Anche Capitan America ha deposto lo scudo

Attenzione: questo articolo contiene spoiler.

 

Anche i supereroi crescono. Con l’ultimo film della Marvel, Avengers: Endgame (sottotitolo rivelatore!), diretto dai fratelli Anthony e Joseph Russo, giunge a compimento un ciclo lungo oltre dieci anni e spalmato su ben 22 pellicole che ha accompagnato e visto crescere spettatori e personaggi fantastici e che finisce con un funerale. E non un funerale qualsiasi, ma l’estremo saluto a quel personaggio guascone e irriverente che conoscevamo come il playboy Tony Stark (Robert Downey Jr). E poco male se, piano piano, il tycoon sciupafemmine che proponeva di licenziare la sua segretaria per poterla portare più rapidamente a letto, si è gradatamente trasformato in un responsabile padre di famiglia (e la segretaria, molto borghesemente, ne è diventata la moglie). La sua morte chiude un ciclo perfetto, perché, nel 2008, era stato proprio lui a dare inizio con il primo film di Iron Man a quello che poi è diventato il Marvel Cinematic Universe (MCU per gli appassionati). 

 

Iron Man/Tony Stark (Robert Downey Jr.).


Avengers: Endgame non è solo un grande contenitori di effetti speciale. È un rito collettivo di passaggio per tutti coloro che, in questi dieci anni, sono cresciuti insieme ai loro personaggi e oggi, assiepati nei multisala, mostrano con soddisfazione le felpe e le magliette dei loro supereroi preferiti. È uno specchio dove gli spettatori vedono se stessi nel loro riluttante percorso di uscita dall’adolescenza. Fino a quando si può continuare a giocare? Non è un caso che in questo film i primi vendicatori si rimettano insieme e debbano confrontarsi con il tema della perdita (degli altri, ma soprattutto di se stessi e della propria insensata, irresponsabile, invidiabile adolescenza). Certo, Thor dichiara di avere mille anni, ma noi siamo comuni mortali. Come diceva il Principe di Salina nel Gattopardo, per gli esseri umani trent’anni sono l’eternità …

 

Il supereroe è una maschera ideale. È idea in movimento, pura immagine. È quello che Bergson chiamava un’«immagine che esiste in sé» e che ha, per i suoi spettatori, un’esistenza indipendente da quella del soggetto che la percepisce. Anche gli showrunner più smaliziati non possono che mettersi al servizio della logica interna dei loro mondi fantastici (per una prova concreta in negativo si veda il fallimento del penultimo capitolo della saga di Star Wars diretto con esiti assai infelici da Rian Johnson o le infauste innovazioni nel disastroso Superman vs Batman di Zack Snyder). 

 

Avengers: Endgame non tradisce la sua anima, anzi ha trovato il modo di incarnare l’immagine ideale nei suoi spettatori. Nel MCU, i supereroi sono al tempo stesso al di là e al di qua dello schermo. I supereroi del MCU, a differenza di Topolino o Tex, personaggi immutabili, subiscono lo scorrere degli anni. Thor ingrassa, il pizzetto perfetto di Iron Man diventa sale e pepe, le curve di Black Widow non sono più così mozzafiato. L’immagine del supereroe, incarnandosi negli attori e nel tempo degli spettatori, perde la sua eternità. Mentre in altri universi fantastici le coordinate spaziotemporali sono arbitrarie («Tanto tempo fa in una galassia lontana»), nel mondo della Marvel, le avventure avvengono nel nostro mondo, hanno una precisa collocazione: New York, il Vietnam, l’MIT. Al contrario del quadro di Dorian Gray, l’immagine degli eroi invecchiano insieme con noi.

Avengers: Endgame diventa così un film sull’immaginario ma anche un film su di noi e ci pone un interrogativo: l’immagine che ci siamo creati di noi stessi può sopravvivere attraverso i giorni della nostra vita? Tra sogno e vita quale deve essere sacrificato? La chiave della domanda è il rapporto tra ideale e vita quotidiana, la cifra della risposta è la responsabilità: se vogliamo essere con gli altri, dobbiamo accettare la natura mortale dell’umano. Se vogliamo essere eternamente uguali a noi stessi, dobbiamo accettare la solitudine dell’ideale. Solo chi non ha legami, come l’adolescente, può non cambiare mai. Ma il prezzo dell’eternità dell’immagine assoluta dell’eroe è l’impervietà impermeabile dell’essere assoluto, che è il nulla.

 

Thanos (Josh Brolin).


Il tema del film è il cambiamento che, inevitabilmente, porta alla morte. Non a caso l’arcinemico è Thanos, il cui nome deriva da Thánatos, la personificazione della Morte nella mitologia greca, un personaggio inventato dal fumettista americano Jim Starlin durante una lezione di psicologia nel ‘72. Thanos uccide i personaggi in due modi: o affrontandoli in campo aperto o, in modo più sottile, costringendoli a farsi carico delle loro responsabilità. Non è mosso da obiettivi personali, ma è la personificazione della sordità del mondo ai nostri desideri giovanili. Come ha detto Neil deGrasse Tyson «L’universo non ha alcun obbligo di avere un senso per noi». 

 

Ci sono molte morti importanti nel film, alcune simboliche e altre no: Thanos (esagerato: muore due volte!); Thor che si riduce a uno straccio e abdica per poter regredire a una eterna adolescenza; Tony Stark che si sacrifica per il bene comune; Black Widow (Scarlett Johansson) che, in fondo, sceglie di precipitare nell’abisso perché fa meno male che la lenta consunzione del quotidiano; Hulk che smorza l’espressione gratuita della forza incontenibile dei raggi gamma e simbolicamente si mette persino gli occhiali (Hulk miope? Veramente?). Persino gli eroi del fantastico, quando devono fare i conti con i limiti del loro modello, preferiscono morire piuttosto che ridursi a quel quotidiano che ne è la negazione e che, come cantava Francesco Guccini nella Canzone delle osterie di fuori porta, «è una morte un po’ peggiore». 

 

Black Widow/Natasha Romanoff (Scarlett Johansson).


La fine simbolicamente più significativa di tutte però è quella di Capitan America (Chris Evans) che rinuncia al suo ruolo di combattente. Un supereroe muore non solo quando il suo alter-ego, in questo caso Steve Rogers, viene meno, ma soprattutto quando la sua immagine ideale viene tradita. Anche le maschere hanno un’anima, spesso più viva della persona che li incarna momentaneamente.

Prendendo a prestito una celebre metafora dello psicologo Vittorino Andreoli, l’eroe è quella figura in bilico tra Achille ed Ettore. Achille non rinuncia mai a incarnare la hybris che è sì l’arroganza del combattente greco (che però, nel Marvel Universe, deve fare i conti con l’alcolismo e la pancetta, vedi Thor), ma anche la fedeltà alla propria natura ideale. Achille, come il cavaliere inesistente di Calvino, non depone mai la sua armatura; è tutt’uno con la sua armatura. In lui non vi è contrapposizione tra combattimento e vita: la sua vita è il combattimento. Al contrario, Ettore depone l’elmo e la spada e così è in grado di accogliere gli affetti familiari e abbracciare il prototipo del padre (Iron Man) o del marito (Capitan America). Ettore non è solo un distruttore, ma anche un protettore responsabile: Ettore cresce, Achille no. Ma in questa crescita si sente una perdita, una nostalgia malinconica. Il suo cambiamento è una forma di morte, è la rottura dell’immagine pura che il supereroe incarnava. In fondo, Zio Paperone, pur invecchiando, non muore mai (tranne a Berceto!) e la vignetta dove i paperi piangono sulla tomba del grande magnate è custodita gelosamente fra le tavole di Don Rosa (e forse anche in quelle di Carl Barks).

 

Don Rosa, “Hey, Daisy, Whatever Happened to Scrooge?” (1991).


Avengers: Endgame mette in scena il passaggio dall’aggressività gratuita, ma vitale dell’adolescenza alla consapevolezza responsabile, ma in discesa della maturità. Nell’intreccio tra schermo e realtà, lo spettatore adolescente che nel 2008 si era riconosciuto nel playboy di Ironman e nel mantra “Hulk Spacca!” deve oggi fare i conti con la vita. E sono conti salati. I sentimenti si traducono in responsabilità. Oltre al funerale di Tony Stark che si immola per la sua famiglia, vi è la morte del grande Achille della tradizione della Marvel: Capitan America. E muore, non perché il suo personaggio sia ucciso, ma perché si sottrae al suo destino, che è appunto, quello di non mollare mai.

 

A differenza di Achille, Capitan America depone il suo scudo, si toglie l’elmo, si sveste della sua armatura. Capitan America si trasforma in Ettore. Approfittando di un vistosissimo buco narrativo, su cui gli appassionati avranno da discutere per anni, l’eroe torna indietro nel tempo e abbandona i suoi compagni per vivere una vita normale con la sua prima fiamma, Peggy Carter. Certo, Steve Rogers (l’identità segreta di Capitan America) può così vivere la vita da cittadino americano medio, un Ettore dei giorni nostri, ma al prezzo di uccidere la sua maschera, la sua immagine ideale. Come se, in fondo, essere Capitan America non sia altro che un lavoro qualunque, dal quale andare in pensione appena possibile. Questo è sicuramente umano, ma non certo quello che ci aspetteremmo da Capitan America che è un supereroe particolare, il cui più grande superpotere è sempre stato la forza di volontà, che è appunto la volontà di essere Capitan America. Capitan America, come Achille, è hybris allo stato puro. Ma anche lui, alla fine, cede ai legami sentimentali e alle responsabilità che portano con sé. Come King Kong, non è stato ucciso dagli aerei, ma dall’amore. 

 

Capitan America/Steve Rogers (Chris Evans).


La cosa interessante è che in questo crepuscolo degli dei dell’adolescenza, le donne sembrano uscirne immuni (a parte Black Widow, che essendo l’eroina femminile più datata viene prontamente sacrificata). A differenza dei maschi, le nuove eroine sembrano in grado di coniugare forza e responsabilità, maturità e vitalità, equilibrio e determinazione (da Carol Danvers alias Captain Marvel a Frigga, da Valkyrie alle Dora Milaje di Wakanda). Pepper Pots (Gwyneth Paltrow) completa la sua parabola da segretaria a CEO delle Stark Industries. Il mondo femminile è il vero vincitore della battaglia finale dal quale gli uomini escono, quando non ammaccati fisicamente, malconci emotivamente. I maschi non crescono, al massimo invecchiano, ingrassano, e muoiono; al contrario le donne fioriscono, maturano e realizzano se stesse.

 

Come aveva notato Thomas de Quincey in tempi non sospetti, la maturità maschile non è definita biologicamente ed è, quindi, soggetta a continue revisioni – e quindi crisi – culturali. Anche David Gilmore, antropologo di Yale, aveva sottolineato la criticità della maturità maschile, che oggi non ha più punti di riferimento. In questo proposito, Avengers: Endgame rappresenta, nel mondo della fantasia, un punto di passaggio fra stagioni culturali nel mondo reale. 

 

Lo scudo di Capitan America è la versione moderna dell’elmo di Achille; Iron Man è il cavaliere inesistente di Calvino; e Avengers: Endgame è la Gerusalemme liberata dei giorni nostri. Segna tanto la fine di un’epoca storica – il regno irresponsabile e sciovinista del maschio immaturo – quanto la fine di un momento personale: il crepuscolo dei supereroi classici è il crepuscolo della nostra adolescenza. EndGame … anzi Game Over.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO