La gioia di ammirare
Joëlle Zask è una filosofa politica e sociale francese, fautrice della democrazia partecipativa che coniuga con il pensiero ecologista. Ammirare. Elogio di un sentimento che ci fa crescere, del 2024 nonché primo suo lavoro, credo, tradotto in lingua italiana (ed. Qiqajon, 2026), si occupa apparentemente d’altro: di un atteggiamento, di un comportamento, anzi di un sentimento, come lo chiama lei: il sentimento di ammirare, un sentimento, vedremo tuttavia, di vocazione democratica.
Non cinismo né idolatria
Già nella premessa viene esposta la tesi: ammirare si pone come antidoto a due atteggiamenti contemporanei, cinismo e idolatria, ovvero indifferenza e adesione fanatica, apatia per ciò che ci circonda, da una parte, e pratica di culti della personalità dall’altra. L’ammirare appare allora quasi come farmaco, potremmo aggiungere noi, contro le «passioni tristi» di Spinoza, rivisitate da Benasayag (qui la recensione): chiusura, senso di impotenza e incertezza, prevalere dell’utilità sulla bellezza, giacché l’ammirazione, questa «modalità di decentrarci per volgerci verso un evento straordinario che ci sorprende (ad-mirare)… ci rende modesti senza rimpicciolirci e ci fa crescere senza renderci narcisisti».
Ammirazione o stupore?
Esporremo e discuteremo i contenuti non senza evidenziare un problema di fondo che percorre tutto il piccolo saggio e che gli conferisce, purtroppo, un sapore dilettantistico (per non parlare della poca cura editoriale della traduzione, con allegre citazioni in inglese e francese di titoli tedeschi!). Si tratta della poca chiarezza, per non dire confusione, con la quale vengono trattati i due concetti di stupore e ammirazione, talvolta tenuti separati, talvolta lasciati convergere o sovrapporsi senza apparente presa di coscienza. Ora, chi qui legge potrebbe obiettare, ma come, non sono quasi la stessa cosa? Quasi, forse, ma di certo la stessa cosa non sono e la differenza non va trattata con superficialità. A p. 23 viene soltanto accennato, alle pp. 37-38 esplicitamente affermato, il fatto che l’ammirazione non è lo stupore. Lo stupore è uno shock, è un fulmine isolato che predispone a interrogare i fenomeni, è una sorpresa, è soprattutto un punto di partenza, o meglio è il punto di partenza che fa scattare l’ammirazione, se ammirazione scatterà. L’ammirazione nasce dopo, è radicata nel tempo, permanente, durevole. Benissimo. E poi però, ma anche prima, nelle pagine precedenti come in quelle seguenti, la terminologia oscilla tra l’uno e l’altro senso. Lo si vede nella definizione di ammirazione in altre lingue: wonder in inglese, Bewunderung in tedesco, admiratio in latino, thaumázein in greco. Ed è proprio il termine greco a lanciare il campanello d’allarme. È comprensibile che si usi l’infinito del verbo thaumàzo, perché il sostantivo thàuma è ambiguo, indica sia lo stupore quanto il terrore, la gioia per la novità come pure l’angoscia per l’ignoto. Lo stesso campanello risuona però in vari altri punti del saggio, particolarmente là dove si afferma che Aristotele considerava l’ammirazione «il sentimento da cui prende avvio la ricerca filosofica». Aristotele però attribuisce l’inizio della filosofia allo stupirsi, al meravigliarsi delle cose. Inoltre lo stesso Aristotele, nella sua mentalità naturalistica, spiega anche che il sentimento scompare quando delle cose si dà conoscenza.
Inizio e permanenza
La filosofa tedesca contemporanea Ute Guzzoni, nel riprendere il senso e la funzione della meraviglia, preferisce che essa non scompaia spinta via dalla conoscenza, ma che rimanga a caratterizzare tutta la filosofia, seguendo in questo la posizione di Heidegger.

Attenti dunque a predisporre l'attenzione a «cogliere l'attimo» della sorpresa che stupisce e a farsene scuotere, se si vuol cercare di iniziare un processo creativo. Importante però, in ambito filosofico come in altri contesti, è poi mantenere la condizione di stupore, di sorpresa e di meraviglia: questo è il senso dello stupore come principio della filosofia, interpreta Heidegger, e il principio è ciò da cui qualcosa deriva; è inizio sì, ma è anche elemento costitutivo della cosa, che rende conto delle sue proprietà essenziali e caratteristiche. Dunque principio non nel senso che quel che viene prima dà luogo ad altro e poi se ne va. Non è che una volta spentasi la meraviglia, la filosofia va avanti e lo stupore diventa superfluo (ho scritto di queste cose anche in un testo per Doppiozero: Una parola filosofica/ stupore). La tesi di Guzzoni è convincente e coincide in qualche modo con la posizione di Zask per la quale è bene che la meraviglia rimanga, trasformandosi in ammirazione se qualcosa o qualcuno da ammirare ci sarà.
Mirabilia
Ammirazione che viene definita con l’aiuto e la collaborazione, oltre che di riferimenti filosofici, di persone comuni liberamente interrogate e richieste del loro parere: Xavier, Romain, David, Amélie, Catherine, Jean, Joëlle, Joachim, Jean-Marc e altre e altri accompagnano l’autrice nell’osservare come l’ammirazione si proietti su oggetti o persone eterogenee, al di là delle posizioni loro convenzionalmente attribuite. Si crede che si ammiri ciò che si è preparati ad ammirare perché vi ci spingono i valori della nostra epoca; le persone di successo dunque, le celebrities, insomma coloro che appaiono ammirevoli senza esserlo realmente, e che hanno sostituito quella che era nel passato la figura dell’eroe circonfuso di gloria. Le persone veramente ammirevoli sono invece quelle che hanno un altro modo di vedere il mondo, sono originali e libere, sono persone in qualche modo eccezionali ma non geni che escono dalla lampada. Ammirevoli sono anche certi oggetti, per esempio, osservano Jean-Marc e Joëlle, i muri a secco, magari quelli che costeggiano i terrazzamenti, che rivelano la genialità e il lavoro di chi li ha edificati. Mirabilia sono i muri a secco che trattengono la terra ma lasciano passare l’acqua, le radici, il nutrimento, gli insetti, in unione armoniosa con il paesaggio e con i bisogni della comunità.
Altri aspetti o elementi suscitano ammirazione, in particolare di persone che li presentano: il virtuosismo di certi musicisti o poliglotti, o il coraggio, dei giusti come pure di alcuni sportivi. Attenzione però alla fascinazione, forma deviata dell’ammirazione: se la seconda eleva e rende liberi, la prima denota asservimento e persino inclinazione all’obbedienza, se è il caso nei confronti dell’uomo forte che affascina con la sua virile esibizione di potenza. Fascinazione non è un sentimento democratico: lo è invece l’ammirazione, mirabile (eh sì) disposizione ad ammirare chi è ammirevole e persino a onorare chi è (di fatto, non di nome), onorevole. La si potrebbe considerare, seguendo Zask, una pratica di cittadinanza democratica, quasi un rispetto per l’autorevolezza – non l’autorità e tanto meno l’autoritarismo – di chi sa e sa fare, di chi possiede conoscenza e competenza ed è ammirato perché ammirevole, come un muretto a secco.