesa come prima creatrice di forme e geometrie perfette. I quattro danzatori entrano in scena incappucciati, con impermeabili scuri: nei loro movimenti c’è un rincorrersi di avvicinamenti e allontanamenti, di rifuggita e di tensione degli uni verso gli altri. I gesti e le andature dei danzatori disegnano traiettorie orbitali che vanno ripetendosi quasi come un mantra, come preghiere di un rosario che si succedono una dopo l’altra, senza tregua.

 

ph. Ilaria Scarpa

 

Sul fronte internazionale, dal Portogallo arriva invece Guintche, lo spettacolo di Marlene Monteiro Freitas del collettivo Bomba Suicida di Lisbona. Nello spazio del Lavatoio troviamo la performer in vestaglia da boxe a salutare uno per uno gli spettatori che entrano in sala. Quando il pubblico prende posto e le luci si spengono, possiamo finalmente conoscere Guintche, un personaggio nato prima sotto forma di disegno e poi animato. Dai costumi bizzarri vediamo delinearsi un essere difficilmente definibile, ma in costante ricerca di libertà: questa libertà sprigiona da una danza senza pause e magnetica fatta di ondeggiamenti sensuali del bacino al ritmo di una batteria incessante. È in questo ondeggiare che conosciamo Guintche, spirito libero che inizia a esperire l’esistenza: è uccello, pesce, scimmia, uomo, donna, sirena, spaesamento, stupore, consapevolezza, volontà. La Freitas decide di farsi pervadere dalla sua creatura, gli cede il proprio corpo e lascia a Guintche il comando della nave fino allo sfinimento e allo svuotamento. È uno spettacolo che parla della libertà di creare e di sprigionare, della libertà di dare vita a immagini contraddittorie e continuamente mutevoli. È un lavoro potentissimo che lascia allo spettatore anche la facoltà di immaginare un Guintche più vicino a quello che si è in quel momento.

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