8 settembre. Antifascismo

“E venne l’8 settembre, il serpente grigioverde delle divisioni naziste per le vie di Milano e di Torino, il brutale risveglio: la commedia era finita, l’Italia era un paese occupato come la Polonia, come la Jugoslavia, come la Norvegia.

In questo modo, dopo la lunga ubriacatura di parole, certi della giustezza della nostra scelta, estremamente insicuri dei nostri mezzi, con in cuore assai più di disperazione che di speranza, e sullo sfondo di un paese disfatto e diviso, siamo scesi in campo per misurarci. Ci separammo per seguire il nostro destino, ognuno in una valle diversa (“Oro”, in Il sistema periodico).

 

L’8 settembre è una data cruciale per la storia del nostro paese che Levi fissa nella libertà di scegliere, rischiando se stessi e obbligandosi a fare i conti con se stessi. Se da quella data comincia la lotta di liberazione, dalla prospettiva che qui Levi ci indica possiamo vedere la Resistenza imporsi nelle sue pagine attraverso il “filo rosso dell’antifascismo” inteso come esercizio di libertà, responsabilità di sé e del proprio agire.  

È vero che nel 1947, quando esce per la prima volta Se questo è un uomo, la narrazione si leva direttamente dal campo di Fossoli e parrebbe che l’impellente esigenza di raccontare agli altri, provata da Levi al ritorno, non consideri immediatamente la scelta e l’esperienza della Resistenza, che apparirà esplicitamente solo nell’edizione einaudiana del 1958. È allora che il punto di partenza temporale della storia è anticipato e che il lettore incontra sulla soglia del testo la discriminazione subita dal narratore-personaggio conseguente alle leggi razziste del 1938 e la sua partecipazione alla Resistenza. Si potrebbe pensare a un adeguamento del testo ai tempi, ma si cadrebbe in errore: la Resistenza è intrinseca al racconto del testimone Levi fin dalla sua prima emissione di voce. 

Il lungo sommario dell’esperienza che apre l’edizione del 1958, rievocando gli anni dal 1938 alla cattura nel dicembre 1943, non è infatti altro che la ripresa e l’espansione di un racconto che già nel 1947 il narratore-personaggio faceva in quanto personaggio ad altri personaggi. Questo racconto interno è registrato in alcune sintetiche righe, poste però in posizione strategica.  Siamo alla fine del libro, nel diario degli ultimi dieci giorni, dove il 25 gennaio si legge:  

 

 

A sera, intorno alla stufa, ancora una volta Charles, Arthur ed io ci sentimmo ridiventare uomini. Potevamo parlare di tutto. Mi appassionava il discorso di Arthur sul modo come si passano le domeniche a Provenchères nei Vosgi, e Charles piangeva quasi quando io gli raccontai dell’armistizio in Italia, dell’inizio torbido e disperato della resistenza partigiana, dell’uomo che ci aveva traditi e della nostra cattura sulle montagne.

 

La storia dei partigiani emerge come racconto che segna il momento del ritorno alla vita da parte dei prigionieri: è l’esperienza che diventa racconto intorno al fuoco, crea legami tra chi racconta e chi ascolta, ricostituisce l’umano perché si misura con la verità del vissuto. È uno dei primi esercizi di libertà ritrovata. 

Non c’è però nessuna retorica né nel racconto né nell’idea di libertà. Tra l’edizione di Se questo è un uomo del 1947 e quella del 1958, la Resistenza è protagonista della prima prova di Levi scrittore d’invenzione. Facendosi per la prima volta narratore di una storia non sua, Levi pubblica il suo primo racconto sul “Ponte” di agosto-settembre 1949: Fine del Marinese. Si tratta della storia degli ultimi istanti di vita del Marinese, partigiano catturato dai tedeschi insieme al compagno Sante, che sul camion che lo trasporta a valle, accortosi di essere appoggiato ad una bomba a mano e trovandosi “in grado di agire e quindi in qualche modo costretto all’azione”, riesce ad innescarla. Non è una storia di eroismo, è una storia di lucida disperazione: il Marinese muore dilaniato insieme a quattro tedeschi e il suo compagno è finito sul posto. 

 

Se ritorniamo allora all’8 settembre, possiamo ragionevolmente osservare che nella storia della Resistenza, nelle storie dei partigiani, trova radici la scrittura di Levi perché nell’antifascismo c’è la radice della sua giovane vita. Italiano nato nel 1919, cresciuto quando il fascismo non aveva nemici, discriminato per quattro anni perché dichiarato per legge di “razza ebraica”, Levi fa parte di quella generazione che ha messo in crisi il rapporto con il proprio paese mettendo in crisi se stessa e il modo di vivere la realtà circostante, arrivando così a “inventarsi” un proprio antifascismo, creandolo dal germe, dalle radici (“Potassio”, in Il sistema periodico). Attraverso lo studio del Talmud, l’esercizio della chimica, l’andare in montagna Levi non scopre un credo, ma un modo di rapportarsi al mondo, di prenderne consapevolezza e di raccontarlo capace di disarticolare quella superficialità, quel cinismo, quella passività a cui il fascismo aveva costretto quasi tutti gli italiani (“Oro”, cit.). Si provi a riprendere in mano le prime novelle del Sistema periodico: di fronte alla retorica dell’affermazione della verità, all’elogio della purezza, l’essere contro il fascismo di Levi va prendendo corpo come quell’imparare a deliberare con la propria testa assumendo le proprie scelte, come quella consapevolezza dell’impurezza da cui nasce la vita e che obbliga all’esercizio della differenza.

 

Non sarà un caso che alla fine degli anni Settanta Levi, testimone ormai anziano, per il memorial del padiglione italiano di Auschwitz tenesse ancora a legare nel “filo rosso dell’antifascismo” l’esperienza del Lager e della deportazione razziale con quella della Resistenza (Al visitatore). Oggi padiglione e testo di Levi sono stati sfrattati da Auschwitz e relegati nella periferia di Firenze dove il memorial è stato riallestito. Resta l’eredità di Levi e dell’8 settembre e a ciascuno la scelta di sentirsi chiamato a farci i conti. 

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